Uno sguardo dentro

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“Il Governo nella punizione dei Delitti (…) è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo”. Così scriveva duecentoventi anni fa il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana nella sua Riforma Penale, la stessa che abolì la pena di morte.
In quella stessa Toscana così all’avanguardia esiste oggi un carcere come Sollicciano dove le persone rinchiuse sono più del doppio di quelle regolamentari. Dove esistono problemi seri rispetto al diritto alla salute, all’igiene, e persino al vitto insufficiente. Dove recentemente sono venuti a galla episodi di violenza e soprusi ai danni dei detenuti.
Ovviamente sono problemi che riguardano tutto il paese: in Italia ci sono più di sessantamila persone chiuse in carcere, e altrettante scontano la pena all’esterno. In 15 anni questo numero è triplicato, e non per conseguenza di un aumento altrettanto enorme della criminalità, ma perché si è scelto di allargare la gamma dei reati punibili con il carcere.
Basti pensare che circa la metà dei detenuti sono dentro “per droga”, e che molti di loro sono tossicodipendenti.
Insieme agli immigrati, formano la maggioranza degli ospiti delle galere italiane. Questo panorama è per altro destinato a peggiorare se resteranno in vigore la legge Fini sulle droghe (che considera reato anche il possesso di uno spinello) e la legge ex Cirielli, che prevede pene più gravi per i recidivi. E chi sono i recidivi, quelli che tendono a commettere di nuovo lo stesso reato? Di solito i più deboli, i meno furbi, quelli che si son fatti beccare per il piccolo furto e che una volta fuori lo ripetono perché in carcere non hanno imparato niente.
Ma cosa potrebbero imparare in un luogo che – paradossalmente – è il regno dell’illegalità? Al di là del regolamento carcerario, ignorato, violato e spesso infarcito di norme ridicole, in carcere valgono altre regole non scritte che sono tutte a danno dell’anello più debole, il detenuto. Tanto, tutto resta invisibile dietro un muro di cemento, di omertà, di indifferenza. I soprusi grandi e piccoli, gli abusi di potere, i diritti negati. Ma anche i suicidi, le violenze, le morti poco chiare.
A Firenze esiste da tre anni un Garante per i diritti dei detenuti, che ha avuto un bel da fare, e qualcosa ha fatto, per esempio “aprendo” le celle del carcere femminile fino alle 20 e permettendo alle madri di cucinare (ci sono infatti, quanti lo sanno?, bambini piccoli che crescono a Sollicciano).
Ha fatto anche un digiuno, nel settembre scorso, per riportare l’attenzione sulla questione carceraria nel complesso. Ma non è successo nulla, o almeno nulla di buono: alla classe politica il carcere interessa poco, interessa poco il consenso di chi ci finisce dentro. Forse perché chi è rinchiuso di solito non vota?
Manca ancora un Garante nazionale, una persona che possa sorvegliare cosa succede “lì dentro”, arrivando senza preavviso e verificando il rispetto dei diritti umani e l’idoneità delle strutture.
Così com’è, il carcere certo non rieduca né reinserisce, ma anzi diseduca ed esclude, a volte senza ritorno. Un luogo chiusoe dimenticato, dove non si esce né si entra per propria volontà.
A meno che…
Cosa accade se invece in carcere ci si va per scelta, per rimettere in contatto il dentro e il fuori, parlando e scrivendo?
è solo uno dei tanti modi di mantenere vivo un legame, di tenere insieme la città dei buoni con quella dei cattivi, di farle conoscere tra loro, perché si rispettino di più. Le storie, un concerto, un sito web, i giornali… tutto può servire a non rimuovere le tante domande che il carcere ci pone.
Perché dall’inferno si può anche risalire, e riprovare a vivere nel “mondo libero”. Come Mimmo, che vi presentiamo col suo libro. Dopo 30 anni di buio e silenzio Mimmo oggi racconta la sua verità e quei muri si fanno più sottili, mentre la sua storia diventa la nostra.

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