Un safari tra i sapori

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Non si può dire che sia un locale turistico, il “Safari Bar African Kitchen” di via del Ponte Sospeso. Senza falsi esotismi, con autentica semplicità, offre un menu eccellente a prezzi imbattibili: ogni piatto costa circa 5 euro, e il “safari” consiste proprio nel viaggio gastronomico all’interno del continente meno televisivo al mondo. Zighinì eritreo, CousCous arabo, Maffè e Giabugè senegalesi, Yam nigeriano. L’Africa è vicina, concreta e rasserenante, dopo averne gustato i sapori. Così, inebriati dal “peppe”, un particolare peperoncino piccante, che prontamente ci mettiamo in borsetta, ci si perde in chiacchiere con Cristiana e Maria, due dei tre soci e gestori di questa oasi anti-turistica. Il locale, che ha aperto nel 2000, offre servizi ulteriori come “take away”, e catering a domicilio: un piatto per quaranta persone viene a costare 160 euro, con un rapporto qualità/prezzo che mette fuori gioco i vicini ristoratori di via Pisana.
Se è vero che il sud del mondo ci sta facendo concorrenza in casa, è anche vero che Adam Smith sembra avere preso la circonvallazione, impedendo alla sua mano invisibile di entrare in città: nonostante il felice rapporto prezzi/qualità, i fiorentini non rispondono alla legge di mercato. Troppo no-global? Non si direbbe. Ne parliamo con Cristiana, nigeriana di Umuahia, che arriva nel 1986 in Italia, dopo essersi laureata in giurisprudenza, raggiungendo il fidanzato, studente in medicina a Firenze. Dovranno presto accorgersi di non poter fare l’avvocato e il medico. Nel 1988 nasce la loro prima figlia: Florence. Poi, altri due bambini. I figli si integrano: “parlano più fiorentino dei fiorentini” dice la madre. La figlia è brava a scuola, mentre Cristiana è costretta, con una laurea in tasca, a fare lavori di fatica: cameriera ai piani, cuoca, aiuto domestico pagato a ore. Spinta dalla figlia, si lancia in un avventuroso concorso del Comune di Firenze per l’imprenditoria innovativa, e nel 1999 il progetto di Cristiana e Pascal Adindu e dell’amica Maria, ottiene 28 milioni di vecchie lire a fondo perduto.
“Avevamo pensato a un bar-ristorante africano dove gli italiani avrebbero conosciuto una cucina diversa, e dove africani immigrati potessero trovarsi, fare comunità, parlare, e mangiare a prezzi contenuti. Un posto così mancava, ce n’era bisogno.”
Purtroppo a causa dei debiti contratti per aprire, dell’affitto alto e della scarsa comunicazione, il locale non cresce e i coniugi Adindu temono di non farcela e di arrendersi. “Abbiamo un debito con la banca che non riusciamo a estinguere, l’affitto costa, e tutto è troppo caro. Non riusciamo a evitare di lavorare fuori. Guadagno di più facendo le pulizie nelle case. Qui lavoro per il futuro. La sera chiudiamo tardi perché aspettiamo i venditori ambulanti, e al mattino mi alzo alle cinque per fare pulizie nelle case”. Tornare in Nigeria? “Troppo tardi, i figli si sentono italiani. Sono andata in visita dieci anni fa, ma è stato costoso: siamo in cinque, e non si può tornare a mani vuote!”. Vivono in Italia da 18 anni, i loro figli parlano fiorentino, eppure non sono cittadini italiani. Lentezze burocratiche, richieste fatte in Italia che scadono nell’attesa che dalla Nigeria arrivino i documenti, code davanti alla Questura.
Gli Adindu abitano a Novoli, e noi gli auguriamo di farcela, a non arrendersi. A Firenze è importante avere un posto dove sentirsi “bianchi”, dove prendere atto che il colore significa pur qualcosa, se ci fa tanta impressione scoprire qual è il nostro. Quando ci siamo andati c’era la Digos. Stavano cercando qualcuno, e questo creava un po’ di agitazione, ma appena usciti gli aitanti ispettori è tornata a regnare una pigra atmosfera, che probabilmente è quella di tanti posti simili, alla periferia di Lagos.
Safari Bar, Via del Ponte Sospeso n.7/r
tel. 055 221946 – Apre alle 19.30.

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