19 Settembre 2019

Sentenza d'appello per i manifestanti del 13 maggio '99: la fine di un incubo

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Reato prescritto, tutti a casa!
Stamattina si è celebrato il processo di appello per i fatti del 13 maggio 1999, che videro davanti al consolato USA una violenta carica della polizia al termine di una manifestazione contro la guerra nei Balcani. Malgrado le immagini e le testimonianze raccontassero senz’ombra di dubbio che la carica era stata immotivata ed eccessiva, portando varie persone in ospedale, in primo grado 13 manifestanti erano stati condannati alla incredibile pena di sette anni. Oggi invece la sentenza di appello ha riconosciuto le attenuanti, che non erano state concesse in primo grado, e pertanto il reato di resistenza è andato in prescrizione.
Così commenta a caldo il Comitato: “Continuiamo a pensare che manifestare contro la guerra non sia reato, così come il subire una immotivata carica da parte delle forze dell’ordine.
In ogni caso l’importante è che per i 13 imputati è finito un incubo!” e conclude “Grazie per l’adesione all’appello, che ha raggiunto le duemila firme, ed è stato portato in aula dagli avvocati difensori”.
Anche noi oggi festeggiamo e ringraziamo, a nome dei 13 imputati e di chiunque senta il dovere di manifestare il proprio dissenso alla guerra o ad altre ingiustizie, e il diritto di farlo liberamente.

0 Comments

  1. Centro Popolare Autogestito Firenze sud

    Processo del Consolato Usa , Giustizia non è stata fatta

    Non conosciamo ancora le motivazioni della sentenza che porta alla prescrizione del reato contestato per il riconoscimento delle attenuanti, previste dal nostro ordinamento, per tutti e 13 i condannati per il processo del 13 maggio 99. Potremmo definire tutto questo una sorta “di macchine indietro” da parte dell’apparato repressivo nei confronti dei manifestanti, un passo indietro nella volontà punitiva dello stato, essenza stessa del processo politico. Ma questo non può bastare e non ci è sufficiente.
    Sicuramente un nostro riconoscimento sincero va alla solidarietà manifestata da tanti, ed a coloro che si sono esposti e hanno fatto propria la costruzione della solidarietà, stanando quella indifferenza o paura che ha contraddistinto negli ultimi anni le reazioni davanti agli attacchi repressivi e a questo processo.
    Ma, aspettando comunque le motivazioni della sentenza, niente è cambiato nella sostanza della sentenza di primo grado. I manifestanti sono riconosciuti colpevoli del reato di resistenza.
    I veri colpevoli di quelle cariche, dei pestaggi, dei feriti, gli stessi colpevoli della guerra nella ex-Jugoslavia, sono anche stavolta rimasti impuniti. Non cambia la costruzione dei fatti, la scarsa attendibilità dei testimoni a difesa, mentre rimane invariata la ricostruzione e la campagna successiva orchestrata da questura e procura.
    Questo vorremmo che a tutti rimanesse ben chiaro. Non è stato un fatto un passo indietro su questo. La guerra e le conseguenze sul livello repressivo interno rimangono l’elemento cardine di questo processo. La tanto declamata giustizia, legalità non ha “trionfato” neanche stavolta. Semplice casualità o condizione strutturale di questo sistema?
    Ci preme che quanto è maturato nella solidarietà non vado disperso con la fine di questo processo. Che questa sia sempre e comunque presente davanti ai processi e alle denunce degli studenti, alle angherie dei loro presidi che assumono il ruolo di agenti investigativi operando vergognose pressioni nei loro confronti; a coloro che per l’antifascismo verranno processati nei giorni a venire; a tutti/e coloro che si opporranno nella pratica ai divieti di piazze e strade rivendicando il loro pieno diritto a manifestare; a coloro che solo perchè immigrati vengono rinchiusi per mesi.
    Certo festeggeremo, ma nel bene o nel male non dimenticheremo niente.

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