Sandra, Le Piagge e molto altro: domani da Feltrinelli

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Rilanciamo dal sito di con la sua storia.
Sandra è una donna che cambia idea, tante idee. E’ piena di idee. Ti travolge perché ha tanto da dire. Non sempre si fa capire, questo accade a tutti. A me, spesso.
E’ una donna, Sandra, anche se non saprei dire perché è una donna. Non per il sesso, non solo per il sesso. Vi faccio un esempio: la mia mamma è mia mamma, giusto? Ma come posso esserne sicuro, che quando sono nato ero piccolino come un baccellino cresciuto troppo e neanche se mi sforzo ricordo qualcosa? Dovrei crederci perché me l’hanno raccontato? No, io non credo a tutto quello che mi raccontano, neanche se me lo raccontano in tanti. Forse è solo per il fatto che me l’ha detto lei, che devo crederci. La mia mamma mi ha detto: “Sono tua mamma”. E allora ci credo, sì, senza pretendere di cercare in fondo all’anima e dentro al sesso. Ecco perché Sandra è una donna, perché si vede, ma soprattutto perché l’ha detto lei.
Ecco un pezzo della storia di Sandra, tratto dal mio libro “La messa non è finita – processo per ‘smisurato amore’ a don Alessandro Santoro”:

Mi chiamavano Sandro. Altri Sandra. La mammina mi chiamava Sandrina. I più mi conoscevano come Jovanka, il nome della protagonista di un film sui partigiani, una donna che aveva il riscatto nel secondo tempo.
Suscitavo curiosità. Sentivo i compagni di scuola: “E’ mezzo maschio”, oppure: “E’ mezza femmina”. E il mezzo che mancava lo aggiungevano loro, a fantasia.
Certo che è capitato, che per sopravvivere sia andata sulla strada, mascherando il mio sesso. Lo fasciavo con forza, fino a renderlo invisibile. Comunque solo prostituzione d’inganno, non potevo fare altrimenti e forse non l’avrei fatto comunque. “Dai, amore, oggi non posso, ho le mie cose, ma ci penso io a te, facciamo altro, che sono brava”. Poi non ero vero, mica ero brava! Avevo paura.
Mio padre era maresciallo. Gli scontri che ho avuto per le mie bambole non puoi immaginarli! Bambole? Diciamo pupazzetti di stoffa con cui giocavo nel cortile sotto casa. Le compravo con i soldi che mi davano la domenica, per andare al cinema a vedere i film di paura, e io ci compravo le bambole d’amore.
Il maresciallo quelle bambole le distruggeva. L’ultima rimasta la tenevo nascosta sotto la canottiera, al sicuro.
Andavo al campo di calcio, con gli amici. Loro parlavano di cross, parate, impazzivano per i dribbling, io guardavo le cosce dei giocatori. A ognuno i gusti suoi.
In quattro anni ho visitato ventiquattro carceri. La colpa erano i miei movimenti che corrispondevano al mio sentire ma non corrispondevano al mio sesso. Mi sono ritrovata a 32 anni, dopo l’operazione chirurgica per il cambio di sesso, effettuata a Londra.
In cella mi trovavo preda delle perversioni di coloro che andavano fieri della loro normalità. Una volta, dalla finestra di una cella, vidi una stella e le rivolsi una preghiera. Era tanto che non pregavo. Lo feci senza promettere niente in cambio. Dissi così: “fammi tornare libera. Liberami dal male. Amen”

Tratto da “La messa non è finita – processo per ‘smisurato amore’ a don Alessandro Santoro”, di Saverio Tommasi.

Presentazione:
Martedì 9 nov. ore 18:00 Feltrinelli (via Cerretani, FI), con:
don Alessandro Santoro (Comunità di base Le Piagge)
Mario Lancisi (giornalista)
Saverio Tommasi (autore del testo e attore)

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