Un giorno in questura

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In questa settimana abbiamo rinnovato il permesso di soggiorno di un bambina che abbiamo in affido, e questa è la nostra avventura.
Arriviamo alla questura alle 8.30 circa.
Entriamo dalla porta principale. Siamo un gruppo un po’ eterogeneo e rumoroso avendo con noi tre bambini. Veniamo subito fermati all’entrata da un poliziotto che ci spedisce dall’altra parte dello stabile, sotto dei portici all’aperto.
Lì ci attendono due lunghe file di persone, quasi tutti orientali. Spiegazioni, nessuna. Mentre io mi fermo davanti al poliziotto sulle scale in mezzo alle due file, Daniela si mette in coda. Guardo il poliziotto, è giovane e sembra una brava persona, molto a disagio per un compito che non gli hanno spiegato. Appena mi avvicino e salgo un gradino, esce un suo collega più anziano che come buongiorno mi urla di scendere dal gradino, che a quanto pare può occupare solo lui.
Capisco benissimo che, per chi non ha altro nella vita, anche uno scalino può essere importante e scendo, cercando un contatto visivo che mi permetta di porgere la domanda senza fare la figura di quello che parla da solo. Ma niente, nessun contatto visivo, con nessuno dei presenti, non guarda in faccia neanche il suo collega. Si accorge della gente solo per urlargli in faccia, come fa con una ragazza slava che gli ha chiesto di dire le cose con più gentilezza. Capisco in quel momento perché ci tiene tanto a quei gradini. La sceneggiata che fa alla ragazza necessita di un luogo rialzato dal quale tutti lo possano vedere, sentire credo che l’abbiano sentito anche in piazza Duomo. Dopo lo spettacolo se ne va senza inchino e riesco a chiedere al giovane cosa devo fare esattamente. Ma lui non ne sa nulla e mi consiglia con gentilezza di andare all’ufficio informazioni.
L’ufficio informazioni è un gabbiotto trasparente con la sua bella fila. L’addetto dev’essere lì da giorni perché ha uno sguardo disfatto. Le spiegazioni vengono date, ma i modi non sono certo i più gentili. La gente davanti a me non è italiana, alcuni non parlano affatto bene e mi chiedo cosa riescono a capire dalle spiegazioni frettolose che subiscono. Quando tocca a me, prima di tutto dico buongiorno e spiego le ragioni per cui mi trovo lì. Vedo un lampo negli occhi dell’impiegato, uno sguardo del tipo “sono in vacanza dall’altra parte del mondo e trovo un italiano!”.

Mi dà i fogli da compilare, chiedo se la fila che sta facendo Daniela è quella giusta. Sì, la sua faccia dice che gli dispiace farmi stare in coda come tutti gli altri, ma non è colpa sua e sono gli ordini.
Insomma dopo tre ore di fila, nelle quali abbiamo visto un’intera famiglia passare avanti ad almeno dieci persone, almeno due raccomandazioni per andare dall’impiegato giusto, un’altra sceneggiata del nostro attore preferito, ed un bel mal di testa, ce l’abbiamo fatta. La domanda a questo punto sorge spontanea. Ma sarà impossibile organizzare le cose un po’ meglio?

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