Un domani precario

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Il 50% delle nuove assunzioni oggi avviene con contratti a termine che, si trasformano in contratti a tempo indeterminato. Lo afferma la recente indagine dell’IRPET (Istituto Regionale per la Programmazione Economica) sui lavoratori flessibili in Toscana. “Precari ieri e oggi, quale il domani?”, evidenzia con estrema chiarezza il punto dolente della cosiddetta ‘flessibilità’: i contratti di lavoro temporanei, così ampiamente utilizzati dal privato come dal pubblico impiego, non si trasformano, nel lungo periodo, in contratti di lavoro stabile.
Tra le fila dei lavoratori ‘atipici’ (vedi box a pagina 3) non troviamo solamente giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro ma un numero crescente di adulti, uomini e donne, che vivono con il rischio sempre più elevato di rimanere intrappolati nella precarietà con carriere professionali conseguentemente discontinue, interrotte ed instabili.
Novecento persone intervistate di cui il 66% donne, con età mediamente bassa (il 54% ha meno di 35 anni) e livelli di scolarizzazione medi (52% diplomati, 15% laureati): queste le principali caratteristiche del campione oggetto dell’indagine che, a partire dal 2000 fino al 2006, ha analizzato i percorsi di un gruppo di lavoratori cosiddetti “atipici” valutando per quanti di loro il rapporto lavorativo si è trasformato da precario a stabile.
Vari i settori di attività presi in considerazione dalla ricerca Irpet e ritenuti rappresentativi del sistema produttivo toscano: dal sistema urbano di Firenze, a quello industriale di Santa Croce, passando dal Mugello per arrivare al sistema turistico di Rosignano e Follonica. E varie anche le tipologie contrattuali degli intervistati, anche se il contratto a tempo determinato e le collaborazioni coordinate e continuative (utilizzate soprattutto per le donne) risultano in assoluto le forme maggiormente utilizzate nel mercato del lavoro.
Per la maggioranza degli intervistati la precarietà non si sceglie; si subisce perché non esiste alternativa, perché questo mercato non offre opportunità di lavoro stabile e perché sempre più difficile è diventata la ricerca di un lavoro. In questo quadro, le più penalizzate risultano le donne che escono ed entrano dal mercato del lavoro per la nascita dei figli o per dedicarsi alla cura dei genitori. Le donne intervistate possiedono livelli di scolarizzazione più bassi rispetto agli uomini e (segue dalla prima) sono presenti in percentuale maggiore nelle fasce di età più elevate; proprio per questo, sono soggette a percorsi mediamente più precari di quelli maschili. Il quadro generale non è tranquillizzante, perché a distanza di sei anni, le trasformazioni in contratto di lavoro stabile riguardano meno della metà del campione analizzato con una discreta persistenza di lavoratori non stabili, per lo più donne, “non più giovani”, persone con bassa scolarizzazione, residenti in aree produttive più deboli. Chi sostiene che la flessibilità contrattuale serve come trampolino di lancio verso un lavoro stabile e sicuro viene ampiamente smentito dai risultati della ricerca: le probabilità di stabilizzazione non aumentano con il passare del tempo, anzi. Trascorso un certo numero di anni da un avviamento al lavoro con tipologia contrattuale instabile (tre, quattro anni) crescono al contrario le possibilità di rimanere intrappolati in un ciclo senza fine, caratterizzato dal susseguirsi di diverse esperienze di lavoro e non lavoro, o peggio ancora di uscire dalla condizione di occupato verso la disoccupazione o l’inattività. In Toscana, dati ISTAT del 2006, la quota complessiva dei lavoratori flessibili è passata dal 4,5% del 1993 al 12,5% del 2006, dato quest’ultimo che pone la nostra regione al di sotto del dato nazionale (13,1%) e della media europea (14,4%). Un altro aspetto inquietante è la breve durata dei rapporti di lavoro; solo il 14% degli intervistati è in possesso di un contratto valido per un anno o più: avere un contratto che non offre garanzie di continuità nel tempo costituisce un problema rilevante che va ad influenzare la qualità della vita e le possibilità di pianificazione di medio e lungo periodo.
La precarietà lavorativa, insomma, rischia di diventare precarietà umana. Passare da un contratto a termine ad un altro, di sei mesi in sei mesi, quando va bene, può essere un disagio accettabile solo se si è giovani e nel caso in cui la prospettiva di una stabilizzazione sia una realtà concreta.
Ma tutti gli altri? La ricerca ci dice che la maggioranza degli intervistati vorrebbe un’occupazione più sicura, con il lavoro a tempo indeterminato e l’introduzione di tutele certe relativamente alla malattia, alla maternità e agli infortuni; rilevante è anche la quota di coloro che pensano che, vista l’assenza di queste tutele, ci dovrebbe essere almeno uno stipendio più alto. Nella realtà, invece, avviene esattamente il contrario: i salari mensili dei lavoratori flessibili sono sensibilmente più bassi dei lavoratori stabili.
Per non parlare della posizione di debolezza estrema in cui si trovano i precari nei confronti delle aziende: difficile far valere i propri diritti quando non hai nessuna tutela, specialmente se svolgi un lavoro poco qualificato e vieni retribuito praticamente a cottimo. Vedi la situazione dei call center, narrata anche al cinema nell’ultimo lavoro di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti”. Finalmente una sentenza della Cassazione il 14 aprile scorso ha sancito che i lavoratori dei call center, prestando servizio nella struttura di una società, hanno diritto ad un contratto di lavoro subordinato. Tanti, come i 180 lavoratori del call center Tim di Calenzano, sono però ancora in attesa di una stabilizzazione.
Non è felice neppure la situazione tra i lavoratori del settore pubblico che da anni vivono con lo spettro dei blocchi delle assunzioni e dei tagli sul personale, che hanno reso praticamente un miraggio il ‘posto fisso’ e sempre più difficile il rinnovo dei contratti a termine. Contratti a termine sono stati ampiamente utilizzati in questi anni dagli enti pubblici, e questo non per rispondere ad esigenze specifiche e temporanee, ma per bypassare il blocco delle assunzioni e garantire lo svolgimento ordinario di funzioni essenziali. Anche in Toscana, dove la Regione ha stabilizzato molto del personale precario, grazie a una legge da essa stessa promulgata nel 2007, la situazione non è ancora del tutto risolta.

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