Un giorno dopo l’altro

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Rumore di cancelli che si chiudono dietro di te, corridoi con la rete metallica tutt’attorno, anche sopra, filo spinato in giro, guardie armate ad ogni lato, un po’ svogliate, un po’ impegnate, sorridenti. Insomma, “fuori” assomiglia in tutto e per tutto alle carceri speciali del braccio della morte che siamo abituati a vedere nei film made in USA.
Ma dentro no. Dentro ci sono persone che potrei definire “normali”, se la normalità esistesse. Persone con cui ti sorridi in ascensore, che incontri all’incrocio di una strada, che magari ti passano accanto ogni giorno. Ma là dentro le riconosci, hanno la casacca arancione da “death row”, sono isolati, hanno sempre “trattamenti speciali”.
Quella di cui vi sto parlando è la Prigione di Stato di Raiford, un piccolo paese sperduto nella pianura del nord della Florida. Ho avuto l’occasione di entrarci in gennaio, per andare a trovare Jay, un ragazzo con cui ho una corrispondenza da circa un anno e mezzo.
Tutto è cominciato quasi per caso, quando, girando sul sito di Amnesty International, ho letto gli annunci di richiesta di corrispondenza con i detenuti condannati a morte. Così mi sono resa disponibile ed è iniziato uno scambio di lettere. Poi, con l’occasione di un viaggio negli States, ho fatto richiesta di visita e ho potuto incontrarlo.
Prima di entrare là dentro ero tesa e agitata: un po’ perché ero sola in un posto del genere, dovendo parlare in inglese, un po’ per l’idea di essere faccia a faccia con un ragazzo da un lato conosciuto ma dall’altra lontano da me. Poi ci siamo incontrati, abbracciati (l’abbraccio, solo uno, si può avere all’inizio e alla fine dell’incontro), la paura si è sciolta e abbiamo chiacchierato ininterrotti. Sì, parlato di tante cose, di sogni, speranze, libri, famiglia, amici, insomma, di quello che si parla con gli amici e i conoscenti in qualsiasi altro ambiente. Ma anche del fatto che ai condannati a morte è impedito lavorare anche se alcuni passano magari 25 anni ad aspettare “the next step” (il passo successivo) come lo chiama Jay. E il tempo non passa mai, esci dalla cella 2 ore 2 volte alla settimana per andare a prendere un po’ d’aria: è l’unica occasione di vedere altri carcerati. Per il resto sei sempre solo. Senza fare nulla se non rincretinirti davanti alla TV o leggere qualche libro o rivista.
Mentre parla, Jay si anima, ci tiene a essere visto non come un carcerato ma un ragazzo giovane e impegnato, e accenna solo con poche parole al periodo in cui aveva fatto “brutte scelte”. Brutte scelte che a 20 anni gli hanno portato 3 condanne alla pena di morte. Cosa di cui però non parla mai, neanche per lettera, forse perché troppo imbarazzato nei miei confronti, forse perché troppo pesante da raccontare.
Ora ha 26 anni, cerca di essere allegro con me, ma non passano inosservati gli sguardi di panico quando dice “stare qui dentro senza sapere se o quando uscirai, in un senso o nell’altro, fa impazzire. E o decidi che vale ancora la pena provare a essere vivo dentro oppure sei fregato: ti chiudi in uno stato di apatia dove i giorni diventano mesi e poi anni, tutti uguali, ed è peggio che essere morti”.
Le due ore che avevamo a disposizione sono passate in un soffio.
Poi io sono uscita, provando un senso di liberazione appena lasciate quelle sbarre, reti e guardie. Ma allo stesso tempo Jay ha ripreso la sua lotta per la vita, continuando ad affermare che è innocente, che gli altri hanno testimoniato contro di lui per avere uno sconto di pena.
Una serie di pensieri mi si sono affollati in mente… che il trattamento ai carcerati nel braccio della morte è inumano, che le condanne negli Stati Uniti sono famose per gli errori madornali commessi, che aver collaborato ad ammazzare tre persone è mostruoso… ma d’altronde sono cose a cui ora non so pensare.
Pensavo di passare più indenne rispetto a questa esperienza, ma invece mi sono fregata, perché ho trovato volti e sentimenti umani tanto quanto quelli fuori. E tutti i miei pregiudizi da “benestante italiana per bene buona e brava” si sono serenamente frantumati.
Beh, non tanto serenamente.

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