14 novembre 2018

Un giorno in questura, ovvero la normale negazione dei diritti delle persone

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Riceviamo e pubblichiamo

Ho avuto nei giorni passati la necessità di andare a passare un po’ del mio tempo nella questura di Firenze.
Un amico, molto giovane, mi aveva chiesto di accompagnarlo a fare la richiesta per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Spaventato dall’idea,purtroppo fondata, che potessero essere arroganti e superficiali nei suoi confronti si sentiva più sicuro con un’amica italiana a suo fianco.

B. è giunto alle porte della questura alle ore 05:30 del mattino e prima di lui c’erano almeno 70 persone, uomini, donne e soprattutto famiglie con bambini.
Io sono arrivata alle 8:00 e le anime erano diventate più di 300 con decine di bambini.
Un caos totale, volti preoccupati, genitori urlanti che inseguivano i figli, già un caldo asfissiante.
Premetto, quando devi far mettere un figlio sul passaporto oltre alla foto devi portarlo fisicamente, vogliono vederlo, quindi anche potendo non puoi lasciarlo a casa.
Poco dopo il mio arrivo una signora mi chiede se so dov’è il bagno, con il sorriso le rispondo che non lo so ma che potevamo chiedere all’agente in portineria.
Con tutta la cortesia del caso mi rivolgo all’agente con la mia misera richiesta e la risposta è stata, ormai indelebilmente impressa nella mia memoria:
“Signorina qui non ci sono bagni,gli utenti li riducevano in condizioni pietose e li abbiamo chiusi.”
Non ci sono bagni in un ufficio pubblico?
Non ci sono bagni in un luogo dove le persone aspettano per ore?
Non ci sono bagni dove ci sono mamme con bambini, neonati,donne incinte,persone malate?
Mi si è rigirato lo stomaco.
Non ho reagito, lo sguardo preoccupato del mio amico per i suoi documenti mi ha convinto a rimanere in silenzio, non si può mai sapere come reagiscono in questi luoghi ameni, non volevo causare problemi.
Piena di vergogna e umiliata mi sono diretta dalla mia signora e le ho dato il responso, indicandole un bar nei paraggi dove poteva dirigersi per andare in bagno.
Mi sono vergognata.
Queste povere persone son già umiliate dalla nostra burocrazia, tremano mentre attendono, mentre prendono le impronte digitali, ogni minimo errore può causare un disastro, una parola non capita può pregiudicare una vita.
Stanno lì e fissano il vuoto ripassando la parte a memoria, la richiesta deve essere giusta e nell’italiano più chiaro che possono esprimere,riguardano i fogli e le scartoffie di continuo, se manca una virgola salta tutto.
Nonostante questo sono animali.
Animali costretti a far fare la pipì ai bimbi nascosti tra le macchine, costretti a stare abbarcati gli uni sopra gli altri perché i posti a sedere non bastano mai,costretti a subire l’arroganza delle divise e della politica.
Io e il mio amico abbiamo avuto la fortuna di trovare una persona gentile e competente allo sportello,ma dagli altri le persone che non capivano venivano allontanate con fastidio e insofferenza.
Non voglio fare un processo a chi sta agli sportelli, ma non accetto che su 17 di sportelli aperti ce ne siano 8 e che ci sia un continuo passa mano delle pratiche e di file finisci per farne 3 o 4 perché già alle 9 di mattina son già tutti troppo stressati.
Non accetto che la vita delle persone sia messa in mano a chi sembra non capire che sta facendo un lavoro importantissimo, fondamentale, vitale.
Il processo invece lo faccio alle istituzioni, che volontariamente violano i diritti queste persone.
Si perché è volontario negare un bagno, è volontario costringere una persona ad alzarsi all’alba per fare la fila per un documento, è volontario non avere mediatori linguistici a disposizione e quindi è volontario mettere in difficoltà e penalizzare chi ancora non capisce bene la lingua del padrone.
Due scene mi hanno colpito:
Bambine che facevano le pratiche per i genitori che non capivano una sola parola d’italiano.
Un uomo malato, evidentemente sofferente con la compagna che lo consolava e lo accudiva, lì dall’alba, lì anche se malato perché non si può aspettare, perché non si può perdere l’occasione,lì perché se scade poi sei nei guai seri.
A molte di noi queste cose sono note, ma a quanto pare non a molti sembrano gravi.
L’uomo è calpestato in quel luogo infernale, è pesticciato e umiliato e poi costretto a rialzarsi perché c’è da lavorare.
Mi chiedo quanto ancora possiamo peggiorare, quanto possiamo continuare a rendere i deboli degli schiavi.

Scrivo a tutti di questa giornata,a voi amici, ai giornali, agli organi competenti, al sindaco(perchè si parla della sua città e dei suoi cittadini) perché non ho potuto dimostrare il mio sdegno al momento giusto, ma allo stesso tempo ho sentito il dovere di denunciare ciò che ho vissuto.
Vi abbraccio e vi invito a condividere.
Saluti

Caterina Scarselli
Teatranti dei popoli

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