14 novembre 2018

Unicoop Firenze boccia il modello degli ipermercati. Non rendono

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Unicoop Firenze ed Unicoop Tirreno ribadiscono l’uscita dal format iper, ma qualcosa non quadra. Vediamo perché. Dal blog dei inoltre non trova la stessa difficoltà una delle maggiori Coop nazionali, Coop Adriatica, dalla quale non pervengono segnali di ridimensionamento del settore iper.

Rimanendo sempre nell’ambito Coop, si apprende che Coop Liguria sta per aprire a La Spezia il centro commerciale Le Terrazze, con all’interno un iper di 11.000 mq, un ampliamento dovrebbe riguardare anche l’ipercoop di Sarzana.

Coop Consumatori Nordest avrebbe in programma un iper a Gorizia, Coop Lombardia sta aprendo un iper a Peschiera Borromeo (MI).

Quindi? Quella dell’ipermercato è una formula davvero superata?

Cominciamo invece col dire che la gestione degli iper per Unicoop Firenze non è redditizia da anni. L’azienda si è lanciata con pressappochismo e superficialità in questa partita, e non ha saputo sviluppare un proprio know how su questa tipologia, non riuscendo ad essere competitiva con i grandi specialisti del settore non food.

In tipico stile Coop, il fallimento viene fatto passare per una sconfitta del format, non dell’azienda. Non si traggono logiche conseguenze di una evidente incapacità gestionale, con relativi avvicendamenti nei ruoli di responsabilità. Si riduce la superficie degli iper, lanciando il messaggio ai soci, che a quanto ci risulta qualche mugugno lo hanno emesso (oltre non vanno), che Unicoop è saggia e preveggente, anticipando una tendenza che altri ottusi big del settore si ostinano nel rilanciare. Siamo allo stravolgimento della realtà.

Pur non essendo competenti come i geniali manager addetti al non food, si può comprendere facilmente che, oltre le difficoltà connesse alla normale competizione, se ne vengono aggiunte di ulteriori, lo sforzo diventa inane. Ci debbono spiegare come si può competere nei settori dell’elettronica, dell’attrezzatura sportiva, della profumeria, se all’interno dello stesso centro commerciale Unicoop affitta i fondi proprio alle catene di negozi specializzati.

La realtà è che Unicoop Firenze esce dal format iper per manifesta incompetenza e preferisce fare «l’agenzia immobiliare», locando la superficie che risulta in eccedenza dopo il ridimensionamento degli spazi. Un businness molto più facile e assai più sicuro.

Per Unicoop Tirreno poi, il discorso è diverso. Fermo restando le cose appena dette, il tutto si moltiplica per una evidente incapacità nel gestire molti negozi campani. Non solo iper, ma normali supermercati, come si può leggere un questo articolo.

Si punta dunque esclusivamente sul modello superstore, quello che ha reso celebre Esselunga. Più in generale parlando di tutte le coop, il dubbio che ci viene è: saprà il gruppo Coop sviluppare con successo un proprio know how in grado di competere in un mercato sempre più agguerrito?

Nutriamo qualche dubbio. Il problema vero è che Coop non è abituata a relazionarsi con mercati competitivi, avendo operato da sempre in aree protette e con scarsa competizione. Lo scenario però è cambiato e occorre misurarsi con i migliori competitors specialisti nelle varie tipologie. Coop non pare avere una chiara visione strategica di dove vuole andare a parare e i bilanci intanto sono quelli che sono, come abbiamo visto nella recente tornata.

Inoltre, anche nel segmento discount (le Coop sono presenti con l’insegna DICO, esclusa Unicoop Firenze e Coop Centro Italia) le cose vanno male. Ma di questo capitolo avremo modo di parlare in un prossimo articolo.

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Unicoop Firenze è recisa: «Quella dell’ipermercato è una formula superata». E sta riorganizzando i propri iper con una formula diversa. Unicoop Tirreno ha fatto di più: ha chiuso o venduto alcuni ipermercati ache aveva aperto al Sud. Uno dei pochi a salvarsi sarà le Fonti del Corallo a Livorno.

La formula iper, insomma, non va più. Troppo grandi, troppo lontani, troppo dispersivi: un po’ la crisi, un po’ il cambiamento dei comportamenti dei consumatori, fatto sta che la grande distribuzione sta cambiando pelle. Meno elefantiaca e più a misura d’uomo.

«Tra i nostri tre canali di vendita – spiega Pasquale Rotta, responsabile commerciale di Unicoop Tirreno – l’ipermercato è quello che mostra più la corda. E’ una tendenza ormai consolidata. Il consumatore, soprattutto in un periodo di crisi, vuole evitare di usare l’auto e avere un maggior controllo della propria spesa, in modo da ridurre gli sprechi». Anche a costo di recarsi più spesso a fare la spesa.

«L’ipermercato – dicono a Unicoop Firenze – è senz’altro una formula superata e da tempo abbiamo deciso di percorrere altre strade». I 6 ipermercati di Unicoop Firenze, infatti, saranno sottoposti a una robusta revisione, cominciando da quelli di Sesto Fiorentino e Montecatini. «Trasformeremo queste strutture in superstore, ossia in centri di taglia intermedia rispetto al tradizionale supermercato». Cambiano quindi le dimensioni, ma anche la tipologia.

Negli iper, alimentare e no food sono generalmente equilibrati, mentre i superstore presentano una netta prevalenza dei generi alimentari sulle altre merci. «Il no food in queste strutture di fatto assumerà una funzione di integrazione dell’offerta che si concentrerà sull’alimentare».

A determinare la crisi degli iper è l’affermazione delle catene di negozi specializzati, soprattutto nei settori dell’elettronica, dell’attrezzatura sportiva, della profumeria. «Per questi settori, già oggi – precisano a Unicoop Firenze – l’ipermercato non è più il punto di riferimento principale per la clientela. E allora tanto vale tenere un buon assortimento di questi prodotti, ma non farne uno degli asset fondamentali di vendita».

E questo cosa comporta? Prendiamo l’esempio dell’Ipercoop di Montecatini. La superficie di vendita sarà quasi dimezzata, da 10mila a 4/5mila metri quadri, e nella parte liberata si insedieranno altri negozi specializzati, come ad esempio Decathlon o Euronics. Una scelta simile è stata adottata da Unicoop Tirreno per la nuova struttura che dovrebbe nascere a Grosseto e i cui lavori dovrebbero essere avviati entro la fine dell’anno. «Non abbiamo ancora definito con esattezza la superficie – aggiunge Rotta – ma sarà attorno ai 5mila metri quadrati».

Quindi, niente ipermercato a Grosseto, anche perché queste strutture hanno senso se riescono a generare un polo di attrazione di almeno una trentina di chilometri, ma questa caratteristica si scontra con due fattori. In primo luogo, nei consumatori c’è sempre meno voglia di prendere la macchina per andare a fare la spesa e poi perché queste strutture sono a rischio di cannibalizzazione con altri centri nella stessa area. Allora, che senso ha costruire un iper che farà concorrenza, in un periodo di vacche magre, anche a molti supermercati della stessa società?

Lo stop agli ipermercati non stupisce le associazioni dei commercianti, anche se tutto il settore risente della crisi. «Se la grande distribuzione piange – afferma Andrea Nardin, direttore della Confcommercio regionale – il commercio al dettaglio di certo non ride e quando va bene va in pari rispetto ai volumi dello scorso anno. Certamente, auspichiamo che ci sia un ritorno alla piccola distribuzione, soprattutto dove la professionalità dell’esercente e la qualità dei prodotti riescono a intercettare una fascia di mercato interessante».

La fuga dagli iper secondo Nardin si spiega con la scelta dei consumatori di esercitare una maggior attenzione negli acquisti. «Nel negozio sotto casa si evita infatti di acquistare prodotti che non sono indispensabili. C’è, in generale, un ritorno alla logica dell’acquisto a breve e alla scelta, per i beni di fascia alta, di prodotti durevoli. In questo caso, più che il risparmio immediato si cerca l’affidabilità e la durata nel tempo».

Massimo Biagioni, presidente regionale della Confesercenti punta il dito contro l’eccessiva crescita della grande distribuzione. «Con 800mila metri quadri di superficie di vendita, a cui vanno ad aggiungersi i tanti centri commerciali mascherati costituiti con più strutture di media grandezza, la Toscana è ormai satura. Lo dimostrano le disponibilità ancora presenti, ma non sfruttare nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto e il fatto che ormai la realizzazione di mega strutture commerciali è appetita soltanto dove c’è una forte rendita immobiliare o speculazione». Al sovradimensionamento della grande distribuzione si somma la dilatazione degli orari e dei giorni orari di apertura, «una situazione – conclude Biagioni – che mal si concilia con una tendenza alla diminuzione dei consumi».

0 Comments

  1. ario

    Una strategia non sbagliata come idea, quella degli ipermercati, ma nelle infrastrutture mancanti. L’ipercoop di Sesto fiorentino e di Lastra a Signa, per esempio, sono facilmente raggiungibili dai Fiorentini, ma non dal resto dei Toscani che, oltre a farsi molti Km per raggiungerli, li devono fare attraverso percorsi tortuosi e sfiancanti. Così la spesa, più che un piacere diventa uno stress (oltre a costare di più per il ricarico della benzina).Inoltre le altre Coop, quelle, diciamo normali, sono situate nelle estreme periferie delle città, con interi settori merceologici mancanti, come ad esempio, il tessile e merce distribuita a casaccio (ad esempio su scaffali dietro le colonne, molto difficili da raggiungere).Si può capire il tessile in centri dove ci sono le gallerie commerciali, ma non dove c’è “solo” la Coop.

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