15 dicembre 2018

Un'esperienza in movimento

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Sei appena tornato dal World Social Forum, arricchito da un’esperienza sicuramente straordinaria. Raccontaci, cosa ha rappresentato per te Porto Alegre?
Un evento imponente: cinque giorni pieni di dibattiti, discussioni, cortei, feste, con persone venute da tutto il mondo. Porto Alegre è una città che ha sperimentato, ormai da una dozzina di anni, quello che viene chiamato il “bilancio partecipativo”, per cui anche gli abitanti della città erano felici di ospitare questo evento. C’erano centinaia e centinaia di laboratori (si parla di otto-novecento) dove si discutevano i temi legati alla globalizzazione, in maniera molto spontanea ma al tempo stesso professionale. Chiunque fra i delegati poteva proporre un tema, trovare i relatori e proporsi nel programma ufficiale del World Social Forum; questo ha fatto sì che non ci fossero esclusioni. Il bello è che tutti i gruppi di lavoro, al di là degli eventi a più forte impatto mediatico – penso a Noam Chomski o Naomi Klein che hanno attirato migliaia di persone, erano molto frequentati; questo vuol dire che il movimento può contare su contenuti solidi e su una rete molto stretta di persone che ci lavorano con passione e competenza.

Rispetto al Forum dell’anno scorso l’attenzione dei media è cresciuta enormemente. Eppure era difficile, per chi viveva l’evento a distanza, percepire quella articolazione e quella vivacità che ci descrivi. A noi è pervenuta una dimensione più “piatta”, più schiacciata su queste grandi personalità. Come si può fare emergere questa vivacità sotterranea, che è rimasta fuori dai riflettori ma che sicuramente costituisce il lascito più importante del Forum di Porto Alegre?
Non c’è nessuno, tra i delegati di Porto Alegre, che non sia ritornato con fogliettini o agende pieni di nomi di persone che ha incontrato là e con cui ci proponiamo di avviare un lavoro comune. Ti porto una mia esperienza personale: in aereo tra San Paolo e Porto Alegre ho incontrato una ragazza della ex Jugoslavia che si era attivata per costituire il Forum dei Balcani, per rimettere insieme tutte le componenti che vogliono cercare di costruire un futuro diverso per quella regione martoriata. E’ stato molto importante e questo incontro avrà sicuramente un seguito anche nel nostro Forum nazionale. Abbiamo avuto incontri a Buenos Aires con le assemblee che promuovono le grandi manifestazioni di piazza e stiamo pensando a momenti unitari di lotta sul modello del cacerolazo argentino.

Questi percorsi incrociati sono inevitabilmente destinati a produrre effetti che certo ora è difficile quantificare…
Non si possono quantificare ma ci sono. Porto Alegre è stato un grande evento politico ma anche un grande evento umano, di confronto, di conoscenza. L’intensità e l’importanza del confronto non possono essere riportate da nessun giornalista o narratore, ma sono comunque un dato di fatto perché molte collaborazioni si sono intrecciate tra persone che hanno scoperto una grande affinità.
Vorrei raccontarti un altro episodio accaduto tra Porto Alegre a Buenos Aires. La nostra piccola delegazione, formata da cinque fiorentini, si è fermata a Montevideo e casualmente abbiamo trovato sul lungomare un gruppo di ragazzi brasiliani, studenti universitari. Dopo qualche centinaio di metri abbiamo incontrato anche un gruppo di argentini. Abbiamo trascorso un po’ di tempo con loro intorno ad una birra e ci siamo lanciati in discussioni appassionate sui contenuti del Social Forum, con una visione abbastanza simile. Quando i ragazzi brasiliani ci parlavano delle Fondazioni che stanno entrando con forza dentro le università pubbliche per privatizzarle, ci sembrava di poter confrontare questo fatto con ciò che sta avvenendo qui da noi e di poter costruire insieme un’alternativa.

Dicevi di queste discussioni appassionate… Sono emerse delle novità importanti rispetto a quanto il movimento aveva già elaborato lo scorso anno sempre a Porto Alegre e poi nel luglio scorso a Genova, oppure i temi sono rimasti gli stessi e la novità fondamentale è stata quella di radicarli e di ‘metterli in rete’?
La novità più importante di quest’ultimo Forum è la quantità di persone che stanno cercando di costruire un’alternativa a questo sistema economico. E’ una crescita esponenziale: si passa dalle ventimila persone in piazza a Seattle, che hanno acceso la miccia di questo movimento, fino alle sessantamila di quest’anno che si incontrano per discutere, non solo per andare in piazza e manifestare. Dal punto di vista dei contenuti c’è una crescita ed è evidente: penso alle campagne lanciate all’interno del Forum, come quella sull’acqua o sulla biodiversità.
L’altra importante novità è che si sono affacciati i partiti politici della sinistra tradizionale: il Social Forum Mondiale storicamente “contiene” solo due partiti, uno è Rifondazione Comunista, l’altro è il Partito dei Lavoratori del Brasile. A questo Forum invece hanno partecipato decine di parlamentari della socialdemocrazia europea e sudamericana per cercare di capire, di comprendere. E’ evidente che si corre il rischio di una partecipazione, purtroppo, “strumentale”, per cercare di recuperare credibilità, ma è un rischio che va sicuramente affrontato.

Indubbiamente il Forum degli enti locali ha visto la partecipazione di sindaci di comuni importanti, come Roma o Parigi; così come vi è stata per la prima volta la presenza di partiti della sinistra storica tradizionale. Come interpretare questa contaminazione tra istituzioni, partiti e movimento? E’ in atto una sorta di “normalizzazione”? Oppure dobbiamo essere lieti per il fatto che l’onda d’urto di questo movimento sta investendo la ‘vecchia politica’ inducendo tutta una serie di cambiamenti che avranno importanti conseguenze?
Io propendo per quest’ultima ipotesi perché il movimento ha tutto da guadagnare dalla sua espansione nella società. Occorre certo stare attenti: il documento finale di Porto Alegre ribadiva con forza che il World Social Forum è contro il neo liberismo e contro ogni tipo di guerra (militare, sociale e ambientale). Esistono dunque dei principi guida irrinunciabili.
A Porto Alegre ci sono stati due momenti più propriamente “istituzionali”: il Forum degli enti locali, al quale hanno partecipato il presidente della regione Toscana, Claudio Martini, e vari sindaci e assessori della nostra regione, e il Forum dei parlamentari, che per la maggior parte vedeva rappresentate le forze della sinistra e della socialdemocrazia. Cosa ha significato? Occorre ricordare che in Francia e in Brasile sono in corso le campagne elettorali per le presidenziali e il movimento brasiliano e francese, insieme a quello italiano, sono i più forti all’interno del Social Forum. Ma il partito comunista francese, che fa parte del governo Jospin, ha votato e sostenuto la guerra in Afghanistan. Problemi analoghi in Brasile con Lula e il suo partito, il Partito dei lavoratori: posizioni troppo radicali vanno a discapito di un bacino elettorale che può permettere alla sinistra di vincere le elezioni.
Questa realtà non poteva non pesare sul World Social Forum poiché è in contrasto con i suoi valori ispiratori. Ci sono dunque delle posizioni diverse che si confrontano: alcune più “pure”, con l’obiettivo di tenere ferme certe parole d’ordine e non accettare compromessi, altre più “realiste”, che invece cercano di allargarsi ad altre parti della società. Personalmente sarei per questa seconda ipotesi, che certamente non è condivisa da tutti, ad iniziare ad esempio anche dal Firenze Social Forum. Serve necessariamente un dibattito su questa tema.

Parliamo anche dei limiti di questo appuntamento così importante, a cominciare dalla scarsa partecipazione di continenti come Asia e Africa. Come si può pretendere di lanciare una sfida alla globalizzazione neoliberista con una carenza così grave? Hanno forse ragione quei critici che riducono il movimento ad una sorta di coscienza critica dell’occidente capitalistico?
No, non è solo questo. E’ vero che l’Europa era ben rappresentata e quindi può valere quel carattere di coscienza critica che tu ricordavi. Però c’era anche il Sud America, che vive in pieno le contraddizioni della globalizzazione neoliberista, basta pensare al caso dell’Argentina, ma non solo.
Il lato negativo è l’assenza di Africa e Asia. Perché questo? Soprattutto per una questione economica: andare a Porto Alegre costa molto e qualche delegato del sud del mondo è potuto venire solo grazie a collette organizzate dai vari Social Forum europei. Detto questo occorre assolutamente includere i movimenti che lottano in Asia e Africa: un’idea era quella di spostare in India la terza edizione del Social Forum, il prossimo anno, ma le condizioni politiche del paese hanno reso impossibile la realizzazione di questo progetto.

Un altro aspetto rilevante: Porto Alegre è sinonimo di modelli di democrazia, di un tentativo di modificare sostanzialmente il rapporto tra rappresentanti e rappresentati. In questo senso anche la maniera in cui il forum è stato organizzato ha provocato una certa discussione. Ci si chiede, chi prende le decisioni e a nome di chi? E’ forse in atto la formazione di una sorta di “nomenclatura” del forum mondiale, cioè la formazione di un gruppo dirigente che sta egemonizzando il movimento?
La “nomenclatura” c’è ed è evidente, è costituita dai, chiamiamoli così, soci fondatori del World Social Forum. Per fare alcuni nomi: Ignacio Ramonet, Bernard Cassen, Vittorio Agnoletto, Rigoberta Menchu ecc. E’ un livello organizzativo che ha due funzioni: la prima è quella di riuscire a riunire quei soggetti che vogliono partecipare al dibattito politico mondiale, l’altra è far funzionare la macchina del World Social Forum, che certo non è cosa da poco soprattutto quando si devono gestire ottocento e più eventi in soli cinque giorni. Non vedo però il rischio di un futuro “partito del movimento”, almeno a livello mondiale. Il rischio è più a livello locale, ad esempio in Italia o in Francia, poiché abbiamo ancora un vecchio modo di pensare rispetto a questi temi. C’è il rischio che il Forum Sociale Italiano si trasformi in un qualcosa di organizzato politicamente e che quindi si torni al vecchio problema di chi ‘sta fuori’ e chi ‘sta dentro’, senza tenere conto dei contenuti, che invece secondo me sono trasversali e coinvolgono il 90% della società. Per farti un esempio, c’è in corso un aspro confronto tra Rifondazione comunista e i Democratici di sinistra sul movimento, con il rischio che il movimento stesso venga egemonizzato. Questo è pericoloso perché è possibile che venga travolta quella che è la ricchezza del forum, cioè il confronto fra diversi, la testimonianza della propria realtà e della propria originalità.

Questa è una critica che ho trovato anche in altri commenti. Nelle forze politiche della sinistra italiana si ravvisa una sorta di vizio “politicista” e una scarsa capacità di mettersi in gioco davvero dentro il movimento.
C’è poca voglia di rimettere in discussione la politica come l’abbiamo intesa negli ultimi trenta anni, soprattutto a sinistra. E’ una politica che ha fallito sia sul fronte riformista (l’esperienza dell’Ulivo ne è testimone) sia a livello antagonista. Se i contenuti sono condivisi (ad esempio la lotta contro lo strapotere delle multinazionali nei paesi del sud e del nord del mondo o contro le speculazioni finanziarie) ogni persona, al di la delle sue convinzioni politiche, li può capire e sostenere. All’interno del movimento italiano si sta cercando di non cadere in un puro confronto tra entità politiche, sul filo del rasoio dei soli numeri.

Il rischio è quello di dissipare l’enorme ricchezza di questo movimento all’interno di una schermaglia di sigle che non interessa a nessuno e mi sembra che gli avvenimenti di questi giorni, dalla marcia dei professori del 24 gennaio all’urlo di Nanni Moretti in piazza Navona, rappresentino il segnale che, oltre i vecchi giochi della politica, sta avanzando qualcosa di molto significativo e importante.
Certo, perché approfittare di un movimento cosi diversificato eppure così vivo per riappropriarsi del contatto con la cittadinanza? I partiti hanno fallito, che lascino crescere in pace questo movimento…

(dalla trasmissione radiofonica “L’Altracittà” del 15 febbraio, a cura di Gabriele Vannini e Cristiano Lucchi, in onda tutti i venerdì, ore 12, dai 101,5 Fm di Novaradio – Adattamento redazionale di Rossella Degl’Innocenti)

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