23 settembre 2018

Un altro deserto

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Tanti anni fa c’erano le suore, ora ci stanno i somali. In via Gino Capponi un edificio abbandonato è stato occupato per disperazione da un gruppo di profughi. Circa novanta persone, compresi una ventina tra donne e bambini, vivono da qualche giorno in questo stabile pericoloso e pericolante, senza niente di niente. Non c’è luce elettrica, non ci sono servizi igienici, non c’è cucina. Non c’è nemmeno un tavolo ed i bambini mangiano gli spaghetti seduti tra i calcinacci, tirandoli su con le mani direttamente dalla pentola. Nelle stanze vuote solo alcuni materassi e le poche cose che hanno, sistemate quasi in ordine sul pavimento. Sembra di entrare in un altro mondo, ma siamo nel centro di Firenze. A due passi dalle indaffarate San Marco e Santissima Annunziata. I nuovi abitanti di via Capponi sono tutti richiedenti asilo sbarcati in Italia e poi sparpagliatisi in vari paesi europei nei quali avevano trovato un’accoglienza decente: una casa, l’accesso al sistema sanitario, l’accesso alla scuola ed alle biblioteche. Temporaneamente però. Soltanto chi ha avuto la fortuna di non essere stato identificato qui, dopo lo sbarco, adesso può restare negli altri paesi, e dovunque la situazione è meglio che in Italia, dove non viene garantito niente di niente. L’unica certezza è quella di un pasto al giorno, offerto dalla Caritas. Anche Amnesty International non può che prendere atto dell’annosa mancanza nell’ordinamento giuridico italiano di una legge organica in materia di asilo, e al massimo augurare ai profughi somali “in bocca al lupo”. Più o meno lo stesso è accaduto in Comune, dove forse erano troppo impegnati con le elezioni per prenderli in considerazione. In tutti i modi in cui si sono mossi per il momento non hanno avuto risultati che garantissero una soluzione dignitosa. Eppure fino a prova contraria l’Italia aderisce alla convenzione di Ginevra sui diritti umani.

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