11 dicembre 2018

Vittorio De Seta: «Così do voce agli ultimi, è un dovere del cinema»

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«Lo sa qual è il più bel complimento che mi hanno fatto a proposito del mio ultimo film? Mi hanno detto che sembra girato da un regista africano».

A parlare è Vittorio De Seta, classe 1923, uno dei più grandi maestri della storia del cinema, lui che africano non è, anche se i venti caldi di tutti i Sud del mondo hanno da sempre sferzato la sua terra d’origine, la Sicilia, e il suo cinema. De Seta ha deciso di ritornare in Toscana, una fetta d’Italia che nella sua lunga carriera ha incrociato innumerevoli volte: martedì 30 (ore 21.00) sarà al cinema Agorà di Pontedera, per presentare Lettere dal Sahara, all’interno della rassegna «Provate voi ad emigrar», organizzata dall’Arci Toscana e dall’associazione Anémic. Il film ha il tono epico e realistico di una storia che si ripete da millenni, sempre uguale, sempre diversa: Assane è un giovane senegalese, orgogliosamente musulmano, che sbarca da clandestino a Lampedusa e risale la penisola sino a Torino, affrontando razzisti, picchiatori, tolleranti di facciata e gente perbene che puzza di assistenzialismo pietoso.

Il film ha avuto una lunga gestazione, ma ora è più attuale che mai, visto che affronta un problema, quello dell’immigrazione, che oggi è costantemente al centro del dibattito politico. Che effetto le fa?

«Sono molto amareggiato perché Lettere dal Sahara, pur avendo riscosso tanti apprezzamenti, è un film che è stato buttato via. Farlo uscire in sole dieci copie è stato come ucciderlo sin da subito. Nelle sale dove è uscito è rimasto solo qualche settimana e a distanza di quattro anni la Rai ancora non l’ha acquistato. Questa è la realtà del nostro Paese oggi. La gente preferisce essere distratta dai cinepanettoni…».

Il film si inserisce pienamente in quel grande affresco degli ultimi che è il suo cinema. Nei decenni passati erano i poveri del Sud Italia, ora sono gli immigrati. C’è qualcosa che lega queste due realtà?

«Credo che il cinema sia un grande strumento di verità ed è per questo che nei miei film ho sempre cercato di dare voce agli emarginati e ai dimenticati. Negli anni ’50-’60 erano le genti del nostro Mezzogiorno, ora sono gli immigrati. La loro tragedia ci appartiene e dovrebbe spingere il nostro cinema a confrontarsi con questa dura realtà: le cinematografie, oggi più che mai, non possono restare chiuse nel loro piccolo recinto nazionale».

Gli attori hanno un’espressività sorprendente. Come li ha trovati?

«Il protagonista l’ho scovato proprio a Firenze, dove faceva l’operaio in un’officina meccanica. È stato lui a suggerirmi di coinvolgere prima il fratello e in seguito un gruppo di bravissimi attori professionisti giunti direttamente dal Senegal. Ma nel film c’è anche molta gente presa dalla strada».

Durante il viaggio Assane fa tappa proprio a Firenze, una città che grazie al Festival dei Popoli ha da mezzo secolo uno sguardo molto attento al cinema documentario. Lei venne premiato nel 1959 per «I dimenticati», come ricorda quei giorni?

«Quella fu una premiazione importantissima per la mia carriera. A Firenze si respirava un’aria straordinaria, era una città che, come il resto del Paese, non era ancora stata toccata dal boom economico che di lì a poco sarebbe arrivato e quindi tutto profumava di un’autenticità insieme colta e popolare».

Qual è secondo lei la funzione, oggi, del cinema e dei mass media italiani di fronte alla realtà nazionale?

«Quello che mi fa più rabbia è che la quasi totalità del nostro cinema e della nostra televisione ha smesso di formare il pubblico e pensa solo a intrattenerlo e in maniera sempre più volgare».

E la via d’uscita quale potrebbe essere?

«I giovani. Nonostante tutto, oggi vedo un fermento nelle nuove generazioni, soprattutto nel cinema documentario, che davvero fa ben sperare. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che il digitale e internet permettono di ampliare le possibilità creative: oggi per fare un film bastano tre persone! Ne sono sicuro: il documentario ci salverà».

Fonte Corriere Fiorentino

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