25 settembre 2018

Vite in attesa: incontro con i tunisini a Monte Morello

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di Marco Bazzichi

A Sesto Fiorentino, la prima notte italiana di 30 tunisini, sbarcati ieri a Livorno, è trascorsa senza alcun problema. I volontari della Caritas li descrivono “spaventati”, al loro arrivo. “È un dato su cui si riflette poco -spiega Maria- presi come siamo dalla paura per il diverso”. Per Marzio Mori, factotum della casa parrocchiale, sul piacevole colle dove sorge Santa Maria a Morello, la situazione da gestire è di una disarmante semplicità: “Con l’emergenza invernale, che è appena finita, siamo allenati alle più difficili marginalità sociali”. Con differenze visibili da questa notte: “I ragazzi che ospitiamo hanno tenuto in ordine la propria stanza e si sono rifatti i letti. E sottolineo la loro dignità e il loro decoro”.
Scappati dalla Tunisia e compressi a Lampedusa, dopo 30 ore di mare, Sabri, Tarek, Samir e Khalid vivono una realtà di nuovo trasformata. Una realtà che il sole di aprile e il verde di Monte Morello contribuiscono a rendere più serena. Oltre al fatto che, a fronte di un grande dispiegamento di forze dell’ordine nel porto di Livorno, a Sesto Fiorentino è sufficiente un presidio di uno, massimo due agenti. “Questa è una struttura in genere adatta agli scout -commenta Marzio Mori- ma è comunque un ambiente dignitoso. Siamo in una fase in cui non sappiamo ancora quali sviluppi avrà questa situazione”. La prima nottata?  “È andata bene, le camere le ho trovate molto bene e sono contento perché non è detto che con l’accoglienza invernale ci si riesca”. Capita a Sesto anche Paolo Masetti, responsabile della Protezione Civile per la provincia di Firenze: “Abbiamo seguito dalla sala operativa, in continuo raccordo con Comune e volontariato. Le nostre parole d’ordine sono: accoglienza, dignità e decoro. A Sesto si respira la stessa aria tranquilla del centro Emmaus di Empoli. Gli immigrati che ho potuto vedere io, ripeto, sono dignitosi, decorosi e pacifici”.
Quel che colpisce di queste persone, è la loro giovane età. Hanno 27, massimo 30 anni. E tra loro non mancano i minorenni.  Sulle colline sopra Sesto, sono lontani dal centro abitato. Niente schiamazzi, niente grida contro lo straniero. Sabri si presenta con una felpa ricoperta di simboli dell’Italia: “Ho 27 anni. Cosa facevo in Tunisia? Niente, ora non lavoro più.” E prima? “Nemmeno”. Ma probabilmente è solo che non riesce a esprimersi in francese. Tra di loro, parlano arabo, e anche con se stessi, quando c’è da imprecare per la parola che non viene. Khalid non ne può più. Ci tiene tanto a dire cosa faceva in Tunisia, i suoi amici cercano di aiutarlo, ma viene fuori l’inizio di ‘jour’, come qualcosa che riguardi il giorno, o i giornali. Con un urlo liberatorio, si ricorda di avere sotto la camicia una maglia da rugby, con in colori della Tunisia: Khalid è “jouer de rugby”. Ripercorre le tappe della sua carriera, fino ai 29 anni, quando ha lasciato il suo Paese.
Ognuna di queste persone, che il pensiero comune lascia libere di muoversi solo all’interno di determinate coordinate (Lampedusa, Libia, lavoro, permesso di soggiorno, andare, restare, onestà, disonestà), ha una vita che si è interrotta, improvvisamente. Per ricominciare da dove? Alcuni vogliono restare in Italia, altri in Francia. Nel secondo caso, sono quanti hanno già qualcuno che li aspetta là, uno zio, un amico, o anche il padre, come per Sabri: “Se ne è andato quando sono nato, non l’ho mai visto di persona. Mi aspetta a Marsiglia”.

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