14 novembre 2018

Una fatica da non sprecare

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Chiediamo una riflessione finale ad una delle protagoniste del Laboratorio di quartiere delle Piagge, l’architetto Marenna Davoli. Chi scrive l’ha conosciuta dentro quell’esperienza, avendo partecipato continuativamente alle riunioni del Laboratorio di quartiere.
Marenna, qual era il tuo ruolo nel contratto di quartiere?
Il mio scopo era garantire la partecipazione della popolazione delle Piagge, nella fase di progettazione esecutiva del Contratto di quartiere, tramite lo strumento del Laboratorio di quartiere (la cui sede fisica era ed è in via dell’Osteria presso la ASL, n.d.r.).
Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
Un senso di fatica e frustrazione: con tutta la buona volontà, era difficile mettere in atto strategie di partecipazione. Ci sono state difficoltà di fondo: qualsiasi cittadino è poco abituato ad occuparsi realmente delle questioni del luogo dove abita. Alla base c’è un disincanto diffuso, o forse semplicemente la mancanza di un’abitudine. Non siamo allenati a mettere a fuoco, a trovare le cause di un problema… E poi c’è un ostacolo intrinseco nella macchina dell’amministrazione comunale: gli uffici sono poco coordinati, e le scelte politiche separate dal settore tecnico.
Puoi spiegarci meglio cosa intendi?
Evidentemente, è difficile mettere in atto le soluzioni ipotizzate nelle riunioni con gli abitanti se a queste riunioni non era presente un tecnico del Comune, l’anello di congiunzione indispensabile. Il nostro ruolo era di mettere in evidenza problemi e proposte, ma non di progettare. Inoltre la politica era distante dalle riunioni. La mia opinione è che il Comune avrebbe dovuto dare al laboratorio poteri decisionali. Ho avuto spesso la sensazione che ci fosse una volontà politica che ci aveva chiamati a garantire la partecipazione, ma trovasse poi problemi a concretizzarsi.
Quindi per te il risultato è stato un fallimento…
Fallimento annunciato: quali possono essere i margini di cambiamento quando lavori su un’idea preliminare con paletti troppo rigidi? Per gli spazi aperti intorno alle ‘navi’, ad esempio, il progetto finanziato dal Ministero presentava delle tavole con già disegnati gli elementi di arredo, noi dovevamo solo decidere la loro collocazione!
Sono stati decisivi anche i tempi della partecipazione: quando siamo arrivati noi molti erano già stufi di partecipare, visto che erano passati anni dall’inizio della prima riunione (per il progetto preliminare). Gli inquilini parlavano delle loro case, non di abbellimento degli spazi aperti!
Naturalmente anche noi abbiamo fatto degli errori: mi ricordo per esempio che in una riunione con gli assegnatari involontariamente smentimmo le informazioni date dai referenti dell’autogestione: questo significò di fatto calpestare il ruolo forte rappresentato dai caposcala. E questo in un clima di tensione, perché per alcuni lasciare la propria casa (sia pure temporaneamente, per via dei lavori) voleva dire perdere una sicurezza.
Una nota finale di speranza per incoraggiare l’Amministrazione a riproporre la partecipazione alle Piagge?
Secondo me nel Laboratorio abbiamo avuto modo di parlare insieme di alcune cose importanti, c’erano grandi risposte da associazioni e abitanti, c’era un terreno fertile per fare un lavoro serio. Forse perché siamo a Firenze ed esiste un’abitudine culturale all’associazionismo. Io sento di aver costruito all’interno di questo tessuto rapporti personali molto belli e fruttuosi… tanto più mi sentivo allora responsabile in caso di un nostro errore, mi sembrava cioè di prendere in giro le persone che avevo conosciuto.

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