13 novembre 2018

"Una prigione a cielo aperto": rapporto del Cospe sui richiedenti asilo

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Sara Capolungo per l’Altracittà

Niente di nuovo sul fronte occidentale. È dal lontano 1951 che la Convenzione di Ginevra ha definito e riconosciuto lo status di rifugiato politico e richiedente asilo. Ma ancor oggi non sono previste, in Italia e in Europa, tutele specifiche a salvaguardia di queste persone che, in base alla legge, sono da ritenersi perseguitate dal loro Paese d’origine per motivi di razza, religione, nazionalità o per opinioni politiche.

E purtroppo nemmeno Firenze fa eccezione: “Io vorrei vivere in Italia perché mi trovo molto bene con le persone – racconta Hassan, somalo sotto protezione umanitaria e residente a Firenze in uno degli edifici occupati – Il problema sono i politici. Non possiamo vivere senza una casa, senza un lavoro, non possiamo sposarci, e non possiamo fare figli. È molto difficile anche pensare di studiare, fare dei corsi di formazione, perché se non hai un tetto sotto cui dormire e a volte non hai nemmeno da mangiare, perché magari ritardi a fare la fila in questura e la mensa chiude, tutto passa in secondo piano”. La testimonianza di Hassan è solo una delle numerose contenute nel report “Il paradosso di essere riconosciuto come rifugiato in Italia: vivere in una prigione a cielo aperto”, sulle condizioni dei rifugiati in Italia, realizzato dal Cospe (associazione per la Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti) all’interno del progetto europeo Eduasyl.

Il report italiano, realizzato tra il 2010 e il 2011, parte dall’analisi della realtà di Firenze per tracciare i contorni della situazione in tutta Italia, e fa parte di un più ampio report europeo su 5 città e i rispettivi Paesi, effettuato da un network europeo di associazioni che hanno analizzato la situazione nelle loro rispettive città: Amburgo, Glasgow, Goteborg, Salonicco.

Dal rapporto emerge che sono 6 le strutture di accoglienza attive nei 5 quartieri fiorentini, mentre sono solo 2 i centri (più 2 mini alloggi, forme di accoglienza protetta che ospitano il target) nella Provincia, mentre sono 289 i richiedenti asilo o persone sotto protezione internazionale. Tra loro ben 59 vivono in spazi occupati. Le strutture occupate attualmente sono 5 (gli storici Kulanka, Occupazione via Bardelli, l’ex ospedale militare Monte Oliveto e l’Occupazione Poggio Secco e lo stabile recentemente occupato in via Slataper). La maggior parte vive nell’area del comune di Firenze mentre 37 sono accolti in centri esterni all’area metropolitana, e 4 sono i minori non accompagnati richiedenti asilo.

Dalle ricerche svolte emerge come in Italia non siano state create risposte specifiche per i richiedenti asilo, facendo rientrare la categoria all’interno degli immigrati, senza quindi tenere conto della differente situazione normativa che li caratterizza, del tutto particolare. Nello specifico, a Firenze rimangono attivi alcuni centri territoriali, senza però avere strutture ad hoc dedicate ad un’utenza di questo tipo.

Inoltre dal 2010, a causa dei tagli alle spese degli enti locali, il Comune di Firenze ha deciso di chiudere i corsi serali che permettevano a molte persone di formarsi per un inserimento lavorativo, anche se sono stati attivati per l’anno 2010/2011 corsi per gli utenti più giovani. Non mancano tuttavia buone pratiche a livello provinciale, ma restano circoscritte all’offerta di ospitalità mentre quello che manca è proprio, a livello strutturale, la formazione.

Unica nota positiva è quella proveniente dall’associazionismo che si è attivato con impegno per dare sostegno a queste esigenze, un lavoro importante che però si è scontrato con un mercato del lavoro raramente ricettivo nei confronti dei richiedenti asilo. In definitiva, i richiedenti asilo e i rifugiati sono costretti a lavori dequalificanti rispetto alle loro reali competenze. Davvero, e purtroppo, niente di nuovo sul fronte dei diritti. Per i rifugiati, e non solo.

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