13 dicembre 2018

Urbanistica. "Consumo di suolo Zero", ecco il testo guida per raggiungere l'obiettivo

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L’introduzione al libro Consumo di suolo zero, che raccoglie i materiali di un incontro sul berlusconiano “piano casa”. Tratto da “Consumo di suolo zero. Gli effetti del Piano Casa. E la possibile via d’uscita”, a cura di Antonello Sotgia, Carta /edizioni Intra Moenia, Roma 2010, € 10. Con interventi, tra gli altri, di Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Maurizio De Zordo, Alberto Ziparo, Paolo Berdini, Paolo Cacciari. In calce l’indice.

di Antonello Sotgia

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Consumo di suolo zero

1. Raccogliendo l’allarme lanciato dal sito eddyburg a Carta, il 13 novembre 2009, nella Sala Pintor della redazione del settimanale, abbiamo, insieme a urbanisti e rappresentanti del protagonismo sociale in alcuni territori, cercato di capire cosa sarebbe potuto accadere da lì a poco – allora non tutte le Regioni avevano predisposto il proprio dispositivo d’attuazione‐ nelle città e nei territori con l’attuazione «regionale» del Piano Casa. In quella lunga giornata abbiamo raccolto storie. Man mano che notizie e racconti si sommavano gli uni sugli altri, è apparso chiaro che il Piano del governo Berlusconi aveva già vinto, avendo ricevuto e ricevendo la sostanziale adesione di molti Consigli e giunte regionali, inventando sorprendenti meccanismi di condivisione. In Sardegna, per esempio, avvertiva Sandro Roggio e ora racconta nel testo che pubblichiamo qui: «Resta da aggredire solo il cielo». Sentendolo parlare di quello che si stavano apprestando a pensare di fare, è parso chiarissimo che era in corso la sperimentazione di procedure utili in tutto il paese per fare, in via ordinaria, quello che alla Maddalena è stato brillantemente messo in scena in via «emergenziale». Ben presto la narrazione collettiva ha dimostrato come la presunta ricchezza sbandierata dai tanti cultori del Piano, il suo automatico tra‐ sformarsi in immediata ripresa economica con relativo, assicurato e for‐ te impulso occupazionale, in realtà si basava [si basa] sulla costruzione di una gigantesca illusione. Ai proprietari di casa si assicurava che quasi spontaneamente, attraverso piccoli incrementi – appiccicando muri, sollevando solai, eludendo soprattutto ogni «freno» urbanistico – si sarebbe incrementato il valore immobiliare della propria casa. Non la proposta di farsi «costruttore fai da te». Non si trattava, come in occasione dei precedenti condoni [sul fatto che questo Piano fosse un condono preventivo tutti si sono dichiarati concordi], premiare i tanti cittadini che magari, per il tempo di una notte, si erano fatti architetti, muratori e carpentieri. Questa volta, addirittura, tutti potevano, prima ancora di diventarlo realmente, «pensarsi» come imprenditori immobiliari e, anche se in piccola parte, permettersi così, come ogni immobiliarista che si rispetti, di lanciarsi in esercizi di rendita. Una proposta, il farsi immobiliarista, che, rivolta a chi la casa la possiede, vuol dire, essendo i proprietari nel nostro paese esattamente (dati Istat 2009) il 69,9 per cento della popolazione, parlare a circa sette milioni di famiglie e soprattutto a quel 13,4 per cento di nuclei che ancora non hanno estinto il gravoso mutuo per l’acquisto e che, ora, la crisi ha condannato a vivere questa condizione, a cui molti sono stati costretti in assenza di una reale politica dell’affitto, come dramma. Sono circa trecentomila, i mutui rinegoziati nel 2008. Nessuna pietà, da parte degli estensori del Piano Casa che, anzi, fa balenare a tutti la possibilità di darsi una qualche «allargatina».

Ecco un possibile disastro che non nasce oggi, ma che, già oggi, produrrà l’impossibilità di pensare all’abitare di domani. Il senso di quella giornata di studio sta proprio in questa considerazione. Per questa pubblicazione abbiamo deciso di partire da qui, per raccogliere alcuni di quegli interventi, proporne di nuovi e, soprattutto, porre la domanda su quale sarà la forma dell’abitare futura.

2. Leggendo alcuni degli interventi [lo spiega bene Alberto Ziparo] non potrà sfuggire come ognuno di noi, che abitiamo questo paese, abbia teoricamente a disposizione una quantità repellente di metri cubi e che un dato altrettanto repellente è quello rappresentato da come dal diritto alla casa siano escluse moltissime famiglie, umiliate dalla presenza insignificante di «abitazioni pubbliche», che in Italia non rag‐ giungono il 4 per cento del totale edilizio. Nel 2009 sono stati costruiti meno di duecento interventi da destinare a edilizia sovvenzionata, cioè a case popolari. Perché ancora non è assicurato il diritto alla casa a fasce molto consistenti della popolazione? E perché si continua a costruire, a bruciare territorio e incoraggiare ancora tutto ciò? Abbiamo posto questa domanda sul consumo del suolo per mezzo di un esempio preciso, l’esperienza del comune di Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano. Abbiamo chiesto al Sindaco di raccontarci come sia stato possibile progettare un Piano regolatore a zero consumo di suolo. Ci ha risposto con il contributo che pubblichiamo che è un po’ il sussidiario che quell’amministrazione ha redatto per i propri cittadini e non solo per questi. Istruzioni per l’uso.

Allora è possibile invertire la rotta, passando dal costruire il nuovo al recupero del tanto costruito? Sembrerebbe di sì. Sono proprio i numeri di quanto abbiamo costruito a terrorizzarci. «Siamo stanchi dì inseguire quello che accade bisogna reagire», ha esortato nel seminario Vezio De Lucia. Per farci comprendere meglio, ci ha parlato di Caserta, uno tra i tanti possibili esempi, dove l’abusivismo «pesa» 12 mila ettari. Si abita – si fa per dire – in 70 mila ettari senza alcun servizio, mentre capannoni industriali si sommano, talvolta senza essere mai stati occupati, l’uno all’altro.

Loro, quelli che affidano la ripresa economica al mattone, intanto continuano a costruire. Perciò sono state cancellate le regole elementari. E la valanga non inizia oggi. In Lombardia, scrive Sergio Brenna, Piano Casa e deriva abitativa sono in corso almeno dal 1992. Già nel secolo passato, quando Lupi, la «mente» berlusconiana nel settore casa, si faceva le ossa come assessore all’urbanistica milanese, si è iniziato con l’attaccare ogni regola, e ridurre gli standard di verde e servizi. Ora si dice che sono inutili. Così si continuano a programmare nuove città. Nuove case e zero standard vuol dire non assicurare le condizioni neppure minime dell’abitare. In Toscana, ci ha raccontato nel seminario Eugenio Baronti, che della Regione era in quel momento l’assessore alla casa, si vuole che «il costruire non sia estraneo al come si vive». Il perché non sempre questo sia stato possibile, in particolare a Firenze, lo racconta lucidamente Maurizio De Zordo, spiegandoci l’indebolimento, nella legislazione complessiva toscana, del peso dell’intervento pubblico.

Eppure sarebbe sufficiente legare ogni dispositivo a un principio cardine: ogni intervento dovrà essere coerente con la disciplina urba‐ nistica. È quello che comitati, associazioni, centri sociali, urbanisti e cittadini si sono detti nel Lazio. Loro la legge hanno provato a farsela da soli, proponendone una d’iniziativa popolare che riportiamo nel libro e che significativamente hanno voluto chiamare «diritto alla casa e all’abitare». Degli effetti della legge ufficiale racconta Paolo Berdini, che, scrive, «istiga ad aumentare la dose di terreni sottratti alla naturalità». Eppure nel Lazio accadono molte cose. Alcune le racconta Anna Pizzo, la nostra «border line» istituzionale [è stata consigliera fino al marzo 2010], osservatrice dall’interno dei modi che ha la politica di decidere.

Di come viceversa i comitati di cittadini stiano provando a organizzare territori resistenti [dal Veneto, dalle Marche] scrive Paolo Cacciari: il mezzo è tenere insieme «tracce di buongoverno». Cacciari pone un problema fondamentale, quando avverte che «il problema è che questa moltitudine di comitati e movimenti locali stenta a riconoscersi come una galassia legata da un disegno comune. A volte, a causa di un localismo miope, altre volte a causa del doppio gioco della Lega nord (e, in genere degli amministratori locali), che irretisce e illude. Altre volte ancora a causa di un malinteso senso di autonomia che condanna all’isolamento i singoli comitati e le singole associazioni». Rossella Marchini sembra rispondergli riconoscendo che «non possiamo più scontare l’assenza di non aver saputo produrre un nuovo pensiero sull’urbano».

3. In attesa di riuscire in questa costruzione, Andrea Alzetta offre una possibilità, «l’essere capaci di ribaltare completamente l’agenda politica dominante, riformulando una nuova idea dei diritti delle persone e del ruolo del mercato nella società che vogliamo».
Infatti, dal seminario è sembrato arrivare un suggerimento convincente: lavorare per ottenere una moratoria del consumo del territorio. Un programma che deve basarsi su un semplice ed evidente paradigma: organizziamo le cose da fare a partire dall’innovazione di ciò che c’è. Per la città e il territorio questo vuol dire recupero. È quello che succede a Corchiano [nella Tuscia Viterbese] dove il sindaco Battisti parla di «riscoperta di una comunità», tessuta giorno dopo giorno attraverso la costruzione di un percorso organizzato attraverso i momenti del quotidiano. Dove i vecchi tracciati delle strade «falische» pre‐romane vengono segnalati dai cacciatori. Dove sono i ragazzini a dichiarare guerra ai cassonetti e, trasformandosi in attivisti, a convincere i loro genitori alla raccolta differenziata. E si è passati dal 4 per cento iniziale all’attuale 84.

Non consumare territorio non vuol dire non costruire. Vuol dire solo passare dal nuovo al recupero. Vuol dire soprattutto progettare una cultura dell’abitare.

Non consumare territorio potrà servire inoltre, come avverte Giovanni Caudo, per “contrastare la deriva di un eventuale protagonismo degli operatori immobiliari che si presentano con la loro dotazione di aree per mettere in campo interventi edilizi del tutto tradizionali, ma ammantati da qualche novità”.

Per ritornare così alla casa e a una città in cui, gli spazi siano legati alle persone, e dove possano trovare posto le forme della produzione umana anche immateriali quali: la creatività, i saperi, gli affetti, le relazioni sociali. Per non “andar tutti dietro a Berlusconi e resistere al consumo di territorio provocato dalla corsa forsennata dalla valorizzazione immobiliare” come ci invita a fare Edoardo Salzano. Chiamiamole prove tecniche di resistenza.

Nota: alla discussione della giornata del 13 novembre hanno partecipato anche Daniele Iacovone, Paolo Di Vetta, Eugenio Baronti, Pierluigi Sullo, Alessandra Lombardi, Mario Di Carlo, che ringraziamo per il loro contributo.


Indice

  • Prove tecniche di resistenza, di Antonello Sotgia
  • Proprietario contro cittadino, di Edoardo Salzano
  • Il minimalismo dei massimalisti, di Vezio De Lucia
  • Pensiero urbano, di Rossella Marchini
  • Ai tempi di Alemanno, di Andrea Alzetta
  • Un pieno di case, di Giovanni Cauda
  • La breccia veltroniana, di Anna Pizzo
  • Gli indifferenti di Sardegna, di Sandro Roggio
  • La Lombardia è una cavia, di Sergio Brenna
  • Toscana infelix, di Maurizio De Zordo
  • La Calabria che ha detto no, di Alberto Ziparo
  • Il Lazio consumato, di Paolo Berdini
  • Cassinetta, il comune a crescita zero, di Domenico Finiguerra
  • Le cento Marche, di Carlo Brunelli
  • La Tuscia pulita, di Bengasi Battisti
  • La Rete dei comitati veneti, dì Paolo Cacciari

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