Val di Susa, molti se e molti ma. Viaggio tra i manifestanti, pacifici e meno

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Diciamolo subito: la decisione con cui le principali forze politiche fanno i loro proclami, all’indomani degli scontri della Val di Susa, ci dà la nausea. La presunzione dei commentatori a cui non par vero di poter dividere il mondo in pacifici e violenti, riempiendosi la bocca di formulette come “regole democratiche”,  “opera strategica”, “crescita del PIL”,  o addirittura evocando Pasolini – che dio li perdoni – ci fa vomitare.

La cronaca che riportiamo e annotiamo sotto viene dal Corriere della Sera, non dal bollettino dei centri sociali. E parla di esasperazione della popolazione, di invasione militarizzata del territorio, di lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Sulla lettura dei fatti di ieri, ultimo episodio di una lunghissima storia di opposizione all’ennesima grande opera miracolosa, ci permettiamo quindi di mantenere i nostri dubbi, e diffidare delle semplificazioni.

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EXILLES – «Sarà dura…». L’urlo rimbomba tra le montagne. È come se fosse una premonizione, oppure qualcosa di più: una certezza. Perché se l’obiettivo è quello di riprendersi “la libera repubblica della Maddalena”, «espugnata» la settimana scorsa dalle forze dell’ordine, anche loro sanno che sarà pressoché impossibile. Ma l’importante è dare un segnale e forse ci si accontenta anche di questo. Per il resto i quasi duemila manifestanti che si sono staccati dal corteo ufficiale di Exilles camminano in silenzio sotto il sole. In piccoli gruppi, dalle loro città di provenienze. Da Padova a Livorno. Da Perugia a Milano. Da Roma a Torino. Si tratta di esponenti dei centri sociali, studenti, precari, antagonisti. Arrivati in Val di Susa per aiutare «i compagni che combattono contro la Tav, un’opera ingiusta che nessuno vuole. A cominciare dalla popolazione locale». E guidati dai ragazzi del luogo.

Si è scritto in proposito: non erano nemmeno valsusini! come se fosse una faccenda locale a cui i “non indigeni” non dovevano interessarsi… dopo che i locali subiscono decisioni prese altrove, cosa c’è di strano nella solidarietà e nel supporto venuto da fuori?

NEI BOSCHI- Il passo è svelto. Sono le 10.30 e i tempi sono stretti. Bisogna arrivare tutti insieme, coordinarsi con gli altri gruppi che assedieranno i cantieri da Giaglione. Quando si passa Cels, piccola frazione sulla strada, le signore alle finestre salutano. Sventolano le bandiere No Tav. E a tratti incitano i ragazzi. Poi una volta arrivati a Ramats il corteo si deve dividere. «Ci sono due sentieri che portano entrambi davanti alla Maddalena», spiega un signore a un megafono. Il primo è un percorso stretto e ripido. Si scende in fila indiana, stando ben attenti a dove si mettono i piedi. La tensione nell’aria è palpabile. La battaglia si avvicina, anche se nessuno ne parla. Dopo una ventina di minuti si sentono i primi botti. L’odore acre dei lacrimogeni al Cs si sparge nell’aria.

Il CS è un gas dagli effetti potenzialmente tossici, usato dalla polizia già a Genova e  a Venaus. L’uso del CS in guerre internazionali è stato definitivamente vietato nel 1997 con la convenzione sulle armi chimiche.

Tutti tirano fuori un fazzoletto, una bandana, una maschera per proteggersi dai fumi che irritano occhi e pelle. In mano una bottiglietta di acqua e Maalox, «unico vero antidoto se non vuoi soffocare». Quando si arriva al punto di raccolta molti tirano su i cappucci, infilano le mantelle, gli occhialini da piscina. «Altrimenti è impossibile avvicinarsi». Ma anche così è difficile. Non appena escono dal bosco, i carabinieri sparano i candelotti. E l’aria diventa irrespirabile. Devono arretrare, lanciano le pietre, qualcuno ha anche petardi e botti. I feriti si contano da una parte e dall’altra (a fine giornata 188 tra le forze dell’ordine e 232 tra i manifestanti). Un lacrimogeno trancia un pezzo di orecchio a un ragazzo, a un altro lo colpisce in testa. Ma la battaglia continua, dall’alto arrivano rinforzi, si danno il cambio. Intanto dalle radioline arrivano notizie dagli altri punti. «Hanno sfondato a Giaglione». Oppure: «Hanno tagliato le reti nell’area archeologica». Sono solo tentativi, perché le forze dell’ordine respingono ogni attacco.

ALLA CENTRALE- Dopo quasi tre ore si decide di risalire. «Non ha più senso stare qui». A Ramats è arrivato anche una parte del corteo di Exilles. Cercano di capire cosa fare, come muoversi. Il fronte si è spezzettato e deve ricompattarsi. È l’una e mezza. E in valle le proteste continuano. Si sentono le urla, i rumori di una battaglia. «Bisogna andare alla centrale a dare una mano». È a più di mezz’ora di cammino su stradine ripide e il sole è cocente. Ma non importa, si riparte. Sotto i piloni dell’autostrada ci sono decine di persone sedute all’ombra. Molti hanno la bandiera del Movimento cinque stelle sulle spalle. Raccontano di una situazione complicata. «La centrale è sotto assedio, polizia e carabinieri sono barricati dietro i cancelli e sparano lacrimogeni di continuo». Si prosegue. Ad attenderli migliaia divisi in più lati. Quando un gruppo tutto vestito di scuro arriva dal dietro correndo, la gente applaude, comincia a urlare: «Dai ragazzi, spaccategli il c…». Lanciano pietre, oggetti trovati sulla strada. E insulti, gesti. Le forze dell’ordine rispondono con idranti e gas. Beppe Grillo è su un lato, osserva la situazione. E dopo pochi minuti, decide di lasciare la zona «rossa» seguito da due telecamere. Qualcuno lo insulta. Ma gli occhi sono puntati sugli scontri e sul nemico che è comune, «la polizia». Alle sei è evidente che nessuno riuscirà a entrare. Il corteo risale per le vie di Chiomonte. Ci sono ancora migliaia di persone. Tanti valsusini che aiutano i «forestieri» a capire come raggiungere le auto, i pullman. Poi i commenti: «Se avessi avuto una pietra l’avrei tirata», dice una signora di Bussoleno. E il marito: «È stata dura».

Benedetta Argentieri dal Corriere della Sera

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