23 settembre 2018

Un popolo senza terra

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Da secoli sono una Nazione, ma non hanno una terra. Parliamo di 1.100.000 persone, di cui 450.000 profughi in accampamenti nel più arido Sahara algerino e gli altri sotto l’occupazione marocchina: sono i Saharawi, un popolo che viene da lontano, discendente da nomadi berberi e genti arabo-yemenite. La loro terra è l’ex Sahara occidentale spagnolo: 280.000 km quadrati, 1200 km di costa sull’Atlantico confinante con Marocco, Algeria e Mauritania, circondata da aree francofone, colonia spagnola fino al 1975. L’ex-colonia è stata subito invasa dal Marocco, e nonostante la strenua resistenza del Fronte Polisario, il mondo è stato a guardare, senza impedire che si attuasse un genocidio, una diaspora, e la straordinaria epopea delle tendopoli in territori algerini. Tutto quello che la comunità internazionale è riuscita a fare è stato di farli sopravvivere, i Saharawi, con aiuti internazionali.
Di fede islamico-sunnita, prive di intolleranze e fanatismi, le tendopoli Saharawi sono governate democraticamente, con un sindaco e assessorati, e riservano un ruolo di spicco alle donne. Leggendari guerrieri, i Saharawi si distinguono per aver sempre rifiutato modelli terroristici e dimostrando anche nei momenti più duri un’altissima moralità e coscienza civile.
Nel 1976 viene proclamata in esilio la RASD, Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui presidente è Mohamed Abdelaziz, riconosciuta da 74 paesi, tutti situati nel sud del mondo, poiché né l’Europa, né il Giappone né gli USA ne riconoscono l’esistenza.
Nel 1982 la RASD viene ammessa a far parte dell’OUA, l’Organizzazione per l’Unità Africana, come cinquantunesimo stato.

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