Salvini gioca sporco. Digiuno di giustizia per i diritti dei migranti, contro il becerume

“L’umanità è un dovere che viene prima di qualsiasi cosa. E’ una precondizione della politica. Mi pare evidente, quindi, che Salvini stia giocando sporco, che da ministro dell’Interno voglia fare quasi il presidente della Repubblica”. Don Alessandro Santoro, storico volto e animatore della Comunità delle Piagge, spende parole durissime quando affronta la questione accoglienza e il caso della nave Diciotti, ferma al porto di Catania con circa 150 migranti a bordo.

Lo fa sotto la prefettura di Firenze, durante “il digiuno della giustizia”, iniziativa partita lo scorso 10 luglio a Roma, e che si ripete nel capoluogo toscano ogni giovedì per protestare contro la logica “dei porti e delle porte chiuse”. Oggi, continua don Santoro, “mi sembra di vedere quello che è successo negli anni Trenta del secolo scorso, con l’uomo forte al potere che offusca la coscienza delle persone e porta allo scempio del fascismo”. Per questo “bisogna davvero fare fronte ma in maniera intelligente, nonviolenta e con parole altre, che non possono essere quelle di questo becerume in atto”.

Il digiuno, in sostanza, testimonia “lo stato di allerta delle coscienze, che vogliamo risvegliare di fronte a questa ipocrisia”. Anche perchè, per il sacerdote, “è inevitabile e giusto battere un colpo in Europa”, tuttavia “non si possono utilizzare i migranti, persone che hanno vissuto storie gravose, pesanti e molto difficili, come grimaldello per le politiche europee, per l’interesse e il consenso personale. Confondere queste esigenze e una cosa veramente tristissima”.

Così, continua don Santoro, in questi giorni “ci troviamo con questa nave”, la Diciotti, “una nave della Guardia costiera italiana, che fa il suo dovere secondo le leggi del mare, ancora ferma lì a Catania dopo aver girato per tutto il Mediterraneo”. Persone che “si dovrebbe assolutamente accogliere, per poi cominciare, una volta accolte, a discutere, ad andare a ragionare su cosa l’Europa non fa, su come l’Italia sia questa sorta di porto avanzato sull’accoglienza migranti”. Invece, conclude, “il governo gioca a monopoli quando ci sono delle vite in gioco”.

(Agenzia Dire)




Arriva Renzi, vietato protestare

La Questura di Firenze ha vietato il corteo contro le politiche del governo previsto – da settimane – per domani sabato 5 novembre. Domani saranno presenti in città il presidente del Consiglio e molti altri esponenti del Governo, in occasione della “Leopolda 7”, la Leopolda del popolo, secondo la definizione Renzi. Il popolo, però, non potrà raggiungere la Leopolda, e nemmeno sfilare per le vie del centro, per “motivi di ordine pubblico”. Secondo le direttive della Questura, i vari gruppi di dissenso – dai sindacati di base a chi dice No al referendum, dalle Mamme no inceneritore al Movimento lotta per la casa, dagli studenti ai precari – dovrebbero limitarsi ad un presidio in piazza SS. Annunziata.

Le reazioni di sdegno non si sono fatte attendere.

I No TAV ricordano l’articolo 21 della Costituzione Italiana, “quella ancora in vigore; è l’articolo che nemmeno le riforme renziane, su cui ci dobbiamo presto pronunciare, osano toccare” e aggiungono “Al di là delle chiacchiere, di cui è gran dispensatore il Presidente del Consiglio, qua c’è la volontà di celare ogni forma di dissenso, nasconderlo, impedirne l’espressione”.

La Usb parla di decisione liberticida, “atto estremamente grave che mira a limitare il diritto di espressione, di dissenso e di manifestazione, di chi non ha accesso ai mezzi di informazione”, mentre perUnaltracittà spiega “Nel mondo virtuale costruito ad uso e consumo del padrone non c’è posto se non per il plauso interessato e la cortigianeria: quelli brutti sporchi e cattivi, ma soprattutto poveri e sfruttati, che si ostinano a lottare per i propri diritti, non si devono vedere nelle immagini patinate da diffondere in ogni dove”.

Ma non sono solo parole. “Firenze dice NO” non accetta il divieto e afferma “non rinunceremo sabato 5 novembre a manifestare le tante ragioni che compongono il nostro NO al governo e alla sua riforma costituzionale. Rinunciarvi vorrebbe dire ipotecare il diritto stesso a manifestare di noi cittadini. E invitiamo tutta la città ad esprimere la propria indignazione ed a scendere in piazza San Marco alle ore 15:0

 




Perché NO, in otto punti

In uscita il primo libro gratuito contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi: https://goo.gl/v9v39K

“In otto punti le ragioni del NO al Referendum costituzionale”: 86 pagine, 8 capitoletti e la revisione del testo costituzionale vigente a fronte. Esce edito da perUnaltracittà, il laboratorio politico animato da Ornella De Zordo, il primo libro gratuito interamente dedicato alle ragioni del NO al prossimo Referendum.

L’autore, il giurista Luca Benci, racconta così la genesi del libro “Riteniamo che i livelli di disinformazione siano già elevatissimi e giocano su due livelli: la demagogia e la paura. Il primo viene operato sin dal titolo della legge che promette semplificazione, risparmi e celerità nelle decisioni. Il secondo opera sulle conseguenze negative che si verificherebbero in caso di vittoria del NO. Riteniamo che la riforma Renzi/Boschi sia tesa a un neoautoritarismo costituito da un accentramento mai visto di poteri governativi e una forte compressione degli spazi di garanzia e democrazia. Per non parlare della evidente sgrammaticatura giuridica. Per questo abbiamo ritenuto opportuno produrre un testo analitico e completo della cosiddetta riforma Renzi-Boschi, per spiegare in modo puntuale e schematico come cambierebbe la Costituzione repubblicana in ben 47 articoli”.

Ornella De Zordo, direttore editoriale della rivista La Città invisibile che ha curato il progetto ha presentato così l’iniziativa: “Si tratta di uno strumento di conoscenza agile e gratuito, da far circolare in rete o da poter stampare autonomamente. Si può scaricare e leggere a questo indirizzo https://goo.gl/v9v39K. Con questa azione intendiamo dare un contributo concreto alla campagna referendaria. Riteniamo infatti fondamentale informare su un tema troppo spesso mistificato dalle lobby e dai maggiori gruppi di pressione, a partire dalle banche e da Confindustria, compattamente schierati con il governo nella revisione costituzionale. Pensiamo quindi – ha concluso De Zordo – che questo Referendum debba chiamare ad un espressione di voto informata anche chi ritiene che già adesso stiamo vivendo in Italia una democrazia puramente formale (e a volte neppure formale), per l’ulteriore netto peggioramento della situazione a scapito di diritti che andrebbero semmai applicati e non cancellati dalla Carta costituzionale”.

“In otto punti le ragioni del NO al Referendum costituzionale” di Luca Benci prevede una prima uscita digitale e una successiva cartacea. Il pdf del libro è scaricabile all’indirizzo https://goo.gl/v9v39K




Un teatro per Arnaldo Cestaro

Lo piccolo comune nei dintorni di Lucca, che il locale Centro per le arti contemporanee – denominato Spam – inauguri la nuova stagione con un gesto molto speciale e inaspettato, l’intitolazione della sala teatrale ad Arnaldo Cestaro.

Arnaldo è il cittadino che nell’aprile scorso ha vinto un importante ricorso contro lo stato italiano alla Corte europea per i diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno detto che il cittadino Cestaro, umiliato, picchiato e arrestato ingiustamente alla scuola Diaz nel luglio del 2001, non ha ottenuto giustizia: lo stato italiano deve risarcirlo e rimediare alle gravi carenze che hanno impedito di assicurare tutti i colpevoli alla giustizia e anche di agire con sospensioni, rimozioni e riforme (una legge sulla tortura, i codici sulle divise) al fine di prevenire ulteriori abusi.

Roberto Castello, coreografo e direttore artistico del centro Spam, non è un attivista politico ma una persona attenta a quel che gli accade intorno. Quando mi ha chiamato per invitarmi a partecipare alla cerimonia di inaugurazione, venerdì 9 ottobre, mi ha detto che “c’è qualcosa di poetico” nella vicenda di Arnaldo e nella sua lotta per la giustizia. Un cittadino comune, una persona perbene, un “uomo del popolo”, ha indicato lo stato italiano, i suoi avvocati, i suoi capi della polizia, i suoi ministri, e ha mostrato a tutti che sono nudi, coperti solo di una protervia che non si può più fingere di non vedere.

Ho conosciuto Arnaldo il 22 luglio del 2001, a Genova, quando ci siamo trovati insieme in una camera dell’ospedale Galliera, entrambi feriti e arrestati. Avevamo in stanza con noi quattro agenti, due a testa, mandati lì per controllarci nella nostra condizione di detenuti per reati gravissimi come il porto d’armi da guerra, la resistenza aggravata a pubblico ufficiale, l’associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio.

Fa ridere, ma secondo la polizia che ci aveva arrestato, io e Arnaldo, ignoti fino a quel momento l’uno all’altro, insieme con qualche decina di sconosciuti, formavamo una combriccola che si era distinta nei giorni precedenti negli attacchi a banche, agenzie interinali, supermercati e altre azioni del genere. Eravamo parte, forse addirittura il cuore del famigerato Black Bloc.

In ospedale Arnaldo era chiamato “il vecchino”, perché gli agenti di custodia -furono loro a usare per primi quell’epiteto- non si capacitavano di trovarsi di fronte una persona come lui: si aspettavano un “facinoroso” –giovane, forte e irragionevole- corrispondente allo stereotipo dell’”antagonista violento”. E invece Arnaldo con i suoi 62 anni, una carica di umanità e di empatia senza uguali, con un braccio al collo e una gamba ingessata, concionava in ospedale, in mezzo agli altri malati, sull’enorme manifestazione del giorno prima, sulla forza del movimento nato fra Seattle e Porto Alegre, sul grande cambiamento sociale in arrivo grazie alla rete globale in via di formazione, nonostante la repressione poliziesca.

Arnaldo aveva un’energia, uno slancio, un ottimismo che stridevano con la nostra condizione del momento e col mio senso d’angoscia. Io ero come paralizzato, lui guardava avanti senza paura. Parlava con gli agenti di custodia, spiegava loro le ragioni del movimento – la democrazia, la remissione del debito, l’acqua pubblica, la libertà di movimento dei migranti – e quelli lo guardavano sconcertati. Arnaldo scherzava, con quegli agenti e con me (“ma che ci fai te qui, che lavori in un giornale borghese?”) e io dovevo trattenere il riso, in quelle ore cupe, perché ogni risata era una fitta all’addome, coperto di ematomi.

Oggi Arnaldo, a 76 anni, è ancora un promotore di cambiamenti, un uomo che lotta con il sorriso sulle labbra. Molti lo guardano con sufficienza, per via dell’estrazione popolare, perché di mestiere fa il rottamaio, perché crede nel socialismo, perché ha studiato, come dice lui con autoironia, alle “scuole alte” (“le elementari al mio paese erano al primo piano, non al pianterreno”). Ma Arnaldo ha molto da insegnare. Ad esempio che la lotta, anche la più dura, non deve mai portare alla mancanza di rispetto: l’ha dimostrato, fra le tante volte, quando si è avvicinato in aula, con gentile fermezza, a uno dei massimi dirigenti imputati nel processo Diaz, chiedendogli perché non si assumesse le sue responsabilità.

Arnaldo insegna la centralità dell’empatia e della fiducia nell’altro. Chi lo osserva da lontano, pensa di solito che il personaggio, col suo fazzoletto rosso al collo, con la sua fiducia nel futuro, sia troppo naif per avere un ruolo credibile in questa società, ma Arnaldo è una persona in grado di dialogare con chiunque: con l’intellettuale (è uno che legge, si informa e si aggiorna su tutto ciò che gli sta a cuore) e con l’uomo della strada; col militante di sinistra e col prete del paese; con l’avvocato e con la gente comune che lavora duro, come gli immigrati del suo paese che spesso chiama a lavorare con sé.

Arnaldo ha vinto per tutti noi la sua battaglia di giustizia davanti alla Corte di Strasburgo e Roberto Castello è forse il primo a mostrare con un gesto concreto d’aver capito quanto è stata importante questa sua e nostra vittoria. La sentenza di Strasburgo indica all’Italia, ai suoi governanti come ai suoi cittadini, un’enorme questione aperta in materia di diritti umani e di gestione democratica delle forze di polizia. La vittoria di Arnaldo indica anche un’altra cosa: che è possibile lottare, che non tutto è perduto, che l’ostinazione alle volte paga, anche in tempi di rassegnata apatia, anche dentro un sistema che concentra i poteri e relega i cittadini al ruolo di comparse.

Sì, c’è della poesia nella vicenda di Arnaldo. Le arti contemporanee, allo Spam di Porcari, avranno nella Sala Arnaldo Cestaro un luogo degno per esprimersi.

 




Accorinti da Messina alle Piagge. Il sindaco nonviolento venerdì 2 ottobre al Pozzo

Venerdì 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza, la Fucina della nonviolenza ha invitato a Firenze Renato Accorinti, membro attivo del Movimento Nonviolento e Sindaco di Messina.

Dopo un incontro la mattina in Palazzo Vecchio con la Commissione Pace e la fondazione La Pira, Accorinti sarà al Centro sociale Il Pozzo delle Piagge, dalle 17, per raccontare la sua esperienza di Sindaco eletto da una lista civica nel 2013. La sua elezione è stata frutto di una grande mobilitazione dal basso che ha portato l’adesione di migliaia di messinesi, anche al di là dei partiti, al suo progetto di governo partecipato della città e ai suoi chiari messaggi, come quello “No al Ponte sullo Stretto”, per il rispetto dell’ambiente e contro le mafie.

Per gli attivi nella Comunità Piagge e per quelli che condividono dei pezzi di strada comune, incontrare Accorinti è una opportunità unica di confronto e di scambio visto che in tutto quello che viene fatto alle Piagge si cerca di perseguire la partecipazione dal basso, anche come mezzo di crescita personale e di coscienza civile.

A venerdì alle 17 allora, cerchiamo di essere numerosi.




Gli Elefanti bianchi e i 15 punti della Corruzione nelle Grandi opere

Al Forum internazionale contro le Grandi Opere Inutili e Imposte – Bagnaria Arsa (UD) tra il 17 e 19 luglio scorso – si è tenuto un’intervento di Alberto Vannucci, Edizioni Gruppo Abele (Torino 2012) di cui pubblichiamo una sintesi in 15 punti, a margine potrete ascoltare la registrazione video della relazione di Vannucci al TEDxFirenze.


1) Le nuove forme della corruzione sistemica in Italia: non più e non solo un’attività illecita, una violazione del codice penale, ma un meccanismo complesso, consolidatosi nel tempo, realizzato con modalità sofisticate frutto di un lungo processo di apprendimento, attraverso il quale un piccola minoranza di soggetti che appartengono alla classe dirigente (politici e burocrati corrotti, imprenditori, professionisti, faccendieri) e soggetti criminali (organizzazioni mafiose) si impossessano congiuntamente di beni comuni, attraverso una privatizzazione di fatto di risorse di proprietà collettiva: risorse di bilancio, ma anche ambientali, paesaggistiche (consumo di territorio), politiche (reinvestimento dei proventi per acquistare consenso), ecc.. La realizzazione della grande opera permette di accrescere considerevolmente la scala di questo processo di appropriazione criminale di rendite parassitarie, concentrando le opportunità di profitto illecito entro sedi istituzionali e processi decisionali circoscritti e più facilmente controllabili, minimizzando così i rischi delle corrispondenti attività illecite.

vannucci2) Corruzione e pressioni politiche per la realizzazione di grandi opere (denominate nella letteratura internazionale “white elephants” – elefanti bianchi – per la loro capacità di gravare con costi insostenibili su una comunità) si sviluppano in simbiosi. Grande opera è spesso sinonimo di grande corruzione, e viceversa. La presenza di un tessuto di corruzione capillare e le aspettative di guadagno illecito dirottano quote crescenti di bilancio verso i settori nei quali sono attesi maggiori profitti illeciti, come quello delle grandi opere (oltre a forniture militari, etc.). Le fasi di progettazione, finanziamento, realizzazione, etc. delle grandi opere presentano a loro volta molteplici passaggi particolarmente vulnerabili alla realizzazione di scambi occulti.

3) La natura intrinsecamente criminogena delle grandi opere. Nella letteratura scientifica sono stati individuati una serie di fattori (sintetizzabili in una “formula della corruzione”) che descrivono le condizioni nelle quali è più alta la probabilità che vi sia corruzione. Tutti questi fattori, senza eccezione, convergono nel rendere più redditizie e meno rischiose le opportunità di corruzione nel caso di grandi lavori pubblici. Molto brevemente, la probabilità che si realizzino scambi occulti crescono se:

4) Il soggetto che prende decisioni pubbliche opera in un regime di monopolio, e chi voglia conseguire quello specifico beneficio non ha altri cui rivolgersi. La grande opera non ha alternative, la sua realizzazione è programmata, progettata, deliberata, realizzata sotto la supervisione di un unico soggetto pubblico di fatto monopolista, che potrà “capitalizzare” in tangenti la sua posizione privilegiata rispetto agli imprenditori e agli altri soggetti privati che partecipano alla procedura di aggiudicazione dei corrispondenti contratti.

5) Le rendite create tramite le decisioni pubbliche sono consistenti. La grande opera permette per sua stessa natura la gestione di ingenti, talora estremamente ingenti, talora colossali quantità di risorse pubbliche, facile preda degli appetiti di corrotti e corruttori. Lo “spread etico” che separa i paesi più corrotti da quelli meno corrotti è quantificabile nel differenziale del costo medio delle opere nei paesi dove le tangenti sono la regola (vedi ad esempio linee Tav, passante ferroviario, Mose, etc., costati in Italia tra il doppio e sei volte tanto rispetto a equivalenti realizzazioni in altri paesi).

6) L’opacità dei processi decisionali, dalla fase della giustificazione e del finanziamento a quella della realizzazione, che si lega alla grande complessità degli aspetti tecnici, al fatto che molti di quei passaggi – stante la strutturale inefficienza delle strutture tecniche pubbliche che dovrebbero gestirli, particolarmente marcata nel caso italiano – sono di fatto delegati a soggetti privati, o utilizzano forme pseudo privatistiche (project financing, general contractor) che di fatto sottraggono alla trasparenza dei processi decisionali pubblici i corrispondenti passaggi decisionali. Informazioni confidenziali possono così diventare una risorsa di scambio nella corruzione. Particolarmente preoccupante è l’opacità che investe la fase di definizione delle stesse esigenze collettive e dei bisogni pubblici che la grande opera dovrebbe soddisfare, resa possibile dall’ambiguità che circonda molti parametri utilizzati nei calcoli dei “costi-benefici” dell’eventuale realizzazione, che permette ai decisori di accampare un qualche reale “interesse pubblico” come motivazione della decisione di investire ingenti risorse in quella specifica realizzazione, che appare invece di dubbia utilità (o nel peggiore dei casi di sicura nocività).

7) L’elevata discrezionalità dei processi decisionali, che spesso si associa alle condizioni di pseudo-emergenza costruite fittiziamente o a tavolino (emergenza legata anche alle vischiosità dei corrispondenti processi decisionali “ordinari”, che possono essere aggirati solo tramite ordinanze in deroga a tutte le disposizioni vigenti, secondo il modello “cricca della protezione civile”). Nella grande opera le iniziali decisioni di fondo sono altamente discrezionali – quali “grandi opere” siano meritevoli di finanziamento per la realizzazione – e un analogo livello di discrezionalità accompagna molti altri passaggi. Naturalmente la decisione discrezionale può essere più facilmente “venduta” dagli amministratori e dai politici corrotti in cambio di tangenti.

8) L’indebolirsi dei controlli, di tutti i meccanismi di supervisione e sanzione delle condotte devianti e della corruzione (non solo il controllo giudiziario, ma anche quello amministrativo, contabile, politico, sociale, concorrenziale). Nelle grandi opere spesso i controlli istituzionali sono largamente vanificati dalle caratteristiche “straordinarie” adottate in molte procedure di aggiudicazione e di gestione dei lavori, oltre che dalla estrema complessità dei contenuti tecnici dei corrispondenti atti e provvedimenti, dal moltiplicarsi di soggetti istituzionali e di attori pubblici coinvolti (che offusca le responsabilità individuali nella decisione finale). Il controllo politico (oltre che dal reinvestimento nella creazione di reti clientelari di consenso dei proventi degli scambi occulti) è vanificato dal cemento invisibile delle reti di corruzione: il reciproco potere di ricatto che fa sì che si formi un “partito unico degli affari”, avente natura bipartisan dato il coinvolgimento di soggetti di ogni colore politico, che protegge i corrotti, ne favorisce l’ascesa nelle rispettive carriere, si compatta assicurando un convergente appoggio quando occorre, ossia nelle diverse fasi dei processi decisionali che accompagnano la realizzazione delle grandi opere. Il controllo concorrenziale è vanificato dall’orientamento collusivo largamente prevalente tra gli imprenditori, specie tra i pochi di dimensioni tali da poter partecipare alle gare per la realizzazione di grandi opere: nessuno denuncia l’altrui corruzione, preferendo aspettare il proprio turno in una spartizione che assicura a tutti ingenti margini di profitto, irrealizzabili in un contesto economico aperto e concorrenziale.

9) L’utilizzo estensivo nel discorso pubblico di argomenti di ordine simbolico legati al un presunto valore intrinseco delle grandi opere, accompagnati spesso da una retorica giustificatrice che si accompagna al richiamo alle esigenze del “progresso” o all’”orgoglio di patria” nella loro realizzazione (vedi il caso della diga del Vajont, la più alta diga al mondo con quelle caratteristiche tecniche, “orgoglio dell’ingegneria italiana”) produce un duplice effetto: (a) crea un clima favorevole (ovvero non ostile) in settori dell’opinione pubblica in ordine alla sua realizzazione, attenuando ulteriormente il controllo sociale; (b) può attenuare nei partecipanti ai corrispondenti processi decisionali – tramite un meccanismo psicologico di auto-giustificazione – le barriere morali al coinvolgimento in attività illecite, che finiranno per essere ritenute in qualche modo funzionali al “bene superiore” per gli interessi collettivi della realizzazione dell’opera.

10) La grande opera si associa spesso a lunghi tempi di realizzazione. Si dilatano i tempi anche a seguito delle frequenti lacune progettuali (causate dalla debolezza dell’amministrazione) e del fatto che per sua stessa natura la realizzazione della grande opera espone a una probabilità più elevata – per la sua complessità progettuale, per l’alto impatto sui territori, etc. – di incorrere in difformità rispetto a quanto inizialmente previsto. Questi fattori costringono a interruzioni e ritardi legati all’esigenza di rinegoziare i termini contrattuali. La rinegoziazione espone di per sé a un ulteriore rischio corruzione, mentre l’allungamento dei tempi giustifica inefficienze nella realizzazione che diventano il “serbatoio” cui attingere per prelevarvi le risorse di scambio della corruzione.

11) Grande opera significa anche grande complessità e difficoltà tecniche nella gestione che si proiettano nei futuri lavori di manutenzione. Questo è un valore aggiunto nella prospettiva di corrotti e corruttori, i quali sanno che una volta completata la realizzazione della grande opera potranno comunque continuare a contare su un flusso ininterrotto e costante di tangenti grazie appunto alle successive forniture, opere di supporto, contratti per la manutenzione, etc. (vedi caso Mose).

12) L’inutilità della grande opera è un valore aggiunto quando la sua finalità è l’arricchimento di pochi. Infatti la grande opera utile, che risponde a un concreto bisogno sociale da soddisfare, crea aspettative e attese nella popolazione, e dunque un diffuso controllo sociale su tempi e costi della realizzazione. Ma la grande opera inutile, quando si siano vinte le resistenze degli (talora sparuti) oppositori che ne contestano le ragioni, diventa semplicemente un “bancomat” cui attingere per l’arricchimento illecito dei corrotti e dei corruttori, senza che vi siano pressioni dal basso per accelerarne e neppure completarne la realizzazione.

13) L’infiltrazione mafiosa è più facile nel corso della realizzazione di grandi opere, perché i soggetti criminali possono inserirsi facilmente in quei lavori in subappalto e forniture a bassa intensità tecnologica, riciclandovi capitali, sversandovi rifiuti tossici (vedi realizzazione dell’autostrada Bre-Be-Mi) e soprattutto possono fornire utili servizi di “regolazione interna” nelle transazioni illegali che coinvolgono un’estesa rete di corrotti e corruttori. I protagonisti delle estese reti di corruzione e di scambio illecito che si formano attorno alle grandi opere, in altri termini, formulano una “domanda di protezione” nei loro scambi occulti che può essere soddisfatta dalle organizzazioni mafiose, le quali si inseriscono stabilmente in quel tessuto criminali dandogli forza e stabilità – vedi i casi Mose (alcune piccole imprese subappaltanti confiscate per mafia), Salerno-Reggio Calabria, (irrealizzato) Ponte sullo stretto.

14) Grande opera significa grande rischio di disastro: disastro ambientale od ecologico (vedi Mose), ma anche catastrofe in termini di vite umane – si veda il caso della diga del Vajont.

15) Come spezzare il nesso simbiotico che lega grandi opere e grande rischio corruzione? Difficile credere nella palingenesi di soluzioni ed efficaci proposte anticorruzione calate dall’alto – nelle sedi istituzionali dove troppo spesso dominano lobbies, cricche, comitati d’affari che grazie alla corruzione hanno costruito le proprie fortune, e di quella realtà criminale sono partecipi, beneficiari o conniventi. Occorre piuttosto sostenere, promuovere e valorizzare tutte le esperienze di anticorruzione dal basso, a livello di comunità e di enti locali, attraverso la conoscenza della reale natura di questi fenomeni criminali, della zavorra insostenibile che essi rappresentano degradando la qualità della vita civile e dei servizi pubblici, cancellando opportunità di sviluppo economico, conducendo all’affievolirsi o all’espropriazione di fatto dei diritti politici e civili. Movimenti, gruppi, associazioni, comitati di cittadini possono e devono contribuire a riallacciare i circuiti di controllo democratico che li legano ai loro amministratori locali e ai decisori pubblici, elaborando insieme le migliori strategie di prevenzione e controllo delle distorsioni e delle degenerazioni nella gestione della cosa pubblica e del bene comune.


Alberto Vannucci insegna Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, dove dirige il Master in Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione, organizzato insieme a Libera e Avviso pubblico. Tra le sue ultime pubblicazioni sulla corruzione: Atlante della corruzione (Ega 2012), The hidden order of corruption (Ashgate 2012, con D. della Porta), Mani impunite (Laterza 2007, con D. della Porta).




A Firenze il renzismo si è fermato sulle grandi opere

Grandi opere. Tav, tram, aeroporti: tanti i progetti avulsi dalla realtà, capolavori dell’anti-programmazione. Il conflitto sull’urbanistica tra politica e università: prevale la logica dall’alto. Inchiesta di Alberto Ziparo pubblicata dal Manifesto.

A Firenze è ormai imploso il sistema delle grandi opere; a cui pure il nuovo sistema di potere ren­ziano voleva «dare un ‘acce­le­ra­zione». Invece è tutto fermo o quasi : bloc­cato il pro­getto Tav anche dalle inchie­ste giu­di­zia­rie; stop­pato quello dell’aeroporto dalla com­mis­sione Via del Mini­stero dell’Ambiente; a rilen­tis­simo, con forti ritardi e disagi, i can­tieri per i tram.

Oggi è in discus­sione l’ampliamento dell’aeroporto, con costru­zione di nuova pista più lunga di quella pre­vi­sta dal piano ter­ri­to­riale regio­nale, con impatti enormi,anche su quello che resta del Parco della Piana e rischi per diverse atti­vità tra cui quelle del nuovo polo uni­ver­si­ta­rio (che si oppone e impu­gna il pro­getto). Un capo­la­voro di anti­pro­gram­ma­zione dei tra­sporti. La Regione Toscana qual­che anno fa , infatti, aveva pro­spet­tato, nell’allora piano regio­nale della mobi­lità, di pun­tare cor­ret­ta­mente sulla cre­scita delle rela­zioni con il già rile­vante hub aero­por­tuale inter­na­zio­nale di Pisa: Firenze doveva limi­tarsi a ristrut­tu­rare l’aerostazione e ottimizzare-senza nuove piste– la capa­cità esi­stente. Miglio­rando appunto la velo­ciz­za­zione e l’intensificazione delle rela­zioni con Pisa. Oggi si sta attuando l’integrazione gestio­nale, vani­fi­cata però dall’ abban­dono della razio­na­lità pro­gram­ma­tica delle scelte, con l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze, che di fatto pro­spetta una logica di con­cor­renza interna, non di inte­gra­zione, con lo scalo pisano; come nelle inten­zioni del mana­ge­ment degli aero­porti toscani, gui­dati da un gruppo di sodali tra i più vicini a Renzi.

Il pro­getto dell’Enac è addi­rit­tura più grande e in con­tra­sto con quanto pre­vi­sto dal PIT Pae­sag­gi­stico, che pure pre­ve­deva un amplia­mento con una nuova pista di «soli» 2 mila metri e la ricerca di una dif­fi­cile com­pa­ti­bi­liz­za­zione con l’esigenze dell’adiacente Parco della Piana, già minac­ciato da altre attrez­za­ture assai impat­tanti. In que­sti giorni il Mini­stero dell’Ambiente– acco­gliendo sostan­zial­mente le Osser­va­zioni alla Via avan­zate da appo­sito gruppo di lavoro di docenti di Inge­gne­ria– ha bloc­cato il pro­getto, chie­dendo delu­ci­da­zioni sulla sua com­pa­ti­bi­lità pro­gram­ma­tica, sulla coe­renza e sulla pos­si­bile coe­si­stenza con altri stru­menti di piano e con attrez­za­ture già esi­stenti. Soprat­tutto ha mosso rilievi sugli impatti ambien­tali: rumori e vibra­zioni che col­pi­scono abi­tanti e lavo­ra­tori dell’intorno, assetto idro­geo­lo­gico, effetti sugli eco­si­stemi del Parco, insuf­fi­cienti ana­lisi sull’inquinamento atmo­sfe­rico. Sot­to­li­neati anche dall’urbanista e sto­rica Ila­ria Ago­stini.
Ancora i fio­ren­tini stanno facendo i conti con l’avvio dei can­tieri per le nuove linee di tram. Un pro­getto viziato dalla man­canza di un piano orga­nico della mobi­lità tran­via­ria ‚come di un piano di cir­co­la­zione det­tato da oppor­tuni cri­teri di razio­na­lità tecnico-programmatica: si improv­vi­sano le scelte spesso for­zando i mec­ca­ni­smi gestio­nali per “rin­cor­rere” le pre­sunte faci­li­ta­zioni finan­zia­rie det­tate dalla con­tin­genza poli­tica e normativa-nella fat­ti­spe­cie lo «Sblocca Ita­lia». Ma si accen­tuano così i pro­blemi di un pro­gramma già viziato da man­canza di visione gene­rale, oltre che di una pro­get­tua­lità com­ples­siva, da parte di sog­getti tec­ni­ca­mente idonei.

Il gruppo di ricerca «Mobi­lità soste­ni­bile nell’Area Fio­ren­tina» sot­to­li­nea come si sia andati avanti con pro­getti sin­go­lari di pezzi di linea– pure spesso variati– che guar­dano solo a sé stessi, con logica esa­spe­rata dalle esi­genze del project-financing; anche in con­tra­sto, oltre che con le esi­genze gene­rali della mobi­lità, con quelle delle altre linee. Biso­gna fer­marsi un attimo e redi­gere un Piano com­ples­sivo di rete nell’ambito di un piano di mobi­lità inte­grato per la città e l’Area metro­po­li­tana. Intanto, invece che pro­se­guire con la rea­liz­za­zione –invero assai dif­fi­col­tosa come dimo­strano i forti ritardi e i con­ti­nui stop ai can­tieri– di infra­strut­ture assai impat­tanti, si potreb­bero atti­vare subito alcune LAM ‚Linee ad Alta Mobi­lità, con eco­bus (Auto­bus a bas­sis­simo con­sumo e impatto) su cor­sia riser­vata , che potreb­bero sod­di­sfare una domanda più ampia di quella dei tram, senza can­tieri per nuove opere e disagi per la cit­ta­di­nanza e l’ecosistema urbano; e in attesa di un piano per la mobi­lità cre­di­bile. Infine c’è quello che è ormai diven­tata un’icona del fal­li­mento delle Grandi Opere. Il Grande Buco di Firenze, il super­tun­nel e sta­zione sot­ter­ra­nea TAV. I lavori sono sostan­zial­mente fermi da tempo, per due inchie­ste della magi­stra­tura. Ma ai pro­blemi ambien­tali– irri­solti tut­tora– messi in luce dall’inchiesta (com­pa­ti­bi­lità della fresa con il sot­to­suolo inte­res­sato, carat­te­ri­sti­che dei mate­riali, natura delle terre di scavo, oltre agli aspetti più evi­den­te­mente penali, legati a cor­ru­zione e irre­go­la­rità ammi­ni­stra­tive) se ne sono nel tempo aggiunti diversi altri, pun­tual­mente segna­lati dal Gruppo di lavoro dell’Università sul tema.

Tra que­sti la man­canza di Via della mega­sta­zione sot­ter­ra­nea; che per­dura , nono­stante le inchie­ste che hanno inve­stito MinAmb pro­prio su que­sto tema. «Se si fa la Via della Sta­zione Foster non si fa più il Sot­toat­tra­ver­sa­mento!» urlò Matteoli,allora mini­stro ber­lu­sco­niano dell’Ambiente e la VIA non si fece più : anche per­ché avrebbe espli­ci­tato la pre­senza di pro­blemi insor­mon­ta­bili. Ancora non ci sono le Auto­riz­za­zioni Pae­sag­gi­sti­che, il che rende abu­sive le (poche) atti­vità in essere che andreb­bero subito fer­mate. Soprat­tutto, gra­zie agli studi di Teresa Cre­spel­lani e Mas­simo Perini, oltre a Gio­vanni Van­nuc­chi, c’è oggi molta più con­tezza sugli effetti dello scavo dei tun­nel, finora mai avviato: emerge l’incompatibilità della natura e delle dimen­sioni delle ope­ra­zioni pre­vi­ste con le par­ti­co­lari carat­te­ri­sti­che del sot­to­suolo fio­ren­tino; spe­cie in pre­senza di forte urba­niz­za­zione , con patri­mo­nio abi­ta­tivo den­sis­simo, pre­senza di monu­menti diret­ta­mente impat­tati e pochis­sima distanza dal core dell’enorme patri­mo­nio arti­stico del cen­tro Sto­rico. Appare pur­troppo cor­retto pre­ve­dere pic­coli e grandi disa­stri , la cui entità spe­ci­fica è oggi impos­si­bile da sti­mare, a fronte dei più che pro­ba­bili pro­blemi con­ti­nui, lesioni, cedi­menti, crolli. Firenze con­ti­nua a sof­frire il con­ti­nuo ten­ta­tivo di impo­si­zione di “grandi pro­getti”, in realtà ope­ra­zioni quasi sem­pre avulse dalla reale domanda sociale; ma fina­liz­zate a spen­dere a breve, a bene­fi­cio degli inte­ressi spe­cu­la­tivi che ne con­di­zio­nano e distor­cono la gover­nance. Tale logica va abban­do­nata per tor­nare a sce­nari di pia­ni­fi­ca­zione cor­retta e soste­ni­bile del ter­ri­to­rio e dei trasporti.




Regionali, solo in Toscana Renzi & Rossi perdono oltre mezzo milione di elettori Pd

L’analisi del laboratorio politico perUnaltracittà sulle Elezioni regionali toscane.


Renzi commenta i risultati come fosse una partita a tennis, 4 a 3, no, 5 a 2. Rossi ringrazia perchè è presidente ancora una volta. Sui principali organi di informazione campeggiano numeri riferiti esclusivamente alle percentuali. Noi vogliamo dare un’occhiata alla realtà, e gridare che il re è nudo.

In Toscana dalle europee 2014 alle regionali 2015 i votanti sono passati da 1.972.406 a 1.441.510, con una perdita secca in dodici mesi di 530.896 elettori che non si sono presentati alla cabina elettorale. Nello stesso periodo Il Partito Democratico passa da 1.069.179 voti agli attuali 614.406: 454.773 elettori che avevano barrato nel 2014 il simbolo del PD non hanno riconfermato la loro fiducia nel Partito.

Per chi ama le percentuali la diminuzione è pari a oltre il 42%: quasi dimezzato il nascente Partito della Nazione. Sempre per gli amanti delle percentuali la grande affermazione di Enrico Rossi, con il 48% che gli consente di evitare un ballottaggio, calcolato in confronto al 48% dei votanti, significa che è stato votato dal 23% degli aventi diritto.

Più che una vittoria un terremoto, un disastro, una sconfessione clamorosa in una delle Regioni con maggiore tradizione di fedeltà elettorale. Solo un toscano su cinque da fiducia al Partito Democratico di Renzi e Rossi. Per questo è utile non farsi distrarre dall’analisi dei cantori del renzismo a tutti i costi per ripercorrere brevemente cosa è successo in questi dodici mesi.

Dalla roboante affermazione renziana, basata come consuetudine del piccolo caudillo rignanese su parole, promesse, televendite e slogan, si è passati alla dura realtà del jobs act e della lotta senza riserve ai diritti dei lavortori, all’adesione totale alle politiche confindustriali (e oltre, vedi Marchionne) che hanno come unico scopo la polarizzazione crescente della ricchezza, e conseguentemente della povertà. Alla distruzione sempre più feroce della scuola pubblica con ricche prebende alle private.

A livello regionale l’adeguamento di Rossi alle politiche renziane è stato veloce e incondizionato, tagli ovunque, una popolazione sempre più povera con sempre meno servizi, una conflittualità sociale crescente e sempre più spesso repressa con violenza dalle divise del Ministro Alfano (che giustamente pochi giorni fa ha rivendicato un anno di politiche di destra fatte da un governo a guida Democratica).

Questa è una sonora bocciatura delle politiche governative, nazionali e regionali. Una bocciatura del partito unico, dell’uomo solo al comando, si chiami Matteo o Enrico. Della protervia del potere che tende solo a conservare se stesso.

Un suggerimento ai responsabili del Partito Democratico: non giustificate l’astensionismo con le gite al mare, molti di quelli che non hanno votato non hanno neanche i soldi per andarci, al mare. Non vi hanno votato per rabbia, per disgusto, per disperazione. E ve li troverete presto davanti, a chiedervi il conto.




Amianto, la Regione tranquillizza il “cittadino elettore” con dati vetusti. Rossi e Bramerini bevete voi l'acqua inquinata

L’ultima classificazione compiuta dall’Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro (Iarc) sulle forme di asbestosi sicuramente cancerogene per l’uomo (Gruppo 1) comprende anche quella derivante dall’amianto ingerito. E i cancerogeni del gruppo 1 Iarc non hanno soglia: l’unica soglia possibile per la sicurezza dei cittadini è zero. Pertanto nell’acqua “potabile” la concentrazione deve essere zero.

Colpisce quindi il ma traduciamo, per semplicità e per favorire una lettura consapevole agli esperti della Regione Toscana e dell’Iss, le conclusioni: “Esistono prove sufficienti per la cancerogenicità di tutte le forme di amianto per l’uomo. Le fibre in amianto provocano il mesotelioma, il cancro del polmone, della laringe e delle ovaie. Inoltre sono state osservate associazioni positive tra l’esposizione a tutte le forme di amianto e cancro della faringe, stomaco, colon-retto. Tutte le forme di amianto sono cancerogene per l’uomo (gruppo 1)”.

A Enrico Rossi, Anna Rita Bramerini e a tutti coloro che giocano con la salute dei toscani lanciamo una sfida: siete pronti a bere un bicchiere d’acqua con dentro sbriciolate un po’ di fibre di amianto? Prima delle elezioni se possibile.

I promotori della Campagna No Amianto Publiacqua: Abc Pistoia, Associazione Acqua Bene Comune Pistoia e Valdinievole, Associazione Esposti Amianto, Associazione Rifiuti Zero Firenze, Attac Firenze, Collettivo Fondo Comunista, Comitato 21 Marzo Gavinana (Fi), Comitato acqua bene comune Prato, Comitato Acqua Bene Comune Valdarno, Comitato fiorentino Acqua Bene Comune, Comitato H2O Montevarchi, Comunità delle Piagge, Cpa Firenze-Sud, Csa Next Emerson, Cub Sanità Firenze, Forum Toscano dei Movimenti per l’Acqua, l’Altracittè-giornale della periferia, Medicina Democratica, perUnaltracittà.




23 Maggio, a Firenze si scende in piazza per il Diritto alla città

Per una Firenze viva che vuole case, servizi, verde pubblico e spazi di socialità (e meno traffico)

Manifestazione/Corteo – 23 maggio ore 17 piazza Indipendenza

Il 2 aprile scorso il consiglio comunale ha approvato definitivamente il regolamento urbanistico: l’insieme di norme e regolamenti che disciplinano e caratterizzeranno lo sviluppo urbanistico ed il futuro dell’intera città nei prossimi anni. Insieme al Piano Strutturale, che in sostanza rappresenta la visione politica della città di Renzi già approvato nella scorsa legislatura, il regolamento urbanistico ne è la trascrizione normativa.

L’attuale Regolamento Urbanistico Fiorentino, quindi, traduce nella pratica la “città renziana” caratterizzata:
– nella forma, nel demandare alle grandi proprietà, lobby finanziarie e dei servizi, consorterie edilizie, le decisioni strategiche sui contenitori dismessi, sul sistema dei trasporti e delle infrastrutture.
– nella sostanza, dalla privatizzazione degli spazi e dei servizi, dall’ulteriore cementificazione dei pochi spazi lasciati liberi della speculazione edilizia.

Questa “città renziana” distrugge ogni residuo di città a misura d’uomo in favore delle merci, materiali o immateriali che siano, e la sua “filosofia operativa” è ben visibile laddove l’attuale Regolamento Urbanistico destina il 60% delle superfici vuote in città agli esercizi commerciali (grande distribuzione) e la restante percentuale ad abitazioni (in vendita e certamente non a prezzi popolari) mentre destina solo una infima parte a verde pubblico, non prevedendo alcun genere di spazi pubblici e collettivi che potrebbero ospitare forme popolari e aperte di socialità, scambio, incontro, mercato, servizi, ecc… come chi vive e si organizza nel territorio chiede e vuole da anni. Tutto ciò pesantemente aggravato dalle previste grandi opere costose e dannose: sottroattraversamento TAV, Inceneritore di Case Passerini e ampliamento della pista aeroportuale

L’Approvazione, ovvia e attesa da tutti coloro che “seguono” le vicende della città, ha certamente il suo peso ma riteniamo che la battaglia sia ancora tutta da giocare. L’approvazione è un passaggio, seppur definitivo e sostanziale, DEL TUTTO FORMALE. La città non cambia “per magia” ed il Regolamento Urbanistico non è il “libro degli incantesimi” degli “apprendisti stregoni renziani”. Al di la’ dell’elaborazione, e dell’ulteriore passaggio dell’approvazione dei vari PIT (piani d’intervento territoriale), tali norme devono tradursi in atti concreti. La città, le aree dismesse interessate, le porzioni di territorio destinate sulla carta ad una funzione o l’altra ecc… dovranno essere CONCRETAMENTE trasformate ed è in questo passaggio realizzativo che l’associazionismo di base e gli abitanti possono intervenire e fare la differenza.

E’ nel contrastare questo passaggio che possiamo e dobbiamo intervenire. Momenti di resistenza localizzata non mancano: dalle occupazioni di case e spazi sociali che contrastano la speculazione edilizia e immobiliare ai comitati che si battono affinchè pezzi di territorio assumano la valenza di bene comune, passando per collettivi e comitati impegnati contro le Grandi Opere costose_nocive_inutili fino ai lavoratori autorganizzati con o senza sindacati che si battono contro la privatizzazione dei servizi, del sapere, della sanità, del patrimonio artistico e culturale ecc… .

Intendiamo questo corteo come un momento di sintesi e messa in relazione di queste lotte. Ci interessano i numeri, certo, ma ci interessa soprattutto rilanciare l’iniziativa sulla città.

L’approvazione del regolamento urbanistico è passata come uno schiacciasassi sulla volontà popolare. Comitati di cittadini e realtà di base hanno portato una critica puntuale e serrata alle scelte dell’amministrazione comunale smascherando il piano venduto come “a volumi zero” dal Sindaco Nardella ma che in realtà prevede incrementi dei volumi fino al 30% e frammenta, lottizza e privatizza le aree Pubbliche, ma la grancassa mediatica del partito di governo in città ha fatto si che non si sia esplicitata una opposizione concreta che se non altro avrebbe portato la questione all’interno del dibattito cittadino.

Pensiamo, quindi, che l’iniziativa del 23 sia un passaggio importante, seppur non decisivo, per una ricomposizione dei percorsi di lotta su un terreno potenzialmente unificante.

Un passaggio che immaginiamo e proveremo a sviluppare, con le dovute specificità cittadine, in stretto collegamento con queste lotte assolutamente centrali e di grande portata contro il nuovo aeroporto, gli impianti di incenerimento e tutte le nocività.

Contro la devastazione del territorio
Contro la privatizzazione dei servizi e della città
Per il diritto a casa, servizi, verde e spazi di socialità per tutt*

Manifestazione/Corteo – 23 maggio ore 17 piazza Indipendenza

I promotori della manifestazione