Dalla scuola dell’emergenza alla scuola nuova

Un centinaio di associazioni ha già aderito alla proposta “Scuole aperte” consegnata oggi alla Regione Toscana e ad altre autorità.

Il documento nasce da una preoccupazione condivisa sul futuro della scuola in tempi di pandemia. Siamo convinti dell’esigenza di ingenti investimenti nella scuola pubblica, della necessità di assumere un maggior numero di insegnanti, di migliorare la qualità e la sicurezza degli spazi scolastici, e denunciamo fermamente i tagli programmati al numero di classi che, a dispetto dell’emergenza sanitaria, porterebbero alla formazione di classi pollaio. Questi interventi spettano alle istituzioni, ma quale può essere il nostro contributo come realtà eterogenee del territorio?

La proposta che facciamo è semplice. Mettiamo a disposizione spazi extra scolastici (circoli, parrocchie, spazi associativi, cinema e teatri, parchi, fattorie didattiche, ecc.) da utilizzare come aule diffuse, scongiurando il rischio che a settembre, per mancanza di spazi sufficienti a praticare il distanziamento fisico, bambini e ragazzi si ritrovino a fare ancora didattica a distanza individuale da casa e promuoviamo invece la didattica in piccoli gruppi.

Le modalità operative potranno essere approfondite e differenziate a seconda delle fasce di età e dei contesti territoriali. La nostra proposta comprende a titolo di esempio anche un format per la messa a disposizione di spazi extrascolastici per attività curricolari e non, ma ovviamente i dettagli dovranno essere messi a punto attraverso una fase successiva di approfondimento con la partecipazione di tutte le componenti della comunità scolastica allargata.

È in costruzione una mailing list dei firmatari per favorire il coordinamento e lo scambio di buone pratiche propedeutiche all’avvio di sperimentazioni nelle scuole, aperta a tutti coloro che vogliono contribuire alla costruzione di reti territoriali per l’educazione diffusa.

In fase di sperimentazione sarà opportuno attivare sinergie con il mondo della ricerca e un confronto con altre esperienze, ad esempio la simulazione in corso in 5 scuole piemontesi supportata dal Politecnico di Torino.

La proposta “Scuole aperte”, nata nell’ambito territoriale Firenze-Pistoia, in sole due settimane ha raccolto un centinaio di adesioni e ha ben presto ha travalicato i confini regionali, avviandosi a diventare una campagna nazionale che chiunque può fare propria e promuovere localmente.

La trasformazione in realtà può avvenire solo se nei singoli territori si formano reti di soggetti/spazi per l’educazione diffusa, policentrica, che integri finalmente scuola e territorio.

Questa infatti è la nostra vera sfida: costruire non la scuola dell’emergenza ma la scuola nuova che in tanti auspichiamo da tempo.

18 Maggio 2020

Associazione La Città Bambina

per info: lacittabambina@gmail.com




Antonio Tabucchi, un racconto inedito arriva in libreria

Con la nuova edizione de Gli Zingari e il Rinascimento introdotta da Salvatore Settis

Dopo un’assenza di 20 anni, torna in libreria Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, ripubblicato da edizioniPiagge con alcuni preziosi inediti. Il pamphlet di Antonio Tabucchi è il racconto di un “viaggio all’inferno”, appena dietro l’angolo della capitale del Rinascimento, dove l’autore scopre la realtà desolante e disumana di un campo nomadi e la difficile esistenza dei suoi abitanti. Da questo incontro inatteso nasce una vera amicizia e matura l’indignazione e il malessere per il trattamento riservato ai Rom da Firenze, “città volgare”, scandalosa nel suo tradire il senso dell’umanesimo a favore del culto dell’effimero, del successo, del denaro.

La nuova edizione contiene anche una sorpresa, l’inedito Diciannove di agosto, quasi un “regalo postumo” dello scrittore alla comunità delle Piagge, a cui lo univano rapporti di amicizia e stima. In una notte di luna e di festa uno zingaro racconta l’assassinio di Garcia Lorca, cantore appassionato della magia gitana, che pagò con la vita il suo impegno civile e politico. Un doppio omaggio, quindi, alla cultura rom e al grande poeta andaluso, declinato da Tabucchi nel suo stile onirico, tra il ricordo e l’apparizione, oscillante tra passato e presente.

Gli Zingari e il Rinascimento, uscito nel 1999, risuonò come un atto d’accusa alla città e andò presto esaurito, ma, a distanza di anni, scrive Alessandro Santoro nell’introduzione, “con Antonio avevamo amaramente constatato che a Firenze, in Italia e in Europa niente o quasi era cambiato” e restava attuale e irrisolta la questione rom. Nel 2011 Tabucchi iniziò così a lavorare con edizioniPiagge ad una ripubblicazione del testo, mettendo a disposizione altri suoi materiali sul tema. Il progetto ha trovato oggi compimento grazie all’impegno della Comunità delle Piagge e della moglie di Antonio, Maria Josè de Lancastre.

Scrive nella prefazione Salvatore Settis: “Antonio Tabucchi non è mai caduto, come tanti intellettuali, nella tentazione di reagire alle difficoltà del presente chiudendosi in un dignitoso silenzio… al contrario, ha saputo vigorosamente parlare da cittadino ai cittadini, utilizzando con umiltà e con rigore il suo acume nel giudicare il mondo, le sue straordinarie abilità nel raccontarlo”.

E di questo impegno ci parlano anche i risvolti di copertina: “In tempi duri per i tanti poveri che affollano le nostre città, per i diversi, per chi non è parte della maggioranza, per chi proviene da paesi segnati dal dolore, dalla miseria, dalla violenza, i pensieri e le parole di Antonio Tabucchici aiutano a tenere dritta la barra della nostra umanità. Per questo la lettura de Gli Zingari e il Rinascimento e di altri suoi scritti, a venti anni di distanza, ci appare quanto mai attuale, utile e necessaria”.

Il libro è disponibile in tutte le librerie Feltrinelli e nelle librerie indipendenti, oltre che sul sito di edizioniPiagge.

www.edizionipiagge.it | info@edizionipiagge.it




L’uomo dell’ombrello – elegia per Idy Diene

di Alessio Lega

L’uomo dell’ombrello
elegia per Idy Diene, senegalese, venditore di ombrelli, ammazzato a Firenze.

Son passato a ripa d’Arno questa sera
là dove degli immensi scalini nel letto del fiume
fanno frangere l’acqua in una cascata ripetuta.

C’era come un sordo grattare, un ringhio di belva
un rumore di tempesta imminente,
ma nascosta, celata agli sguardi.

Ho visto il lumino, il mucchietto di fiori
la bicicletta legata lì di fianco.
La pioggia scollerà il volto stampato sotto il nome del ponte
e perderà questi poveri testimoni: il lumino ed i fiori
e dell’uomo ucciso dalla belva dell’uomo
non sarà che uno scuro ricordo di morte
e quel poco di sangue nell’acqua passata.

Nella mia piccola cosmogonia c’è un Pantheon di simboli
uno di questi è l’ombrello. C’è un film che ho visto
al tempo in cui mi stavo facendo uomo
che inizia con un uomo nella pioggia ed una donna
lui dice “Ombrello?” lei risponde “Ombrello e protezione”.

Hanno sparato all’uomo dell’ombrello,
hanno ucciso la protezione che dobbiamo ad ognuno
e siamo per sempre bagnati da tutta la pioggia del Mondo.

L’ombrello come la bicicletta è un piccolo capolavoro
oggetto sacro di una tecnologia minima e geniale
attrezzo umile e prezioso refrattario alla proprietà:
quanti ombrelli ho perduto ed ho rubato?
L’ombrello è di chi ne ha bisogno.

Hanno sparato all’uomo dell’ombrello
e siamo per sempre bagnati da tutta la pioggia del Mondo.
Ho accusato i razzisti, osceni di potere,
chi fa strame e non bada che sta gettando noccioline
al mostro della Storia, che ci sbranerà ancora una volta.

Vi ho accusato fascisti del terzo millennio, che siete pochi, pochissimi
e per quanto pochissimi appestate l’aria di lezzo di morte
ma siete come il proiettile, inutile orrore
di cui è carica la grande pistola sociale
carica e pronta ancora a sparare.
Ho accusato il Capitale, che da sempre sta al comando
che fa affari vendendo la vita e tutto mangiando.

Ma oggi non perdono noi altri, non perdono chi s’è distratto
chi ha rimandato, chi ha sbagliato, chi non ha potuto.
Hanno sparato all’uomo dell’ombrello, non l’abbiamo protetto
e siamo per sempre bagnati da tutta la pioggia del Mondo.
Non perdono questa chitarra tarlata di buone intenzioni
queste stupide canzoni cui ho dedicato metà della vita
metà a scriverle, metà a cantarle, queste inutili canzoni
che nemmeno in mille anni cambieranno la testa di nessuno.
Non perdono i mille e mille libri accumulati
che più che sapere hanno costruito nella mia casa un muro
dalle cui feritoie forse scorgo l’uomo che vende gli ombrelli
ma non l’ho salvato, non mi perdono e la vita ho buttato.

Non perdono certo i falsi compagni
(che ormai fra di loro si chiamano “amici” e in realtà si odiano tutti)
stanno assieme finché gli serve, dicono “stai tranquillo”
e già vedi il pugnale nel fianco. Loro sono da tempo i nemici,
ma voi che come me avevate gli occhi
e avete retto loro il gioco, perché non c’era altro da fare
a voi non vi perdono più, non avete salvato l’uomo dell’ombrello.
Non perdono i compagni burocrati divisionisti
che dalla sacra trinità laica hanno strappato un petalo
hanno preso Libertà e Uguaglianza e hanno tolto Fraternità
e non sanno che se pure liberi e uguali
siamo anche soli e perduti e assetati e affamati
e siamo niente se non c’è una mano fraterna.
Sono tre parole che vivono assieme, che da trecento anni
illuminavano ogni nostro passo.
Non perdono i compagni che festeggiano l’uno per cento
e che dicono “certo, se ci avessero fatti passare in Tivù
saremmo di più, saremmo arrivati anche al tre!”
Come quei somari e quei briganti sulla strada di Girgenti.

Ditemi un po’, compagni, ebbe migliore pubblicità il Manifesto di Marx?
(Per non parlare delle opere dei miei compagni anarchici
che passavano clandestine di mano in mano).
C’era forse la diretta nazionale per la Prima Internazionale?
Eppure qualcosa loro l’hanno fatta.
Voi non avete salvato l’uomo dell’ombrello, mentre lui moriva
eravate a festeggiare il vostro voto, e perciò non vi perdono.
Non perdono i miei compagni anarchici, e non mi perdono con loro.
Disuniti su tutto, incapaci di fare un fronte comune
sospettosi soprattutto di noi stessi, ripiegati su una storia gloriosa
compiaciuti – si direbbe – nel ruolo delle vittime.
Quanti calci in culo ci darebbe Malatesta con Durruti!
Quanti calci in culo ci darebbero i marinai di Kronstad!
Perché passi che non abbiamo difeso la rivoluzione dallo Stato
ma soprattutto non abbiamo salvato l’uomo dell’ombrello.

E ora ripasso a ripa d’Arno, la notte si fa sempre più profonda
la pioggia sta lavando la mia rabbia,
la fa levigata e sorda di pianto e di vergogna.
Seccherà e si farà tutta di cenere.
Abbiamo poco per rifarci una speranza:
un pugno di cenere nel vento
una macchia di sangue a ripa d’Arno
un tempo che ringhia troppo forte
e vorticante si getta verso il nulla.

Ma di cenere e di sangue è fatto l’uomo
e da questi si dovrà ricominciare
e speriamo che l’uomo dell’ombrello
sia disposto ancora a darci protezione




La paralisi bianca e l’uomo nero

Paolo Rumiz da Repubblica

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché? Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare. Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici. Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.

Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani. Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato — Brexit — di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di separarsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.

Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo. Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità. E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude. Chi fomenta odio razziale, con o senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori. È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero. È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.




Come riconoscere il fascismo eterno

Lorenzo Guadagnucci per comune.info

Umberto Eco nel 1995 tenne alla Columbia University una conferenza sul “Fascismo eterno”, appena pubblicata in uno smilzo libretto dall’editore La nave di Teseo. E un testo vivace e acuto, com’erano le conferenze di Eco.

Ci sono alcuni punti del discorso degni di speciale attenzione. Uno riguarda la natura del fascismo, che Eco distingue dal nazismo per la sua “sgangheratezza” ideologica, fu brutale, in sostanza, ma non totalitario. Dice Eco che “il termine fascismo si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista”.

Da tenere a mente, in particolare, l’esemplificazione, che aiuta ad orientarsi anche nei tempi presenti: “Togliete il colonialismo”, scrive Eco, “e avrete il fascismo balcanico; aggiungete al fascismo italiano un anticapitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culto della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al fascismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola”.

Il cuore della conferenza è nei 14 punti che Eco individua come caratterizzanti il “fascismo eterno”: alcuni sono da tenere a mente, come la “paura della differenza”, “l’appello alle classi medie frustrate”, l’idea che “la vita è una guerra permanente”, “il disprezzo per i deboli”, “il machismo”, ossia il trasferimento della volontà di potenza su questioni sessuali.

Contrastare il fascismo per le sue premesse e le sue promesse, oltre che in ragione dei misfatti storici compiuti, implica la necessità di riconoscerlo anche – forse soprattutto – quando si manifesta sotto mentite spoglie, privo di labari, simboli e motti del Ventennio: la piccola guida di Umberto Eco può essere d’aiuto, visto che leggendolo vengono in mente situazioni, avvenimenti, personaggi che non sono considerati fascisti ma che a tale famiglia appartengono.




Natale per ricostruire la Speranza

Gesù nasce al tempo del censimento ordinato dall’imperatore dove tutti venivano contati, registrati per essere controllati dal potere.

Anche il nostro tempo e il nostro cuore assomigliano molto a quel tempo; i nostri passi, i nostri pensieri, le nostre scelte sembrano sottomettersi alla logica dello scontato e del consueto;
un po’ rassegnati e un po’ insteriliti ci facciamo costruire la vita addosso e consumare dall’abitudine e dalla paura.

Quando diventiamo così la notte si fa tenebra, non ci riconosciamo più, si sfaldano tutte le speranze, si amplificano le difese, i muri, le indifferenze e la disumanità si fa spazio dentro e fuori di noi.

Ma in questo lungo inverno del mondo che sembra avvolgere tutto, un bambino di nome Gesù nasce clandestino, fuori posto in una mangiatoia, e ci invita a ricongiungere di nuovo terra e cielo, a tornare ai giorni del rischio, al fremito tenero e profondo del desiderio, a cominciare ad abbattere i muri della sopraffazione, dell’indifferenza, della frantumazione che provocano solo guerra e disumanità.

Questo Natale ci invita a ricostruire il muro della speranza, come segno da contrapporre ai troppi alti e prepotenti muri che separano ed opprimono; un piccolo muretto dove sedersi tutti insieme a cantare ed attendere la Vita, dove il pezzetto di ognuno, con le sue sapienze, i cammini, le speranze, diventa prezioso, incrociandosi e congiungendosi con quello dell’altro.

Ho la sensazione che solo lì e solo così potrà nascere ancora una volta Gesù… allora diventiamo insieme apprendisti e manovali della speranza perché vinca la Vita.
Buon Natale.

Alessandro prete e la Comunità delle Piagge




12 novembre, il Camminalibro sui colli fiorentini

Camminare nella natura con piccole soste in compagnia di libri speciali: è la proposta di EdizioniPiagge che per la seconda stagione propone il “Camminalibro. Passeggiate da leggere tutte d’un fiato”. Primo appuntamento domenica 12 Novembre con un trekking ad anello alla scoperta delle colline sopra Bagno a Ripoli, in compagnia del libro di don Fabio Masi “Un viandante sulle tracce di Dio. Frammenti di un cammino”, pubblicato da EdizioniPiagge.
Partendo dalla Chiesa di S. Stefano a Paterno, sopra Bagno a Ripoli – dove Fabio Masi vive e celebra messa – il percorso si muoverà verso il passo di Terzano tra oliveti e vigneti, fino a fare una parte della via Ghibellina, antico cammino tra Firenze e La Verna, per ritornare infine su questo tracciato alla chiesa di S. Stefano. Lì è prevista una merenda e un incontro con l’autore del libro “camminato”, Fabio Masi.
La partenza è fissata alle 14.30 dalla chiesa di S.Stefano a Paterno. La camminata è facile e dura circa 2 ore, sono consigliate scarpe da trekking e borraccia.
La quota di iscrizione è di 10 € a persona comprensiva del libro che sarà letto lungo il percorso, 3 € per altri familiari, 7 € per i compagni di EdizioniPiagge.
Prenotazioni entro venerdì 10 novembre.
Per maggiori informazioni: tel. 055.373737 – mail: ilmuretto@libero.it

“Un viandante sulle tracce di Dio. Frammenti di un cammino” racconta l’esperienza viva, sofferta, profonda, faticosa ma piena di un uomo e prete “impastato e impregnato di vita”, che ha accompagnato, ascoltato e assorbito le storie di tanti e tante e nella quotidianità ha provato a rintracciare Dio e il suo respiro vitale.
Fabio Masi è prete dal 1955. E’ stato parroco a S. Luca a Vingone per 18 anni e dal 1982 è parroco di S. Stefano a Paterno a Bagno a Ripoli, dove vive.




Quattro chiacchiere di fine estate con le Mamme no Inc

Nei quartieri dove vogliono confinare il degrado ambientale è possibile rispondere con la ricchezza sociale? Sì. Se tutta la città saprà difendere i suoi luoghi, le sue Comunità…




Camminare e ricordare, verso S. Anna di Stazzema

Camminare e ricordare, camminare e conoscere, per nutrire dentro di noi il rifiuto della guerra.

“La memoria in cammino” è un percorso di tre giorni a piedi dal 26 al 28 maggio, da Avenza a S. Anna di Stazzema, dove il 12 agosto 1944 furono uccise per rappresaglia oltre 400 persone, molte donne e bambini, la più piccola aveva 20 giorni.

L’idea nasce dal libro di Lorenzo Guadagnucci che racconta quella strage – “Era un giorno qualsiasi” (Terre di mezzo editore) – e dalla vicenda di sua nonna Elena, uccisa quel giorno dai tedeschi.

“È un po’ un “seminario itinerante” – spiega Guadagnucci – che abbina l’ascesa a Sant’Anna al ragionamento sulla violenza e sulla guerra, con l’obiettivo di aggiungere alla memoria degli eccidi nazifascisti, talora retorica e strumentale, la prospettiva dell’opposizione popolare alla guerra. Camminando in quei luoghi, fra l’altro molto belli, rifletteremo sull’esempio di chi non fu né vile né eroe ma testimone ed esempio di dignità. Parleremo di resistenza nonviolenta in Italia durante l’occupazione nazista e della memoria come veicolo di valori e chiave di lettura per capire il presente”.

Il percorso parte da Avenza (Carrara), dove i Guadagnucci risiedevano, e arriva a Sant’Anna di Stazzema, dove Elena Guadagnucci fu uccisa dal battaglione delle SS responsabile della strage. Organizzano e promuovono l’iniziativa: Pro Loco Avenza sulla Francigena, parrocchia di San Pietro di Avenza, Terre di mezzo Editore.

INFO E ISCRIZIONI avenzasantanna@gmail.com (massimo 25 persone, costo previsto circa 90 euro, comprensivo di due pernottamenti e colazioni, due cene, quota di partecipazione alle spese di conferenza e seminario: è tutto autofinanziato).
Per aggiornamenti e altre notizie vedi il blog Era un giorno qualsiasi.

Programma (provvisorio)

VENERDI’ 26 MAGGIO 2017
Ritrovo nel pomeriggio ad AVENZA (Carrara)
ore 19 – Cena collettiva in trattoria
ore 21 – RESISTERE SENZ’ARMI
Conferenza pubblica di Ercole Ongaro, autore di “Resistenza nonviolenza 1943-1945” e di Pietro Di Pierro sulla resistenza civile nell’area apuana
Pernottamento in ostelli per pellegrini della Via Francigena

SABATO 27 MAGGIO 2017
ore 8 – Partenza da Avenza. Cammino fino a Pietrasanta lungo la Via Francigena (circa 7 ore)
ore 16,30 – 18,30, Pietrasanta – Seminario sull’opposizione popolare alla guerra oggi e nella storia
ore 19, Pietrasanta – Cena collettiva in pizzeria
Pernottamento in Bed & Breakfast

DOMENICA 28 MAGGIO 2017
ore 7,30 – Partenza da Pietrasanta, cammino verso Sant’Anna di Stazzema attraverso la mulattiera di Valdicastello (circa 3 ore e mezzo)
11 – 13,30 – Visita a Sant’Anna di Stazzema guidata da Lorenzo Guadagnucci e Claudia Buratti, nipoti di vittime dell’eccidio
Rientro lungo lo stesso percorso

(c.s.)

 




Il test (e il guanto). L’AIDS esiste ancora

Oggi 1° dicembre è la Giornata mondiale contro l’AIDS. L’Aids, la sindrome di immunodeficienza acquisita causata dal virus HIV di cui si parlava tanto negli anni Ottanta, e adesso molto meno, non è stata estirpata. L’Africa è oggi il paese più colpito, ma l’Europa non sta ancora bene, e nemmeno l’Italia. Nel 2015 ci sono state 3500 nuove diagnosi, e molte di queste persone non avevano idea di essere malate. Non avevano fatto il test, che invece è importante per iniziare presto una terapia. Oggi infatti ci sono farmaci efficaci, e ci si può curare, ma non guarire: la malattia rimane, cronicizza. Oltre al test quindi è sempre molto importante prevenire il contagio, per esempio usando il preservativo.

Riccardo Naldini ha postato su Facebook un suo video che qualche anno fa ha vinto il primo premio al Queer Festival di Firenze. Non lo conoscevamo, ci sembra molto efficace, così lo rilanciamo qui.