All'Isolotto arriva il Bottegotto, un sogno equo e solidale

di Alessandra Modica da Diario di Firenze

Il 7 novembre verrà inaugurato il “Bottegotto”, la prima bottega di commercio equo e solidale del quartiere 4 dell’Isolotto. All’interno del locale – che verrà inaugurato alle 16.00, in via Modigliani n.51 – si troveranno i prodotti alimentari del commercio equo e solidale non producibili in Italia – come caffè, tè, cioccolata, legumi, risi, cous cous, amaranto e quinoa -, prodotti biologici dalle Terre di Loppiano – soprattutto miele e marmellate a km quasi zero.

All’interno del locale si potranno trovare prodotti della cooperativa corleonese “Libera e non solo”, agende e riviste legate al consumo critico e al commercio equo, borse e accessori di materiale riciclato, cosmetici Natyr e alla canapa di Verdesativa, detersivi sfusi a basso impatto ambientale di Officina Naturae, assorbenti in materbi e coppetta mestruale – Mooncup-, artigianato, idee regalo, giochi per bambini e molto altro.

Oltre a essere una bottega, il Bottegotto si propone di diventare un punto di incontro per tutti coloro che vogliono parlare del commercio equo e ritrovarsi per organizzare eventi culturali di ogni tipo. La bottega nasce dalla collaborazione tra l’”Associazione Equobi”, fondata nel 2008 da un gruppo di giovani volontari desiderosi di attivarsi per migliorare il mondo attraverso la diffusione del commercio equo e solidale, e la cooperativa no-profit di consumo “Il Villaggio dei Popoli”, presente sul territorio fiorentino dal 1990, con una bottega in via dei Pilastri, aperta dal 1995.

Per capire qualcosa di più abbiamo intervistato Chiara Bettarini, coordinatrice del lavoro nel Bottegotto e fondatrice dell’associazione.

Come mai avete deciso di fondare un’associazione di commercio equo proprio in questo momento in cui è difficile entrare nel mondo dell’imprenditoria e del commercio, e ancor di più nel mondo del commercio equo e solidale?
Direi che è stata una scelta dettata soprattutto dall’entusiasmo giovanile. Quando abbiamo cominciato a ragionare di una possibile futura apertura di una bottega di commercio equo, facevo volontariato al Villaggio dei Popoli ed era un’attività che mi piaceva e coinvolgeva, e avevo un’età tale da farmi pensare che tutto fosse molto semplice, o per lo meno non troppo complicato. L’idea è di circa 4-5 anni fa, anche se il progetto poi è stato preso seriamente solo qualche anno dopo. Siamo nati come un gruppo informale, abbiamo messo su un circolo di studio nella biblioteca di viale dei Pini, con incontri di formazione su come fare ad aprire una bottega del mondo nel quartiere 4 e con gli anni poi si è deciso di acquisire un’identità e creare una vera e propria associazione di volontariato, così da poter partecipare anche a bandi e cose del genere. Poi la cooperativa aveva già fatto un progetto simile, che però era andato male, per cui diciamo che questo è il secondo tentativo.

Come mai proprio il quartiere 4?
Beh, perché consapevoli che il quartiere 4 è un po’ sui generis, direi il più particolare della città, per la sua storia sociale e politica fuori dalla norma. Infondo, negli anni ‘60 e ‘70 le comunità di base e quei movimenti sociali sono nati proprio qui. Oggi forse non è più il quartiere di un tempo, si è un po’ imborghesito, ma comunque continua a essere caratterizzato da una certa sensibilità.

Il simbolo dell’associazione Equobi è un bassotto… perché proprio un bassotto?
Perché il commercio equo è una sorta di economia che parte dal basso, e cerca di dare dignità al “basso”. Ci piaceva l’idea dell’economia dal basso, che non può fare a meno dei paesi in via di sviluppo, e che con questi instaura dei rapporti paritari.

Non ci sono stati dei momenti di sconforto, visto il tempo necessario per riuscire finalmente a raggiungere l’obiettivo di aprire la bottega?
Sì, qualche momento di sconforto c’è stato anche perché spesso ci siamo mossi con poca prudenza, facendo delle scelte impulsive, illudendoci per molto tempo che avremmo aperto a breve, e illudendo anche la cittadinanza, mentre ci siamo trovati a fare i conti con una realtà non tanto rosea. Il continuo procrastinare il progetto, alla lunga, è stato un po’ frustrante, anche perché il rischio era quello di perdere credibilità. Poi per fortuna ci sono state delle persone che si sono interessate al progetto e che ci hanno affittato un fondo commerciale a una cifra irrisoria, per cui o si coglieva l’occasione o si abbandonava il progetto. E l’abbiamo colta, e concretizzata.

E come funzionerà la gestione del Bottegotto, dato che tu sarai l’unica dipendente?
La bottega funzionerà in buona parte grazie ai volontari. Io avrò un contratto part-time, quindi in realtà le ore di lavoro saranno relativamente poche, per ridurre al minimo, per quanto possibile, l’impatto del costo del lavoro. Questa credo sia una delle maggiori contraddizioni del commercio equo: si difendono i diritti dei lavoratori del sud del mondo, ma non si riesce ad andare avanti senza il volontariato. All’interno del commercio equo, infatti, risulta difficile garantire lavoro sicuro, stabile. Si vive in una situazione di precarietà, ma per ora non ci sono altre soluzioni possibili: l’alternativa sarebbe non fare attività che riguardino il commercio equo.

Una delle motivazioni che spingono la gente a non comprare i prodotti del commercio equo è il loro prezzo, più alto rispetto a quello dei prodotti “normali”. Come si giustifica questo?
Secondo me la domanda che bisogna porsi non è perché i prodotti del commercio equo hanno dei prezzi più alti di quelli del commercio tradizionale, bensì perché i prodotti del commercio tradizionale hanno prezzi più bassi. Noi siamo abituati a dei prezzi che ragionevolmente non hanno senso, e invece non siamo abituati a chiederci da cosa è determinato il prezzo di una merce, e se questo corrisponde esattamente al suo valore. Tutti quanti abbiamo l’idea che bisogna spendere poco. Ma chi l’ha detto? Cosa vuol dire “spendere poco”? Bisogna spendere quanto è giusto spendere per una certa cosa, in modo che tutti coloro che hanno partecipato alla sua produzione possano condurre una vita quanto meno dignitosa. Il vero problema quindi è che spendiamo troppo poco: ottenere prodotti a un prezzo basso implica comprare prodotti spesso di bassa qualità e che contribuiscono a incrementare i meccanismi di iniquità sociale che stanno alla base del sistema attuale. Forse allora sarebbe meglio spendere un po’ di più, consumando un po’ meno.

Non temete che il fatto che il Bottegotto si presenti come “la bottega dell’Isolotto” possa creare una sorta di esclusione dei clienti che vengono da altri quartieri, anche limitrofi?
Sì, in parte forse sì. Però d’altronde è anche vero che l’Isolotto è una zona periferica, dove non ci sono molti uffici, quindi diciamo che in generale è concepita come una bottega di quartiere, anche se nessuno chiederà ai clienti da dove vengono. Semplicemente si tende a presumere che i clienti saranno soprattutto quelli dell’Isolotto. Non è bello da dire, ma probabilmente l’Isolotto ha intrinseca questa caratteristica dell’essere isolato, escluso dal resto della città, o meglio, una città dentro la città. E’ un quartiere che ha un’identità molto forte, che si percepisce facilmente, per le sue peculiarissime caratteristiche. E’ un’isoletta felice in una città caotica e adesso avrà la sua bottega di commercio equo, aperta a tutti, che sia chiaro!