Un’altra stella sulla bandiera?

image_pdfimage_print

di Gabriela Sole

Gli Stati Uniti condonerebbero il debito estero argentino in cambio della Patagonia. Ma perché interessarsi ad una vasta terra spopolata? Forse perché lì ci sono riserve di petrolio, di oro, di argento e per di più una delle ultime riserve di acqua dolce del pianeta?
È del settembre scorso l’inchiesta del giornalista argentino Caparròs, che è intervenuto all’interno di “Dia D”, un programma televisivo di Buenos Aires, per denunciare la situazione di Esquel, città delle Ande patagoniche, di cui poco o nulla si è detto sui giornali.
Una multinazionale statunitense, interessata allo sfruttamento di una miniera di oro e argento a Esquel, ha presentato un piano per cui si propone di estrarre in 10 anni l’equivalente in oro di 2.500 milioni di dollari, e ha promesso 300 posti di lavoro. Gli abitanti della zona però, si sono riuniti in assemblea per impedire l’estrazione e per domandare al Sindaco e al Consiglio Comunale un referendum. Perché per separare l’oro si usa il cianuro e per l’argento l’arsenico, potenti veleni che potrebbero infiltrarsi nel terreno inquinando le falde acquifere sotterranee.
La multinazionale ha offerto cibo e regali alla popolazione per convincerla a votare sì. La gente del posto, abituata a questi inganni politici, ha mangiato, ha accettato i regali, e poi è andata in massa a votare: i NO sono stati l’81%!
Un abitante della zona ha detto: “Un popolo che non si vende, non può essere comprato”. Ma i dollari hanno il loro peso quando ci sono sindacalisti e politici corrotti, così per i dirigenti dell’assemblea sono cominciate le minacce di morte.
Il programma dell’ex presidente Menem per incentivare le esportazioni è ancora in corso e prevede che lo Stato Nazionale non possa sfruttare le risorse del sottosuolo se non attraverso le imprese private, che devono pagare un canone di appena il 3% (che nel caso di Esquel è ridotto al 2% da una legge provinciale). Queste imprese sono state favorite anche da un’altra legge ancora in vigore, che impone allo stato argentino il pagamento del 5% del valore delle esportazioni alle imprese esportatrici.
Facendo un po’ di conti, quindi, la multinazionale yankee pagherà 40 milioni di dollari, per far uscire in dieci anni dai porti patagonici 2.500 milioni di dollari, sui quali lo stato argentino dovrà pagare 125 milioni come “rimborso”, presi dalle tasse che pagheranno gli insegnanti, gli operai, i commercianti. Come diceva qualche anno fa un graffito sui muri di Buenos Aires: “Argentina, c’è chi ti ama e c’è chi ti USA”.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *