Un po’ d’Aria tra quelle mura

image_pdfimage_print

“Per me l’esperienza del teatro ha un significato come di terapia, perché le celle sono piccole, ci stiamo in tre o in quattro, e spesso si litiga, così quando esci dall’attività di teatro il tuo spirito è libero, e questo ti rafforza, ti fa bene. È così anche per gli spettacoli: non pensi che dopo devi tornare in cella. In quelle due o tre ore ti senti proprio libera.”
Sarah A. è sudafricana, e la sua esperienza è inusuale: ha partecipato come detenuta al corso di teatro tenuto nella sezione femminile di Sollicciano da Patrizia De Libero dell’Associazione “Aria”, ma è stata rimessa in libertà prima dello spettacolo. Così è stata costretta a chiedere l’articolo 17, che permette agli esterni di entrare per visite o attività: “Ci sono stati molti problemi, le guardie mi hanno lasciato fuori a lungo sotto la pioggia, dicevano che è una vergogna che qualcuno esca dal carcere e poi ci torni così. Loro non lo capiscono, ma io avevo fatto una promessa a me a Patrizia e alle altre ragazze: se esco, torno per fare lo spettacolo. Non potevo lasciare il gruppo così.”
Lo spettacolo – seguito da incontri con il pubblico, fra cui molti studenti – messo in scena di recente nel piccolo teatro del carcere era “L’ufficio postale”, un dramma di Tagore in cui il parallelismo con lo stato di detenzione è evidente fin dall’inizio: “È la storia – racconta Patrizia De Libero – di un bambino malato costretto a vivere in una stanza, accudito dalla zia, ma privo di tutto, perché aria, sole e vento sono letali per la sua precaria salute. Il bambino morirà, ma nella sua breve vita conoscerà dalla finestra molti personaggi, che hanno la libertà ma non il gusto di essa, e riuscirà ad accendere in loro un rinnovato amore per la propria vita.”
Il risultato è emozionante eppure lieve, e rimanda un’immagine della realtà del carcere di oggi, con le sue contraddizioni.
“Lavorare con donne di tante nazionalità – dice ancora Patrizia – è stato un percorso faticoso ma ricchissimo, perché ognuna ha portato qualcosa di sé: una sorta di viaggio poetico nei luoghi di provenienza e tante piccole cartoline nostalgiche. Durante le prove l’incontro col ‘nodo’ – la libertà – è stato davvero duro ma loro sono riuscite ad andare oltre alla propria sofferenza.”
Ne “L’ufficio postale” Sarah interpretava due personaggi, “ma uno in particolare mi ha emozionato – spiega – perché gioca con tutti, e in questo personaggio ho potuto mettere molto di me, che sono un po’ vagabonda di mio, vivo giorno per giorno, e mi piace ridere, scherzare, fare allegria per tutti.”
Il carcere, al di fuori da queste piccole oasi, è un luogo crudele e disumano: “hai sempre paura degli altri, è molto difficile fare gruppo. Succede col teatro perché c’è un legame forte, ma poi si torna in cella”. Per questo prima di tutto c’è la ricerca di un’armonia di gruppo, poi, dice Patrizia, “una volta compreso il canovaccio, abbiamo puntato sulla ricerca del gioco teatrale, con sentimenti puliti espressi in una sorta di esperanto, che va dalle imprecazioni peruviane allo slang nigeriano.”
Ma come è nata e cresciuta questa esperienza di teatro in carcere? “Nel 1993 ho proposto un corso di propedeutica alla recitazione in carcere, perché dopo tanti anni di teatro classico e di ricerca volevo trovarne ancora l’utilità. Quando abbiamo acquisito credibilità, è nata l’Associazione Teatralmusicale Aria, e l’attività ha trovato uno sbocco anche fuori dal carcere, il che ci permette di costruire anche percorsi di reinserimento. All’inizio lavoravamo con tossicodipendenti italiane: lavorare con poesia sull’essere umano e su ciò che nasconde è alla base del fare teatro e rompe l’apatia imposta dal regime carcerario. Poi sono arrivate le ragazze straniere, e farle entrare è stato molto difficile, ci sono state manifestazioni di razzismo e tentativi di escluderle. In carcere chi non è abituato alla delinquenza – come le ragazzine che arrivano a 18 anni dalla Colombia tentando il viaggio della speranza e vengono arrestate all’aeroporto, e stanno dentro fino a 25 anni – rischia di uscire da lì minato moralmente, di spegnersi. In una situazione come quella del carcere convivere è ancora più difficile, e l’unica possibilità di comunicazione è nell’ascolto, nel riconoscere le differenze, nel condividere un’esperienza umana (essere donna, madre, lontana da casa): la voglia di difendersi cede a quella di conoscere, e il teatro è un grande aiuto. Questa evoluzione riflette quanto è accaduto anche fuori dal carcere: un percorso di apertura agli stranieri, anche se a ostacoli, e di riscatto del proprio gruppo sociale, perché uno straniero porta sul palcoscenico la sua identità, aprendo le porte anche al riscatto di coloro con cui la divide.”
Per contatti con l’associazione Aria:
tel. 055-224207 email p.delibero@virgilio.it

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *