Un massacro senza colpevoli

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Tredici condanne, sedici assoluzioni: mancava solo questo tassello per chiudere il “caso Diaz”. Il messaggio finale più o meno è questo: le violenze sono innegabili, come gli arresti arbitrari, la costruzione di prove false e la negazione dei principali diritti costituzionali, ma tutto sommato non è colpa di nessuno, se non degli eccessi di un corpo speciale andato un po’ oltre i propri compiti e di un paio di poliziotti-kamikaze con la vocazione per la calunnia. È stata quindi una “notte cilena”, proprio come disse a caldo in parlamento l’onorevole Massimo D’Alema, ma non c’erano generali con gli occhiali scuri dietro quella mattanza, né alti dirigenti di polizia e meno che mai mandanti politici. Per il tribunale di Genova è finita in quel modo – con decine di persone all’ospedale, un paio a rischio di morte e tutti comunque arrestati sulla base di prove false e con accuse inventate – senza che gli altissimi dirigenti presenti all’operazione potessero o dovessero far niente. Sono stati assolti dalle accuse di falso e calunnia tutti i dirigenti di grado più alto: Francesco Gratteri, capo dell’Anticrimine; Giovanni Luperi, capo del servizio segreto civile; Gilberto Caldarozzi, capo dello Sco (una struttura nazionale di coordinamento investigativo); Spartaco Mortola, vice questore vicario di Torino. Sono tutti funzionari arrivati ai rispettivi incarichi grazie a promozioni accordate in questi anni, nonostante l’onta del caso Diaz e l’inchiesta in corso. Perciò la sentenza del 13 novembre non sorprende. Lo stato aveva già detto la sua, con le promozioni, con il rifiuto di una commissione parlamentare d’inchiesta, con la protezione e le promozioni accordate al capo supremo, Gianni De Gennaro.
Le assoluzioni ci consegnano un messaggio di impunità rivolto sia ai cittadini sia ai lavoratori di polizia. L’attribuzione di responsabilità, per mezzo di condanne che non saranno comunque mai eseguite, si ferma ai primi gradini della scala gerarchica: i capisquadra e il responsabile del reparto che per primo fece irruzione nella scuola; due agenti che si sarebbero inventati la messinscena delle due molotov – attribuite ai 93 ospiti della scuola al fine di arrestarli e giustificare in qualche modo lo scempio dei corpi e delle leggi appena compiuto – all’insaputa di tutti, traendo in inganno i superiori. Questi ultimi fanno quindi la figura dei distratti e degli ingenui, dopo avere disertato tutte le udienze del processo e rifiutato di rispondere alle domande dei pm, avvalendosi della facoltà di non rispondere, come farebbero imputati comuni in processi comuni.
La polizia di stato esce molto male da questo processo. Le assoluzioni sono in realtà una condanna sul piano etico e professionale, perché non cancellano il fango che dal luglio 2001 ne deturpa l’immagine. Tant’è che il capo della polizia Antonio Manganelli, all’indomani della sentenza, ha riconosciuto che il paese “ha bisogno di spiegazioni” su quanto avvenuto a Genova G8, promettendo di farlo in “sedi istituzionali e costituzionali” non meglio precisate. Manganelli dimentica però di avere avuto sette anni di tempo e oltre duecento udienze in tribunale per dare queste spiegazioni. Oggi è davvero tardi. Per tentare di recuperare la credibilità perduta, dovrebbe intanto chiedere scusa ai cittadini, collaborare con le inchieste ancora in corso (ad esempio quella contro ignoti per il tentato omicidio di Mark Covell davanti alla Diaz) e sospendere tutti i condannati in primo grado. Non avverrà.
La sentenza Diaz in fondo è una conferma: l’Italia sta vivendo un’emergenza democratica, sarebbe ora di lanciare una rete nazionale “Sos diritti”.

Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova)

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