12 dicembre 2018

Un settore che tira – di Giorgio Beretta*

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Aria di festa nell’industria bellica italiana. Nel generale declino del “made in Italy” il comparto armiero ad uso militare colleziona infatti nuove autorizzazioni all’esportazione per quasi 1, 5 miliardi di euro con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente segnando così la cifra record dell’ultimo quadriennio. Un periodo nel quale il settore ha accresciuto il proprio portafoglio d’ordini di ben oltre il 72%, passando dagli 863 milioni di euro del 2001 agli oltre 1489 milioni di euro del 2004. Sono i dati ufficiali che si ricavano dalla “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e dei prodotti ad alta tecnologia per l’anno 2004” trasmessa dalla Presidenza del Consiglio al Parlamento nel marzo scorso.
La lista delle 690 nuove autorizzazioni concerne ben 65 Paesi tra cui, subito dopo le nazioni dell’area Nato-Ue, compaiono Malaysia, Turchia, India, Pakistan, paesi in guerra o macchiati di gravi violazioni dei diritti umani e Perù, Brasile e Argentina, che figurano nella classifica della Banca Mondiale come “nazioni a rischio di elevato indebitamento”. Dunque i problemi permangono. E riguardano proprio l’articolo 1 della legge 185/90 che vieta espressamente la vendita di armi a Paesi in conflitto, sotto embargo Ue, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e che spendono per la difesa ingenti risorse nonostante l’alto indebitamento. Oltre all’incremento notevole delle transazioni bancarie, che nel 2004 hanno raggiunto la nuova cifra record di 1.317 milioni di euro – due banche italiane da sole ricoprono, infatti, quasi il 60% delle autorizzazioni: si tratta di Banca di Roma (che si aggiudica autorizzazioni per un valore complessivo di oltre 395 milioni di euro) e Gruppo bancario San Paolo Imi (autorizzazioni per oltre 366 milioni di euro). Banche che sono seguite da altri istituti di credito italiani tra cui Banca Popolare Antoniana Veneta (121 milioni per uno share del 9%) e Banca Nazionale del Lavoro (71 milioni, cioè oltre il 5% del totale).
La Campagna di pressione alle ‘banche armate’ deve aver scalfito quell’ingranaggio finora ben oliato tra industria bellica e banche italiane creando un certo fastidio nell’ambiente e, soprattutto, portando importanti istituti di credito a dichiarare formalmente di voler uscire dal business. “Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha così recentemente prospettato una possibile soluzione” (delle “difficoltà operative” segnalate dall’industria bellica – ndr) che “sarà quanto prima esaminata a livello interministeriale” – si legge nella Relazione. C’è da scommettere che non sarà nella direzione della trasparenza e del controllo aperto ai cittadini.
Occorre, pertanto, tenere alta la guardia perchè c’è il rischio di non poter più accedere ai dati indispensabili alla Campagna di pressione alle ‘banche armate’.
Nel frattempo va registrato un ulteriore e positivo passo di Unicredit (solo l’1,5% delle autorizzazioni quest’anno), l’uscita ormai definitiva di Monte Paschi Siena e la bassissima quota di nuove autorizzazioni di Banca Intesa (1,7%) che lo scorso anno ha dichiarato il proprio disimpegno dal settore.
Preoccupa, invece, una ‘new-entry’: la Banca Popolare di Milano che si aggiudica 22 commesse per oltre 53 milioni di importi autorizzati, più del 4% del totale. Banca Popolare di Milano è uno dei sostenitori storici di Banca Popolare Etica, di cui da anni distribuisce i prodotti, ed uno dei principali collaboratori di Etica Sgr, che promuove fondi comuni di investimento ed altri prodotti finanziari “con un elevato profilo di trasparenza e di responsabilità sociale”. Cosa succede?

* L’Autore fa parte della Rete italiana per il disarmo www.disarmo.org
L’articolo integrale è leggibile sul sito www.banchearmate.it

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