Termini Underground, l'integrazione nasce ballando

Carolina Mancini per l’Altracittà

“Termini Underground”: verrebbe da pensare alla metropolitana, alle decine di negozi, ai senza tetto.
E invece è il titolo di un documentario che scopre e racconta una scuola di ballo multietnica proprio sotto i binari della stazione romana, nascosta alla vista eppure così centrale. L’esercito di viaggiatori che ogni giorno attraversa Termini e si addentra nei sotterranei non immagina che il cuore di questo luogo pulsi a ritmo di hip hop e break dance. Gli allievi sono adolescenti, prevalentemente immigrati di prima e seconda generazione, l’insegnante è Angela Cocozza, coreografa e socia fondatrice dell’Associazione Ali Onlus, che si occupa di eventi artistici a sfondo sociale.
“Termini Underground”, che segue le vicissitudini dei ragazzi durante l’allestimento dello spettacolo “Aeneas”, tratto dall’”Eneide” di Virgilio (poi messo in scena al Teatro Palladium di Roma lo scorso giugno), è stato presentato al Festival del Cinema di Roma (sezione Alice nelle Città). E’ il frutto del lavoro di Emilia Zazza, che ha deciso di scriverlo e di dirigerlo quando, due anni fa, ha scoperto questa realtà, inseguendo una sua idea. Racconta:
“In quel periodo facevo ricerche per verificare una mia teoria, e cioè che Roma, nonostante fosse percepita come una città sempre più chiusa, dura e meno accogliente, avesse comunque dentro di sé delle ‘sacche di resistenza’, anche se portate avanti prevalentemente da privati e con grandi sacrifici. Mi imbattei in un trafiletto de ‘L’Unità’’ che parlava di questa scuola ‘sotto i binari’ e andai a vedere.”
Quello che si è trovata davanti è un gruppo di adolescenti che descrive come molto autonomo perché, spiega, “dovendosi confrontare con un esterno poco accogliente, fa forza sulle risorse interne.” La prima di queste è sicuramente la disciplina: “L’associazione ottiene finanziamenti per allestire spettacoli, per cui alle prove si respira un forte senso di responsabilità.”
Emilia ha seguito più da vicino le storie di quattro ragazzi, ma, ci tiene a precisare, “solo perché sono esperienze paradigmatiche per tutto il gruppo.” Alcuni di loro sono formati come insegnanti, o ballerini professionisti, come Nando, che ad un certo punto ha dovuto decidere se continuare a ballare o accettare un lavoro a tempo indeterminato, pressato dal fatto che gli era scaduto il permesso di soggiorno. “I loro problemi sono quelli di tutti gli adolescenti della loro età, poi, a volte arriva però un momento in cui si crea un muro che fa percepire le differenze – rivela Emilia, in ogni caso, quello che abbiamo toccato con mano in quest’anno di lavoro è quanto siano astratti certi dibattiti sull’opportunità dell’accoglienza. La realtà è molto più avanti, e ci mostra che, almeno in situazioni come queste, l’integrazione esiste già.”
Da tre anni la coreografa, Angela Cocozza, ha a disposizione questa sala-teatro (che appartiene al Dopolavoro Ferroviario), che è diventata anche un punto fondamentale di aggregazione sociale:
“Certi giorni si contano anche una sessantina di persone”, dice la Zazza che per un anno si è ‘mischiata’ con i ragazzi, conquistando pian piano la loro fiducia, seguendo con la telecamera l’allestimento dello spettacolo, “uno spettacolo con una forte carica simbolica, essendo Enea il profugo per volere del fato.”
Il coinvolgimento profondo della regista è sottolineato anche stilisticamente: non ci sono interviste, e la camera è piazzata prevalentemente in mezzo ai ragazzi. Questa storia valeva talmente la pena di essere raccontata che, quando è stato chiaro che i soldi per produrla non sarebbero arrivati, vari professionisti hanno deciso di lavorare gratis e di investire parte del loro tempo, soldi e capacità assieme ad Emilia Zazza e a Digital Room.
Grazie alla loro passione, a quella di Angela Cocozza e dei ragazzi, questa esperienza straordinaria, che è anche un modello per ripensare la città in termini di aggregazione e integrazione sociale, è approdata al festival di Roma, dove i ballerini hanno anche svolto una performance sul Red Carpet. E se tutte le strade portano a Roma, speriamo che questo documentario, nato proprio nelle sue viscere, percorra tutte le strade possibili.

Guarda il trailer