Beppino perdono. E' il giorno dell'abbraccio

englaro1di Mario Lancisi

I preti “scomodi” dell’Isolotto e delle Piagge accolgono il padre di Eluana. Don Santoro: la Chiesa è quella che nasce dal Vangelo, capace di scrivere solo parole d’amore. Nel vescovo non ho visto amore

A Beppino Englaro devono essere risuonate in testa le parole del cardinale Javier Lozano Barragan che lo ha accusato di aver voluto uccidere la figlia Eluana quando don Alessandro Santoro, giovane prete della comunità delle Piagge, quartiere popolare di Firenze ovest, a due passi dall’aeroporto, gli ha chiesto perdono e ha aggiunto che nel suo dolore di padre ha visto il volto di Dio. Due modi di essere Chiesa: la condanna e l’abbraccio. Ieri, per Beppino, è stato il giorno dell’abbraccio. Non c’è da stupirsi che ad Englaro, venuto a Firenze per ricevere la cittadinanza onoraria, concessagli da un consiglio comunale diviso, lacerato, gli abbracci siano venuti dalle comunità di due preti fiorentini, don Enzo Mazzi dell’Isolotto e don Santoro.

Betori e i preti scomodi. A Firenze infatti c’è l’arcivescovo Giuseppe Betori che ha definito la cittadinanza onoraria a Englaro «un’offesa alla città» e ha organizzato veglie di preghiere perché non venisse tolto il sondino a Eluana, ma anche una storia di cattolici e preti scomodi, al limite dell’eresia, da La Pira a don Milani, da padre Balducci a padre Turoldo.
Lo stesso Mazzi faceva parte di questo mondo di tonache di frontiera quando, a capo della comunità dell’Isolotto, il 31 ottobre 1968 fu rimosso dall’allora cardinale di Firenze Ermenegildo Florit per aver solidarizzato con gli occupanti del Duomo di Parma in lotta contro la Chiesa della ricchezza e dei privilegi. Quello dell’Isolotto fu il primo caso di contestazione ecclesiastica in Europa e diede la stura al ’68 dei ribelli cattolici.

Tra messa e assemblea. Oggi la comunità di don Mazzi si riunisce ogni domenica nelle baracche del quartiere per celebrare l’eucarestia: preghiere, letture bibliche e distribuzione di pezzetti di un pane preparato dalle donne della comunità. Ma si discute anche. Di problemi sociali. Come la vicenda di Englaro. Ieri il tema era: «Testamento biologico e amore per la vita». Nei fogli distribuiti ai partecipanti il volto di una ragazza con un fiore e la frase: «Amare la vita vuol dire amare anche la sua finitezza».

Ai confini della vita. Don Mazzi, seduto accanto ad Englaro, ha esordito sottolineando che «le consonanze con Beppino sono più profonde delle differenze e quest’eucarestia è il segno di una pluralità che c’è anche nella chiesa cattolica come, del resto, nel mondo sociale e politico». Don Mazzi ha rinvenuto il filo rosso di una consonanza tra la sua comunità e le posizioni di Englaro nell’idea che la «morte non può essere un tabù», ma che essa fa parte della vita. No quindi a qualsiasi forma di accanimento terapeutico e rispetto della coscienza di ogni uomo.

Il ricordo della figlia. Englaro si è detto commosso per l’accoglienza, ha ricordato la scelta di Eluana che non voleva su di sè l’accanimento terapeutico esercitato nei confronti di un amico e ha precisato che sua figlia era consapevole di quello che aveva detto ai suoi genitori. «In un ambiente come il vostro così vivo e vitale Eluana si sarebbe trovata molto beme», ha detto Beppino.

Io, padre e cittadino. Gli è stato chiesto perché non ha fatto solo il padre, gestendo in maniera privata il suo dolore: avrebbe potuto «accompagnare dolcemente alla morte» la figlia senza il clamore politico e mediatico che invece ha suscitato la sua battaglia da cittadino. Englaro ha risposto con cinque parole: «La vera libertà è dentro la società». Come dire che nella storia dolorosa di sua figlia Beppino ha voluto vestire i panni sia del padre che del cittadino. Ha voluto condurre una battaglia civile.

Molte le testimonianze di solidarietà giunte a Englaro. Alcune provenienti da monaci e sacerdoti. Come ad esempio don Renzo Fanfani, ex parroco a Empoli.

Perdono, Beppino…Dopo l’Isolotto, nel pomeriggio Englaro è stato ospite della comunità delle Piagge di don Santoro. «Non ho l’arroganza di pensare di aver visto Dio e l’unico Dio possibile che posso intravedere, eventualmente, è nel dolore composto, nella fede laica profonda della vita, in questa battaglia civile che tu hai deciso di portare avanti», ha esordito don Santoro. Che ha usato parole molto critiche nei confronti della gerarchia ecclesiastica e di mons. Betori. Sì, perchè, ha detto, la Chiesa è quella «che nasce dal Vangelo, capace di scrivere solo parole d’amore vero. Nei vertici ecclesiastici, nel mio vescovo, questo amore non l’ho visto». Commosso, Santoro si è detto «profondamente disturbato da quest’onniscienza, da questa ostentata sicurezza e onnipotenza della Chiesa. In questa onniscienza e onnipotenza io non mi riconosco, non mi riconosco in questo coro indecoroso, in questo spettacolo osceno. Di quel cristianesimo io non so cosa farmene, non riesco a credere, non mi ci riconosco».

[Fonte Tirreno]