Un'alternativa di civiltà

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Non è davvero un bel momento per chi tenacemente insiste a delineare un ruolo del carcere diverso da quello che si impone con la forza dei dati bruti dalla lettura del terzo rapporto di Antigone. Si conferma il ruolo del carcere come puro «contenitore assistenziale». Infatti la popolazione detenuta è arruolata negli strati sociali più poveri. Il 35% non ha raggiunto il traguardo della scuola dell’obbligo, oltre il 40% proviene dal Sud e il 30% dei presenti sono immigrati con punte del 70% in alcuni penitenziari del centro-nord. La Toscana non si discosta da questo quadro avvilente: l’Osservatorio sugli istituti penitenziari della nostra regione indica il 28% di detenuti tossicodipendenti, il 40% di immigrati, un incremento della presenza di figure fortemente marginali. All’aumento di questa componente di «detenzione sociale», vanno contrapposte misure concrete di presa in carico dei problemi e delle persone: interventi per rimuovere o ridurre le condizioni di disagio e di rischio sul territorio, creazione di opportunità di alternativa alla pena detentiva, riduzione degli effetti desocializzanti del carcere.
Rispetto all’idea -dichiarata da tanti- del carcere come ultima ratio, si è affermato nella realtà un carcere come strumento sostitutivo di risposte sociali che non sono state e non vengono date in maniera sufficiente: di fronte a una inesorabile contrazione di risorse e strumenti di intervento, che investe il sistema delle protezioni sociali, il carcere è scelto sovente come la soluzione più agevole e immediata per contrastare quelle forme di disagio che possono spingere verso la commissione di reati.
Non possiamo chiudere gli occhi di fronte all’imbarbarimento in atto del livello di civiltà del paese ad opera di chi ha addirittura responsabilità istituzionali: l’evocazione di taglie, di legge del taglione, di emergenze securitarie rischia di produrre un arretramento culturale da fare letteralmente paura. E ancora, è iniziato in senato l’esame della proposta del vicepresidente del consiglio e ora anche ministro degli esteri Gianfranco Fini di punire il consumo di qualunque sostanza stupefacente senza distinzione con pene da 6 a 20 anni di carcere. E’ addirittura difficile immaginare che cosa succederebbe in termini non di sovraffollamento ma di vera e propria invivibilità negli istituti di pena: un vero inferno!
Occorre rispondere non rimanendo sulla difensiva ma rilanciando una alternativa di civiltà. Per questo nel convegno di oggi e domani che si tiene a Palazzo Vecchio delineeremo e proporremo una riforma del quadro normativo e amministrativo in grado di ridurre la penalità e favorire processi di reinserimento. Per quanto riguarda la situazione di Firenze e in particolare di Sollicciano che ha vissuto mesi assai scabrosi, vogliamo assumere la realizzazione del «Giardino degli Incontri», ultimo progetto di Giovanni Michelucci, come segno di una possibile inversione di tendenza, di una «ingerenza umanitaria» della città nel territorio chiuso della pena. Sollicciano grazie all’arte, all’archiettura, alla poesia insomma, dovrà tornare all’originario progetto dal quale si è profondamente allontanato, di un carcere fondato su un trattamento attivo e aperto dei detenuti. La nostra sfida non deve risolversi in un sogno. Occorre una determinazione intransigente delle istituzioni e della città.
SANDRO MARGARA – FRANCO CORLEONE

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