24 settembre 2018

Violenza a Sollicciano, lettera da un volontario

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Di nuovo si parla di violenza nel carcere di Sollicciano.
Si è creato un clima di paura. Ci sono intimidazioni, si compra il silenzio dei detenuti, si picchiano le persone e forse si arriva anche a dei pestaggi. Io non ho visto tutto questo, non ho nomi da fare, testimoni da portare. So però con certezza che queste violenze sono state fatte. È una violenza che getta il carcere nell’illegalità.
I nomi – meno delle dita di una mano, ne sono sicuro – di chi compie questi reati li conoscono il comandante e il direttore. Proteggendoli essi diventano responsabili di queste illegalità.
Quando sentiamo raccontare con quale rituale si svolgono alcune di queste violenze, il pensiero corre a Guantanamo, ad Abu Ghraib. Questi luoghi dell’orrore possono incendiare la fantasia di menti malate, fare scuola?
Come volontario vengo da un’altra scuola. Si chiama Costituzione della Repubblica Italiana. L’articolo 27 dice : “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
La mia presenza a Sollicciano nasce direttamente da questo articolo. Se la finalità della pena è esclusivamente educativa, è incompatibile con ogni tipo di violenza.
L’articolo 17 dell’ordinamento penitenziario dice che questa finalità si deve perseguire obbligatoriamente con il contributo esterno, quindi anche con il mio contributo. È per questo che ho il diritto e il dovere di dire basta con la violenza. Basta e avanza quella che il carcere infligge per sé.
L’utopia di una società senza carcere è molto lontana, ma l’articolo 27 della Costituzione ci fa sperare che possiamo liberarci di questo carcere.
Anche a Sollicciano c’è bisogno di recuperare la legalità. C’è bisogno che il tribunale di sorveglianza riprenda con coraggio il suo compito: assicurare che l’esecuzione della pena sia legale.
Un’ultima parola ai violenti e a chi li protegge. In fondo l’articolo 27 della Costituzione ci comanda di liberare l’anima di chi ha commesso un reato, cioè di restituirlo alla libertà di cittadino. Colpendo e violentando il suo corpo, lo rende – ancora più schiavo. Dovevo queste parole a coloro che hanno subito le violenze, a coloro con cui parlo, che ascolto, con cui ci scambiamo esperienze, affetti, con cui sogniamo un domani diverso.
Lo dovevo a loro e a tutti gli altri detenuti. Per non essere complice.
firmato Bruno Borghi, volontario nel carcere fiorentino di Sollicciano

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