“Io, infermiere a Careggi, vi racconto l’e​​utanasia silenziosa nei nostri ospedali”

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È caposala al Careggi di Firenze, cattolico praticante, e ogni anno – dice – nel suo reparto si spengono le macchine per 30-40 malati terminali “La legge lo vieta, ma ce lo chiedono i familiari. Così tra loro e i medici si stringe un patto di buon senso: perché in Italia deve restare un segreto?”

di Matteo Pucciarelli per Repubblica

Come possiamo definirla? «“Eutanasia silenziosa”. Per noi è un fatto di tutti i giorni. Lo affrontiamo con grande difficoltà, ma sicuri di fare sempre la cosa più giusta», dice Michele (lo chiameremo così). Una laurea, la specializzazione, il master, la carriera infermieristica, oggi è caposala all’ospedale Careggi di Firenze. Ha voglia di raccontare quello di cui, chissà se per pudore o se per una congiura del silenzio, nessuno parla mai. E di farlo evitando la politica, «ma con il buonsenso di chi sta in prima linea». Premessa: Michele non è ateo, anzi, è un cattolico praticante, va a messa due volte alla settimana. Sorride di questa apparente contraddizione, «ma qui Dio non c’entra nulla. Sono un professionista, ho studiato. Se teniamo in vita artificialmente un paziente, siamo noi che ci stiamo sostituendo a Dio…».

Ogni anno, in un grande reparto come quello dove lavora Michele, medici, infermieri e operatori sanitari hanno a che fare con almeno 30-40 casi di persone sospese in una terra di mezzo dove il confine tra cosa è eutanasia e cosa no è sottilissimo. «Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni», spiega. Un po’ come avvenne con Eluana Englaro: «Ho perso il conto di quanti malati ho visto così. E da fuori, quando si sta bene, non ci si rende conto di quanto sia facile ritrovarsi in quelle condizioni. Il caso Eluana ci diede una lezione: nessun riflettore, silenzio sulla materia con l’esterno. Poi però mi chiedo se è giusto omettere la verità».

Appunto, la verità: parenti e dottori sanno capirsi, a volte basta uno sguardo di intesa, di comprensione, di compassione. «Formalmente il medico non può dire “va bene, stacco la macchina” a chi ci chiede un intervento di questo tipo. Ma fa intendere che c’è la possibilità di non accanirsi. Bisogna saper comunicare un concetto ma senza esprimerlo fino in fondo. Tocca fare gli equilibristi con le parole». Ci sono farmaci che tengono su pressione arteriosa e funzionalità respiratorie: «Smettiamo di darli, per esempio. Non facciamo più le cosiddette procedure invasive. Se non c’è alcuna possibilità di ripresa, che senso ha?».

Uno degli ultimi casi è avvenuto pochi giorni fa: un uomo di 54 anni con problemi di cuore. Un violento edema, le attività cerebrali azzerate. «Abbiamo aspettato due giorni. Ci siamo confrontati coi familiari, la compagna e la madre; i valori non ci lasciavano dubbi. “Non ci sono spiragli. Insistiamo?”. In pochi rispondono di sì, morire a volte è una liberazione». Insistendo, invece, quanto sarebbe restato ancora in vita? «Questione di giorni, al massimo due settimane». Spesso le famiglie sono preparate all’eventualità della morte di un congiunto: «Dipende sempre dal male che hanno di fronte. Se c’è un’operazione complicata davanti, per dire, capisci che si sono confrontati anche con il caro, magari un’ora prima di entrare in sala. Sempre sottovoce: noi ce ne accorgiamo che stanno parlando dei “se”».

Quel confine in realtà è pericoloso per chi ci lavora a cavallo: «Avessimo lo scudo del testamento biologico, sarebbe tutto più semplice. Capita che un parente ci faccia capire qualcosa e poi cambi idea. Ed è normale, perché subentrano sentimenti e paure, sensi di colpa, la speranza dell’impossibile o del miracolo. Oppure non tutta la famiglia è d’accordo, i genitori ad esempio tendono a non rassegnarsi, generi o nuore invece sono più pragmatici. Ma in tutto questo, tu medico da chi sei tutelato? Ci prendiamo dei rischi enormi ». Viene da chiedersi chi glielo faccia fare, ma Michele anticipa la risposta: «Sembrerò crudo, ma un posto letto in un reparto come il mio potrebbe servire a chi ancora, invece, ce la può fare». Fin qui però nessuno ha parlato di iniezioni letali, la Svizzera o le invasioni barbariche sono lontane. «Tra colleghi siamo tutti d’accordo, non c’è fede che tenga.

Nei turni di notte parliamo: “Se capitasse a me e vedete che non c’è niente da fare, datemi una botta di morfina”. Però non so se avrei il coraggio di farlo io a un amico senza uno scudo giuridico», continua Michele, e abbassa lo sguardo per la prima volta. La questione è ancor più aperta in reparti come oncologia: lì la linea di demarcazione è molto più chiara, non ci sono ambiguità: «So solo che sarebbe bello dare la possibilità alle persone di scegliere quando andarsene. Scegliere di morire in maniera degna, in condizioni dignitose, lasciando un bel ricordo di sé agli altri». Non sarebbe complicato fare un primo passo: «C’è già adesso la possibilità di avere un tesserino che certifica la volontà di donare gli organi — ragiona Michele — perché non prevederne uno per il fine vita?». Domande senza una risposta, o forse sì, poco importa: «Prima il medico o un prete erano considerati i padroni della vita o della morte. Oggi non ci sono più tabù: il malato sa che ha dei diritti, compreso quello di gestire per sé anche l’ultimo passaggio».


In occasione della pubblicazione di questo articolo rilanciamo i video dell’incontro “DARE VITA AI GIORNI. Il primato della libertà di coscienza nel vivere e nel morire”, dibattito con la partecipazione di Vito Mancuso, teologo, Beppino Englaro, papà di Eluana, Piero Morino, Primario Hospice di Firenze, in dialogo con Alessandro Santoro e la Comunità delle Piagge.

2 Comments

  1. Rocco

    Non commento l’articolo che trovo molto interessante ed esaustivo, vorrei solo denunciare lo stato in cui sprofonda una famiglia di fronte a questo dolore, già di per se difficile da affrontare ma che le istituzioni come al solito riescono a rendere drammaticamente difficile da gestire. Io purtroppo l’ho vissuto sulla mia pelle e pur non volendo personalizzare vorrei provare a descrive i pensieri che in quei momenti si rincorrono con una frenesia incontrollabile.
    Dal primo momento ti dicono che non c’è speranza, parlano di sei sette mesi di vita ,tranne però un miracolo. Ecco questa è la parola magica, il miracolo. All’insaputa di mio fratello chiedo al medico se ha mai assistito ad un miracolo e lui timidamente mi dice no. Qui comincia il calvario e qui ti rendi conto della solitudine alla quale vieni abbandonato. Come fai tu fratello ad affrontare il problema con chi gli è stato detto che c’è anche il miracolo?
    E’ chiaro che chi soffre si affida a tutto pur di continuare a sperare anche sapendo che è un illusione. Ed è giusto che sia così, sono però certo che se mio fratello avesse avuto la possibilità in salute di decidere su come doveva essere la sua fine, il miracolo non lo avrebbe mai considerato. Ecco allora sorgere un’altra domanda, cos’è il miracolo?
    Giorno dopo giorno comprendi che il miracolo è vero viene compiuto,non al malato ma alle case farmaceutiche. Chemio mirate, antidolorifici che giorno dopo giorno vanno potenziati è sempre più costosi, diuretici, gastroprotettori, terapie mirate costosissime e tante altre cose che non sto ora ad elencare. A tutto questo poi bisogna aggiungere il mercato degli sciamani, le cosiddette terapie alternative, che stanno li a criticare l’allopatia insinuando anche loro sui guadagni delle case farmaceutiche. Il problema però è che alla fine anche queste sono costosissime e credetemi ho saputo di gente che ha venduto la casa per affrontare queste spese.
    Cinque mesi dopo il verdetto mio fratello muore tra atroci sofferenze.
    Il miracolo non è avvenuto e in casa c’è rimasta una scatola con un migliaio di euro di farmaci non utilizzati. Li riporto indietro in farmacia e mi dicono che non possono riprenderli e io non volevo i soldi intendiamoci…
    Sarà forse il caso di legiferare sull’argomento? e questo appello lo rivolgo a tutti quei cattolici che puntualmente si oppongono in nome di quella vita che sarebbe in mano al vostro Dio…sarete mica tutti figli di farmacisti? io vi assicuro quando il medico mi ha chiesto, aspettiamo che il fegato collassi tra atroci sofferenze oppure aumentiamo la morfina, mi sono guardato intorno e Dio non c’era.

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  2. carlo caresia

    Lavoro anche io in una rianimazione di Careggi e condivido le difficoltà e le preoccupazioni quando ci si trova sul confine incerto ed indefinibile tra Vita e non-Vita. Quando diventa più importante quello “sguardo di comprensione e di compassione” che dice il collega. E per questo credo che bisognerebbe cominciare ad abbandonare termini troppo freddi come “staccare la spina” e cominciare a parlare di accompagnamento (sia del paziente che dei familiari) e di non trattenere la Vita.

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