"Viva Palestina": cronache dal convoglio contro l'assedio di Gaza

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Riceviamo e pubblichiamo

Il Convoglio Viva Palestina (ben 21 i paesi rappresentati), con i suoi 43 veicoli (6 provenienti dall’Italia con 15 attivisti), è fermo dal 2 ottobre a Lattakia in Siria, in attesa di essere raggiunto dagli altri convogli provenienti da Casablanca e da Doha per poi affrontare, con un traghetto, l’ultimo tratto verso il porto egiziano di El Arish e arrivare infine a Gaza.
Lattakya, l’antica Laodicea che della colonizzazione romana contiene significative vestigia (l’arco di trionfo fatto erigere da Settimio Severo), è un porto importantissimo, lo sbocco al mare della Siria. E proprio nella zona del porto è stato sistemato il convoglio, nel campo profughi palestinese di Mukkhayyem.
Del convoglio poco o nulla riferiscono i media occidentali e italiani, anche se esso rappresenta un evento di singolare importanza per le regioni attraversate.
La Turchia ci ha riservato un’accoglienza straordinaria a ogni tappa del percorso, da Istanbul a Kayseri ad Adana. Ovunque folla ad accoglierci agli arrivi. Una grande, calorosa partecipazione (con una straordinaria presenza di donne, giovani e meno giovani) che cogliamo anche lungo il percorso e nell’attraversamento delle città grandi e piccole: clacson suonati e mani alzate nel gesto V della vittoria.
Ovviamente non sono né i convogli, né le flottiglie, a fare la storia, soprattutto quando la storia è straordinariamente complessa come nel caso della Palestina. Ma i Convogli e le Flottiglie possono fungere da catalizzatori e da rivelatori di alcuni passaggi di fase. Così è nel nostro caso. E dall’osservatorio del Convoglio si possono cogliere molti fatti che sfuggono completamente ai politologi nostrani, assidui frequentatori dei salotti televisivi.
Il massacro della Mavi Marmara del 31 maggio scorso ha avuto un effetto dirompente nella comunità turca. Lo Stato di Israele non solo ha compiuto un crimine efferato, ma nel voler umiliare e colpire in modo chirurgicamente mirato la Turchia (tutte le 9 vittime sono di nazionalità turca) ha commesso un enorme errore politico e di strategia.
La Turchia ha avuto un sussulto, ha riscoperto una sua dignità, un suo orgoglio nazionale, compattandosi dietro il governo Erdogan. Tutto questo segna un mutamento decisivo nello scacchiere mediorientale. Il vuoto lasciato dalla devastazione e dalla disintegrazione dell’Irak, doveva essere riempito e lo sta riempendo non l’Iran, ma la Turchia di Erdogan con i suoi 75 milioni di abitanti e con una situazione economico-sociale in piena espansione.
Errore fatale dunque quello di Israele, da sempre abituata a muoversi con la violenza delle armi, ed errore di analisi e di prospettiva degli Stati Uniti e dei paesi dell’Unione europea da sempre servilmente allineati sulle posizioni di Israele.
La presenza del governo turco, nei confronti del convoglio, è stata assolutamente discreta, ma le visite alle tombe dei caduti a cominciare da quella di Furkan Dongan (la più giovane delle vittime, 19 anni, con doppia nazionalità, turca e statunitense), il modo con cui i media e le televisioni non solo turche hanno seguito e commentato questi passaggi, la dice lunga su cosa sta ribollendo dal punto di vista geopolitico in questo martoriato scacchiere mediorientale.
Lasciando la Turchia con i suoi segni di prorompente modernizzazione, siamo arrivati il 2 ottobre al border della Siria dove ci attendevamo qualche difficoltà burocratica e, in ogni caso, una accoglienza molto meno marcata e calorosa.
E’ accaduto esattamente il contrario. L’accoglienza è stata ancora più calorosa e ufficiale: al border erano state montate tribune coperte, moltissime le autorità, la folla era enorme, una folla che inalberava non solo bandiere siriane e palestinesi ma i cartelli con il volto del presidente Assad. E se, dopo gli interventi ufficiali, la folla è tornata ad essere la protagonista dell’evento, a nessuno poteva sfuggire questo posizionamento del governo siriano. Effetto domino dunque, che dalla Turchia si diffonde alla Siria ridestando un panarabismo che sembrava ormai assopito. Ci si può chiedere a questo punto come reagirà il governo egiziano, da anni fedele vassallo dello stato di Israele, e che anche nel recente passato, in occasione del Convoglio Viva Palestina 3 del gennaio 2010, ha tentato in ogni modo di contrastarne, anche con la violenza, l’ingresso a Gaza. Potrà anche in questo caso sfidare i sentimenti filo-palestinesi della grande maggioranza delle popolazioni mediorientali e del Magreb? Riuscirà Israele a imporre all’Egitto di compiere il lavoro sporco come nel passato? È lecito dubitarne. Ma come ha detto George Galloway l’ex parlamentare inglese promotore e leader di Viva Palestina, nel suo intervento a Istanbul, il Convoglio va in Egitto nel segno della pace e chiede, sempre in questo segno, di poter entrare nella Striscia di Gaza, per portare gli aiuti umanitari a quel milione e mezzo di palestinesi ridotti in una prigione a cielo aperto, ma sopratutto per rompere lo stato di assedio che dal 2006 sta soffocando quella striscia della Palestina, di fatto un genocidio a bassa intensità che continua giorno dopo giorno anche dopo l’operazione Piombo fuso con uno stillicidio di vittime palestinesi e con un embargo asfissiante e letale.
Questo è l’obiettivo per il quale il Convoglio si è mosso e che vuole onorare nel segno della non-violenza.
Il team di Viva Palestina-Italia, promosso da ISM-Italia, sta dando un suo significativo contributo, sia per i mezzi messi in campo e per il supporto logistico al convoglio nel suo complesso, sia per la sua capacità di analisi e di intervento politico teso a sottolineare il significato dell’evento all’interno di una strategia non-violenta volta a denunciare i crimini di Israele.
Ieri era arrivata la delegazione algerina con più di 30 veicoli, oggi la delegazione giordana, 53 veicoli appena usciti di fabbrica, un altro significativo tassello dell’operazione!
In attesa di entare a Gaza, inshallah.

ISM-Italia

Lattakia, 5 ottobre 2010

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