Un'altra vittima da mettere in conto alla Tav

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La Tav miete ancora vittime. E’ morto il carpentiere Giovanni Damiano, 42 anni, che nove giorni fa aveva avuto un grave incidente lavorando in galleria all’arco rovescio. Anche lui lavoratore “emigrato” dal Sud, originario della provincia di Benevento, era sposato, con due figli. E’ il secondo operaio che muore nella costruzione della Tav, galleria inaugurata da Carlo Azeglio Ciampi il 20 febbraio 2001. Allora i lavori erano solo a metà, ma ad oggi sono ancora largamente incompiuti. L’inaugurazione era stata una giornata di festeggiamenti “obbligati”, come riporta anche un comunicato dell’associazione Idra. Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza del cantiere, circondato da un nutrito stuolo di dissuasori, non ebbe la possibilità in quell’occasione di spiegare al presidente della Repubblica la verità. Vale a dire la sofferenza fisica, sociale e morale che i lavoratori deportati dal Sud nel Mugello della TAV vivono tutti i giorni.
L’ennesimo infortunio mortale, drammaticamente atteso, ha avuto luogo. Ma è arrivato il momento di fare qualcosa. Qualche speranza è riposta nel Consiglio regionale, talmente scosso alla notizia dell’incidente, da far intervenire il presidente della Commissione lavoro, Nino Frosoni (Comunisti Italiani).
Da lui la proposta di iniziative legislative urgenti, per vietare i subappalti, forma selvaggia di sfruttamento che non dà ai lavoratori ne’ garanzie in termini di sicurezza né tanto meno economiche.
“Forse domani i sindacati indiranno un’ora di sciopero. – rilegge sul comunicato di Idra – Una ‘prassi’ che potrebbe ormai quasi essere scritta sul contratto di lavoro di queste centinaia di lavoratori che dal Sud e da tutti i Sud d’Italia sono costretti a emigrare per sopportare i rischi e l’umiliazione del ‘ciclo continuo’ nelle viscere dell’Appennino”. Certo è che i sindacati non possono agire da soli, sta ormai alle istituzioni agire in modo da arginare una situazione diventata ormai insostenibile e soprattutto inaccettabile.
Riportiamo l’elenco delle altre vittime dell’Alta velocità ferroviaria tra Firenze e Bologna.
26 giugno 2000 – muore in località Ponte Nuovo, a Calenzano (FI), Giorgio
Larcianelli, 53 anni, di Scandicci, camionista: trasportava terra per i
cantieri dell’Alta Velocità, di ritorno dalle cave del Mugello.
10 aprile 2001 – ancora una volta sulla strada, Assuntina Spina, residente in
Via Puccini a Sesto Fiorentino (FI), 84 anni, perde la vita agganciata da un
camion che usciva da uno dei cantieri dell’Alta Velocità ferroviaria in
costruzione fra Firenze e Bologna.
Le altre tre vittime sono lavoratori delle gallerie TAV.
31 gennaio 2000 – nel tunnel di Vaglia (FI), al Carlone, muore Pasquale
Costanzo, 23 anni, elettricista di Petilia Policastro (Crotone), impiegato
da due mesi nell’Alta Velocità.
1 settembre 2000 – muore nel cantiere della galleria TAV di Monghidoro un
operaio, Pietro Giampaolo, 58 anni, originario della provincia di Chieti,
schiacciato dalle ruote di un camion in retromarcia.
5 gennaio 2001 – muore nel cantiere TAV FT2 di Sesto Fiorentino (FI) Pasquale
Adamo, 55 anni, di Quarto (NA), sposato e padre di tre figli, stritolato
dalla coclea di un posizionatore all’imbocco della galleria di Monte
Morello, a Quinto.
29 novembre 2001 – anche la tratta TAV Milano-Bologna conosce la sua prima
vittima. Nel cantiere CEPAV della TAV vicino Villa Dallari, sulla strada per
Campogalliano, a Modena, Francesco Minervino, 57 anni, dipendente della
Modena Scarl, viene travolto da un’escavatrice che stava procedendo in
retromarcia all’interno del cantiere.
22 febbraio 2002 – vittima di un grave incidente è Franco Marrazzo,
elettricista di 24 anni, ancora di Petilia Policastro, che cade da un
ponteggio nella galleria di Morticine (Comune di Scarperia, Mugello).
Il bilancio di due anni di lavori Tav è spaventoso. Occorre fare qualcosa, adesso, a costo di far bloccare i lavori dell’Alta velocità..ma forse è proprio questo il problema. E’ l’ennesimo esempio della considerazione che si ha in questi settori (come in altri purtroppo) dei lavoratori. Meglio pagare un sovrapprezzo in vite umane che essere costretti ad aprire il portafoglio. Si risparmia di più.

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