Un mutuo soccorso per affrontare la crisi dal basso

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di Claudio Gnesutta

La crisi economica colpisce le persone più deboli in modo più che proporzionale: con quale società ne usciremo? Una proposta di soluzione mutualistica: la costruzione di un fondo di rotazione per intervenire in modo autonomo dal governo, modificando la distribuzione del reddito in senso più democratico

In queste pagine mi propongo di fornire in maniera schematica un’idea di possibile intervento a sostegno del reddito di coloro che subiranno gli effetti economici (e politici) della presente crisi economica, (a) esprimendo una mia valutazione sulla sua presumibile durata e sbocco; (b) argomentando la conseguente necessità di un intervento che tenga conto non solo delle condizioni economiche ma anche della identità politica e sociale dei soggetti coinvolti; (c) riflettendo sulle caratteristiche che dovrebbe assumere una tale forma di intervento che sia in grado, in forma “autonoma” (rispetto alle forme di intervento pubblico), di valorizzare le esistenti forme di cooperazione e solidarietà “dal basso”.
L’elaborazione di un intervento a così largo raggio richiede una riflessione collettiva e consenso fattivo da parte di chi considera questa opzione desiderabile e praticabile nella presente fase economica; in effetti, sono troppe le conoscenze e competenze necessarie per tradurla in un progetto convincente e soprattutto per avviarne l’implementazione. L’articolazione della proposta che riporto qui sotto, in particolare per quanto riguarda gli aspetti “tecnici” del progetto, non intende (e non può) essere esaustiva, ma vuole solo evidenziare gli aspetti e le soluzioni che mi si presentano, in questa prima riflessione, come i più rilevanti, anche se ho la consapevolezza che non tutti lo sono e che potrebbero essercene altri di pari rilevanza.

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a. Una previsione economica e una preoccupazione politica
La crisi economica sarà lunga poiché, pur nella forma finanziaria che ha assunto, le sue radici sono reali e, a mio avviso, dipendenti da squilibri di fondo a livello globale non ancora riassorbiti in quanto legate al modello di accumulazione affermatosi negli ultimi decenni. Modello che è risultato sostenibile grazie alla continua sistematica redistribuzione del reddito e della ricchezza tra paesi e all’interno degli stessi tra ceti sociali, a scapito dei settori più deboli della società. Le esigenze di questo modello sono state peraltro introiettate, come necessità storica, dalla (quasi-)totalità delle classi dirigenti della maggior parte dei paesi (ovviamente con intensità diverse) e conseguenti indirizzi di politica economica. Prospettiva di economia e di società che non sembra intaccata da questa crisi, come si evidenza dagli interventi sul settore finanziario (“tappare i buchi” bancari e riscrivere le regole per un miglior funzionamento del modello) e da quelli a sostegno della domanda e dell’offerta (volti semplicemente ad alleviare i costi della crisi in termini di disoccupazione e di redditi bassi o a sostenere l’attuale struttura produttiva). Se questa è la via che la politica economica intende percorrere per uscire dalla crisi, è presumibile che, alla fine di un lungo percorso, verrà ripristinata una crescita basata su un modello di accumulazione dalle medesime caratteristiche e da una disuguaglianza economica e sociale accentuatesi e consolidatesi nella crisi.

Se tale prospettiva vale, a mio avviso, per le economie più avanzate, vale a maggior ragione per il nostro paese. Le decisioni del nostro governo sembrano porsi con un orizzonte fissato alla scadenza del mandato, per cui la risposta pubblica alla crisi risulta debole e disinteressata contando sul fatto che presumibilmente, in questi troppi anni, essa si potrebbe risolvere in maniera “spontanea”. Se è fondata questa ipotesi, si possono prevedere modesti interventi per contrastare con decisione il processo di degrado economico e le condizioni di vita dei settori sociali più vulnerabili, in quanto soggetti alla perdita dell’impiego e alla caduta dei redditi. Se tale prospettiva avesse, anche solo parzialmente, un fondamento, ci si può attendere – come l’esperienza ci racconta – che le tensioni di natura economica che non trovano una risposta soddisfacente, possono essere “reindirizzate” a livello politico e sociale, accentuando i conflitti della maggioranza contro singoli settori, ceti, etnie. L’insicurezza economica del futuro si è troppo spesso tradotta in un’insicurezza sociale corrente. Non è quindi improbabile che nel corso di questa crisi si osservino ulteriori strappi in un tessuto di legami sociali già messo alla prova da una crescita fortemente squilibrata, accentuando il degrado del clima politico-sociale attraverso una ulteriore marginalizzazione del mondo del lavoro (garantito o no) rispetto ai settori e alle aree economiche e sociali già privilegiate e più strettamente connesse con il potere economico e politico. In sostanza, il problema che si pone è con quale società usciremo da questa crisi.

b. L’esigenza di un progetto per contrastare l’instabilità politica e sociale
La necessità di contrastare gli effetti dirompenti di una crisi senza precedenti nell’ultimo mezzo secolo impone di perseguire un obiettivo diretto ad alleviare i costi microeconomici e a contrastare gli effetti macroeconomici involutivi della crisi tenendo sempre presente la necessità che gli interventi adottati contribuiscano a contrastare anche una deriva sociale di tipo autoritario. È quindi importante pensare a progetti che, nel momento di affrontare gli effetti drammatici della crisi sulla vita individuale e familiare, siano in grado di stabilire (o ristabilire) relazioni di solidarietà che rafforzino i legami sociali ormai a rischio di grave deperimento, quale prerequisito essenziale della democrazia politica.

L’idea di fondo è quella di connettere individui e istituzioni sociali disponibili alla costruzione di una rete di protezione a favore dei soggetti e degli strati sociali più fragili, offrendo loro il necessario sostegno economico e richiedendo come controprestazioni la partecipazione alla fornitura di beni non-di-mercato volti a soddisfare quelle esigenze collettive che rischiano di essere marginalizzate dalla crisi. Si tratta, in altre a parole, di introdurre meccanismi non caritatevoli di redistribuzione del reddito che, compensando i processi redistributivi “spontanei”, attivino la responsabilità sociale dei beneficiari in un’ottica di mutualismo dal basso.

c. Ipotesi sulla forma tecnica dell’intervento: un fondo di rotazione
L’intervento potrebbe presentarsi come un Fondo di rotazione costituito a livello nazionale, ma gestito a livello locale. Un Fondo formato con il versamento di contributi volontari le cui somme disponibili verrebbero assegnate a istituzioni (locali) che li gestirebbero, trasferendoli – sotto forma di integrazione di reddito (in natura, beni e servizi, piuttosto che in denaro) – a soggetti bisognosi che, in contropartita, si impegnerebbero a cooperare nell’ambito delle attività di servizio di dette istituzioni. Un tale progetto richiede di approfondire, integrare, ridefinire tutta una serie di aspetti che, senza pretesa di esaustività, mi sembra si possano individuare nei punti che seguono.

– Il Fondo dovrebbe essere finanziato essenzialmente e prevalentemente da contributi di singoli individui o istituzioni che condividano gli obiettivi mutualistici del fondo. La prevalenza della contribuzione volontaria è garanzia dell’autonomia dell’istituzione dal potere pubblico; ciò non significa che il Fondo non possa beneficiare di contributi pubblici, ma solo se ciò non compromette la sua autonomia decisionale.

– Il Fondo dovrebbe essere “dagli iscritti-contribuenti per gli iscritti-beneficiari”. I versamenti dovrebbero avere carattere volontario (dietro esplicita dichiarazione di adesione al progetto da parte del singolo individuo) e generale (nella forma di un’autotassazione) ed essere raccolti, quali sostituti “di imposta”, da istituzioni aventi una copertura nazionale. Un’ipotesi suggestiva potrebbe essere quella di una trattenuta sindacale “aggiuntiva” sugli stipendi che il sindacato di riferimento trasferisce poi al Fondo di rotazione. Una tale procedura avrebbe il vantaggio di risultare a basso costo, sistematica, volontaria. Non vanno peraltro escluse forme aggiuntive di contribuzione, ovviamente da precisare nelle caratteristiche, affinché non venga condizionata la gestione del fondo.

– Il contributo versato dagli iscritti è a fondo perduto in quanto non se ne può richiedere la restituzione (come del resto per le quote sindacali); esso può però, in caso di sopravvenuta necessità, configurarsi come credito nei confronti del fondo di rotazione al fine di beneficiare di contributi a sostegno del reddito mancante. [Una possibile funzione di lobbying può essere effettuata per ottenere la detassazione di questi contributi in quanto destinati a progetti di rilevanza sociale, alla stessa stregua di quelli destinati alle istituzioni dell’8 e 5 per mille].

– La gestione dei fondi raccolti dovrebbe essere compito di istituzioni locali organizzate per la predisposizione di servizi non-di-mercato e aventi necessità di personale per la loro attività produttiva. Sia le istituzioni che gestiscono i fondi, sia gli individui che ne beneficiano devono essere iscritti al Fondo in quanto ne condividono gli obiettivi e le procedure.

– I soggetti che beneficiano dei contributi devono essere scelti tra quelli maggiormente colpiti dalla crisi che si riconoscono nel “progetto”. Trattandosi di un Fondo di rotazione, è necessario che i contributi concessi non appaiano come beneficenza, ma come un’anticipazione che gli iscritti-beneficiari si impegnano a restituire, al mutare delle loro condizioni di reddito, con un contributo in percentuale del loro reddito: il rapporto potrebbe assumere, con forme contrattuali precise, i termini di un prestito a tasso zero, eventualmente rivalutabile al tasso d’inflazione, in modo da garantire la ricostituzione del fondo in termini reali.

– Le finalità del contributo concesso possono essere varie e dipendono dall’attività svolta dalle istituzioni iscritte, presenti sul non-mercato. Potrebbero riguardare la fornitura di beni e servizi primari forniti da organizzazioni che partecipano al progetto; contributi per avviare attività produttive; per finanziare la costruzione di abitazioni; per completare gli studi; per sostenere le spese di affitto; per esigenze sanitarie degli anziani; ecc.

– La controprestazione del beneficio ricevuto può essere costituita dalla partecipazione all’attività non-di-mercato delle istituzioni partecipanti al progetto (anche presso le “banche del tempo”). Il controvalore di tali prestazioni va a compensazione del debito contratto nei confronti del Fondo di rotazione.

– Soggetto cruciale del progetto sono le istituzioni di “mutualità dal basso” con i loro programmi di intervento a livello locale per fornire beni non-di-mercato. Esse vanno viste come sistema, dato che l’attivazione garantita dalle disponibilità fornite dal Fondo di rotazione dovrebbe riguardare contemporaneamente sia la loro attività di produzione che la domanda di beni e servizi che ad esse si rivolge. Obiettivo di questa procedura è il potenziamento del sistema di mutualità dal basso; esso non consiste solo nella fornitura di servizi non altrimenti disponibili a individui e famiglie, ma soprattutto nella costruzione (ricostruzione) di una rete di relazioni sociali capace di integrare (se non sostituire) il benessere di mercato, soggetto, in questa fase di crisi economica (e, in prospettiva, anche oltre), ad un sensibile ridimensionamento.

– è evidente la complessità dei rapporti tra Fondo di rotazione e istituzioni locali; se a queste ultime va garantita ampia autonomia gestionale, a livello centrale va riservata sia la definizione dei criteri generali della distribuzione dei fondi e il loro coordinamento sulla base dell’efficacia e della rilevanza dei progetti locali, sia la valutazione ex-ante e il controllo ex-post della qualità dei servizi prestati e prestabili.

– Il Fondo di rotazione dovrebbe essere aperto a tutti coloro che, condividendo il progetto, si iscrivono ad esso, impegnandosi a versare la quota prescritta del loro reddito (da lavoro o equiparato). Questi versamenti costituiscono l’unica forma di raccolta, non potendo il Fondo ricorrere a forme di indebitamento. Esso non può quindi essere soggetto ad alcun rischio né di liquidità, né di fallimento, non avendo obblighi di restituzione dei fondi versati; i suoi crediti nei confronti dei beneficiari sono solo “potenziali”, in quanto condizionati dalla loro possibilità di disporre di adeguati flussi di reddito futuri. Il vero pericolo è il suo prosciugamento se si esauriscono sia le contribuzioni volontarie che i rientri per i benefici precedentemente concessi.

– L’accento viene posto sull’“autonomia” delle istituzioni, sia centrali che locali, e quindi sulla loro indipendenza dal settore pubblico e dai possibili condizionamenti del Governo. [Ciò non significa escludere attività di lobbying per interventi pubblici “non invasivi” diretti a favorire un quadro normativo ed economico funzionale al progetto]. L’attività svolta deve necessariamente essere alternativa a quella pubblica, dato che si possono verificare situazioni di complementarità laddove il livello insufficiente di beni pubblici richieda di essere integrato dalla produzione di beni sociali.

– L’architettura istituzionale che emerge si presenta piuttosto complessa, non solo per i diversi livelli in cui si distribuiscono le funzioni rilevanti, ma soprattutto per il controllo (democratico) della loro gestione. Partecipazione collettiva nazionale e gestione dal basso (sia a livello di produzione che di utilizzazione dei beni non-di-mercato) richiedono forme trasparenti e possibilmente snelle nell’individuazione dei programmi generali, nelle scelte specifiche e nelle procedure di distribuzione dei fondi.

[Fonte Sbilanciamoci]

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