15 Dicembre 2019

A Piero, un libro per ricordare e continuare la lotta

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Piero Colacicchi ci ha lasciato l’11 agosto dello scorso anno.
Due mesi dopo, un gruppo di amici e compagni di strada si ritrovavano per un incontro a lui dedicato, dove condividere pensieri, testimonianze e storie comuni. Oggi da quell’incontro è scaturito un piccolo prezioso libro, pubblicato da Fuori Binario, nella convinzione che “dobbiamo a persone come Piero se rimane la speranza, di fronte a poteri sempre più arroganti nei confronti dei deboli, di potersi mantenere, o divenire finalmente, umani e civili. In tempi in cui prevalgono, fra chi ci governa ma anche anche nella società, sentimenti di ostilità verso i migranti, i Rom, gli emarginati, è di estrema importanza mantenere vivo il suo ricordo, prezioso per chiunque ritenga che un altro mondo è possibile”.
Il libro – che sarà presentato e distribuito martedì 10 febbraio dalle 17,30 alle 19 al Circolo Arci di Porta al Prato, Via delle Porte Nuove 33 a Firenze – raccoglie due scritti di Piero Colacicchi e quindici testimonianze. Di seguito due brevi estratti dai ricordi di Adem Bejzak e Sergio Bontempelli.

Adem Bejzak:
Ho appreso della morte di Piero dopo una settimana dalla morte di mio padre. Ero in Serbia ed ho avuto la notizia da Paola Cecchi. Ho provato lo stesso dolore intenso di quando è morto mio padre. (…) I ricordi sono molti e si assiepano nella mente: il primo incontro nel 1991, la lotta a Firenze per contrastare gli sgomberi, la manifestazione per i 1000 anni dall’arrivo dei rom in Europa, la fondazione dell’Associazione rom e sinti in Italia, la costruzione del tavolo rom al Comune. Piero conosceva le leggi italiane ed il diritto internazionale, ma soprattutto Piero sapeva ascoltarci, comprenderci e sapeva fare sue le nostre istanze. Perdere Piero non è stato soltanto perdere un caro amico, un compagno di strada e un compagno di lotte per i diritti umani, un intellettuale gagio, un fine umanista ed un sostegno prezioso. Perdere Piero è stato come perdere una parte della nostra storia e della nostra voce, quella voce, quel racconto di noi, quei suggerimenti che lui sapeva ascoltare e portare nella società italiana, nel mondo della cultura e nelle istituzioni stesse. Anche grazie a Piero i nostri figli e i nostri nipoti oggi sono cittadini e giovani che cercano di costruirsi un futuro diverso e migliore.

Sergio Bontempelli:
Confesso: per me non è facile parlare di Piero. (…) Forse, la scelta migliore è spiegare cosa ho imparato da Piero. E mi vengono in mente due insegnamenti, che sembrano semplici ma invece sono “difficili”: terribilmente complicati, come lo sono a volte le cose più elementari.
Il primo. Piero conosceva tantissime persone rom, e le considerava appunto “persone”. Sembra banale, vero? «Prima le persone»: pare uno slogan, di quelli che si usano in campagna elettorale. Ma nulla è banale, quando si parla di rom e di sinti.
Perché chiunque si avvicini al mondo romanì comincia sempre con le domande sbagliate: si chiede quale sia la «cultura», quali siano le «caratteristiche etniche», le «tradizioni». Sembra quasi che ogni rom debba essere un portatore passivo di cultura: non uno che pensa, fa la sua strada, si interroga. No, i rom sono «rom» e basta: prodotti meccanici di una “etnia” immobile e sempre uguale a se stessa. Piero conosceva tante cose delle «culture rom» (usiamo il plurale, almeno…), ma non ha mai «inchiodato» le persone alla loro provenienza. Ha sempre pensato ai rom e ai sinti come ad un pluriverso di persone.
Il secondo insegnamento lo definirei così: la centralità dei diritti.
Anche questo può sembrare scontato, ma non lo è: perché quando si ha a che fare con gruppi discriminati e esclusi, i diritti passano sempre in secondo piano. Chi «si occupa di rom» spesso sente di dover insegnare qualcosa: i rom vanno «educati», «abituati», «accompagnati», a volte – nei casi peggiori – «civilizzati». Li si concepisce come bambini: persone che devono crescere, che dobbiamo far crescere. Piero sapeva bene che proprio l’infantilizzazione è un dispositivo di potere: lo aveva imparato dalla sua esperienza con la psichiatria, anch’essa impegnata a «correggere», «guarire», «educare» individui considerati «minori». Sapeva che il modo migliore di contrastare questo dispositivo era battersi per i diritti delle persone. A ognuno e ognuna devono essere riconosciuti uguali diritti. Questa è la sola cosa importante.

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