Viaggio in Tunisia, tra politica post rivoluzionaria e cooperazione

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Murale a Mahdia (Tunisia)

La Tunisia è a pochi chilometri dall’Italia, ma poco sappiamo di cosa succede nel paese dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, quando ha assunto un ruolo centrale nel percorso che i paesi del Maghreb, protagonisti della Rivoluzione araba, stanno compiendo verso la democrazia. Lara Panzani dell’Altracittà, oggi impegnata in progetti di cooperazione con il Cospe, ci offre uno spaccato della situazione politica verso le elezioni che si terranno in autunno.

di Lara Panzani per l’Altracittà

Ho attraversato la Tunisia un’altra volta, grazie al mio lavoro di cooperante. La Tunisia è turbolenta, questo è un fatto, forse l’unica certezza. E’ un paese ancora fluido e segnato da una rivoluzione per molti aspetti ancora incompiuta. Passando da Kairouan, città sacra oggi famosa per essere il maggior ritrovo di salafiti (i gruppi islamici più estremi), si è percepita una tranquillità strana, quasi artificiale. Tra una settimana, venerdì prossimo, è prevista un’altra assemblea dei salafiti e c’è da augurarsi che non ci siano altri scontri. Abbiamo viaggiato da Tunisi, dove domenica scorsa ci sono stati scontri violenti tra gruppi salafiti e polizia, a Regueb, piccola città da cui nel gennaio 2011 sono partiti 2500 giovani che hanno camminato per 300 chilometri per partecipare ai moti della Kasbah e per assicurarsi che il dittatore Ben Ali se ne fosse andato davvero e non tornassero brutte copie.

Continuo a pensare che il problema non sia quello dei salafiti. Un mio caro amico direbbe “i salafiti non sono il bersaglio, sono il mirino”, ovvero uno strumento nelle mani di chi ha maggior potere al momento. In Tunisia si sta sollevando un rischio terrorismo, e di conseguenza una questione sicurezza. Ma è un fenomeno vero solo in parte, sovradimensionato dalla stampa locale oltre che da molta della stampa estera (italiana in testa).

In vista delle prossime elezioni, forse ad ottobre 2013, Ennhada, partito islamico che ha stravinto le elezioni per la costituente nel 2011 ed è adesso al governo, sta facendo una chiara operazione di presa di distanze e di condanna effettiva delle frange più estreme rappresentate dai salafiti per accreditarsi come garante della sicurezza pubblica. Questo in un momento in cui lanciare la questione ‘emergenza terrorismo’ può davvero assicurare una montagna di voti, dopo i consensi persi da Ennhada in seguito all’assassinio ancora irrisolto di Chokri Belaid, leader del Fronte Popolare. E’ la tecnica più vecchia del mondo ed è molto più semplice che dover dare risposte al Paese sulle questioni del riconoscimento dei diritti a livello costituzionale, dell’occupazione, degli squilibri socio-economici tra zone interne e la costa della Tunisia.

Nessuno nega che i salafiti siano un fenomeno da comprendere e affrontare, che stiano crescendo (solo a settembre 2012 si parlava di 20mila in tutta la Tunisia, mentre qualche giorno fa se ne attendevano 80mila al raduno di Kairouan), e arruolando giovani delle periferie, quasi in forma di gang, per le loro azioni violente a livello urbano. Ma si tratta di gruppi che si alimentano della disillusione post rivoluzionaria, che fagocitano persone stufe del congelamento governativo inadeguato alla crisi in corso. La migliore arma contro di loro sarebbe un governo capace di affrontare queste frange, lasciare che mostrino la fragilità dei loro argomenti e di una interpretazione del Corano che non ha fondamenta, e che soprattutto dia risposte concrete allo sviluppo democratico ed economico del Paese, per togliere ai salafiti il bacino di arruolamento dei seguaci.

Purtroppo quasi con certezza il governo di Ennahda non lavorerà in questo senso. Agitare il vessillo della sicurezza nazionale è una risposta facile ad una situazione complessa e in molti, anche tra gli appartenenti alle associazioni che sto incontrando, sperano ancora che buona parte della società civile tunisina se ne accorga. Prima di votare.

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Lara Panzani lavora per il Cospe, un’organizzazione non governativa con sede a Firenze. Segue diversi progetti di cooperazione attivi in regioni periferiche della Tunisia, lontane dalla capitale Tunisi: a Jendouba dove presto sarà aperto un centro “con e per le donne”, a Regueb (Sidi Bouzid) dove sta nascendo una radio comunitaria giovanile, a Kasserine, dove il Cospe sostiene iniziative locali di economia sociale e solidale.

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