Una guerra di parole

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La programmazione dei vari palinsesti tv e delle pagine di testate su carta stampata è tornata alla normalità. Solo brevi parentesi per ragionare ancora sulla guerra in Iraq e su altre nazioni i cui regimi dittatoriali attribuirebbero automaticamente agli Stati Uniti il diritto di esercitare l’autoinvestitura di liberatori.
Proprio su questo ultimo concetto si basa la comunicazione di una guerra dei segni, sapientemente costruita o decostruita con enormi difficoltà.
Il dibattito serrato su cosa è reale “liberazione” e cosa piuttosto è l’esproprio di un territorio per il controllo delle sue risorse economiche, ha riguardato tutti ad ogni livello.
Le reti Rai, tranne qualche raro momento proposto da RaiTre, assieme a quelle Mediaset hanno rispolverato il ruolo di liberatori dal nazi-fascismo degli americani per legittimare la campagna di guerra in atto.
Bruno Vespa ha giocato a Risiko con il suo plastico personale della città di Baghdad e tanti mini tank e soldatini di piombo in avanzamento.
La CNN ha perso pubblico per la concorrenza della tv araba Al-jazeera, che ha sostenuto i danni di mutilazioni tecnologiche e fisiche perchè vittima di ripercussioni e bombardamenti nella sede di Baghdad.
I quotidiani hanno più o meno seguito cadenze e ritmi della discussione politica intrapresa dai suoi diretti sostenitori e/o proprietari.
Il rovescio della medaglia è stato rappresentato da mezzi di informazione non ufficiali – che sono poi anche gli unici a sollecitare e accogliere una partecipazione attiva, oltrechè volontaria, dei cittadini utenti dell’informazione.
Dalla trasmissione contro la guerra realizzata dall’intera famiglia Fo, contemporaneamente trasmessa in ogni sede del Circuito privato Europa 7, alla neonata satellitare NoWarTv, ideata da Luciana Castellina e Giulietto Chiesa.
Da Global Tv, emittente satellitare disobbediente, ai vari media center – con maxischermi e sistemi di streaming audio delle interviste radiofoniche trasmesse nel circuito di Radio Gap – montati nelle piazze o in luoghi autogestiti delle maggiori città italiane.
Dai vari siti web, primo tra tutti quello di Peacelink che ha promosso lo spazio MediaWatch – osservatorio sull’informazione in tempo di guerra – rivolgendo a chiunque l’invito a segnalare mistificazioni e bugie, alle testimonianze dirette degli scudi umani accorsi in Iraq da tutto il mondo.
Dall’open publishing di Indymedia ai vari siti per blogger, dove la pubblicazione di ogni contributo viene consentita da un admin.

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