21 novembre 2018

Vedova di fatto, non avrà risarcimento. L'assurdo cavillo della Legge Viareggio

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Sara Capolungo per l’Altracittà

Tredici anni di convivenza e una figlia non sono “requisiti” sufficienti ad ottenere il risarcimento per la morte del compagno di una vita, infatti, rischia di vanificare ciò che è stato previsto dalla cosiddetta “Legge Viareggio”: ossia indennizzi ai familiari delle vittime, compresi i conviventi di fatto. E’ il caso di Alessandra Biancalana, convivente di Antonio Farnocchia, morto nell’esplosione della cisterna alla stazione di Viareggio, in quella maledetta notte d’inizio estate. Motivo? Il signor Farnocchia non aveva ancora perfezionato il divorzio dalla donna con cui era sposato, nonostante la lunga convivenza con Alessandra e l’arrivo di una figlia.

“Antonio era separato consensualmente”- racconta Alessandra –“Ma non aveva mai chiesto il divorzio perché stavamo costruendo una casa, e non c’erano abbastanza soldi: faceva due lavori, alcune volte anche tre”. E per questo Alessandra potrebbe non vedere neanche un euro di risarcimento: “Non ho diritto alle elargizioni dello Stato”- spiega Alessandra – “perché la “Legge Viareggio” prevede che l’indennizzo venga assegnato alla convivente more uxorio solo nel caso l’ex coniuge fosse formalmente divorziato”. Insomma, oltre il danno la beffa.

“Secondo la legge  – spiega Elena Benedetti, legale di Alessandra – è solo la bambina ad avere diritto al risarcimento. Antonio era separato, ma non divorziato dalla ex moglie. Per questo l’altra quota andrà a lei, oltre ai due figli avuti dalla precedente relazione”. Precisa l’avvocato: “Non vogliamo pregiudicare il diritto della ex moglie né tantomeno quello dei figli, ma crediamo che anche Alessandra, sebbene non sposata, abbia diritto alle elargizioni”. Infatti, si domanda amaramente la signora Biancalana: “Se questa non era una famiglia allora cos’era? Abbiamo convissuto per tredici anni, abbiamo avuto una bambina ed eravamo nello stesso stato di famiglia”. E già, c’è anche una bambina da far crescere. E da dicembre Alessandra deve ricominciare a pagare il mutuo, senza un lavoro: “Adesso sono disoccupata” -continua Alessandra –“ho lavorato tre mesi alla biblioteca comunale, pagata con i soldi della Caritas. Ma ora i soldi sono finiti e io son rimasta senza lavoro. E come farò a mantenere la bimba?”. Purtroppo per la legge italiana, una famiglia distrutta e una bambina da crescere contano poco se non c’è stata una firma ad ufficializzare la coppia. Ed è di fronte a queste situazioni concrete che si svela, in tutta la sua drammaticità, l’arretratezza legislativa italiana. Un vuoto normativo che penalizza migliaia di italiani che, per scelta o per bisogno, non intendono “protocollare” la loro unione. È dal 1986 che, a varie riprese, in Parlamento si discute di regolamentare le coppie di fatto, senza risultati. L’ultima volta è stata nel 2007, però la caduta del governo Prodi ha interrotto l’iter di approvazione dei “Dico”. Che forse non sarebbero sopravvissuti comunque al fuoco incrociato dei deputati cattolici benpensanti, ma piuttosto mal praticanti. E infatti, per i parlamentari è previsto, già dal 1990, un “Fondo di solidarietà” che garantisce un vitalizio e assistenza sanitaria anche ai conviventi, anche dello stesso sesso.

L’ultima speranza per Alessandra potrebbe consistere nella richiesta al tribunale – come precisa l’avvocato- “di un provvedimento di urgenza, per bloccare i fondi e poi sollevare una questione di incostituzionalità”. Ancora una volta, insomma,  potrebbe essere la Costituzione a riaffermare diritti negati. Sperando che la signora Alessandra, questa volta, non incontri la legge ma finalmente un po’ di giustizia.

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