Un Fronte(x) europeo e italiano contro i rifugiati

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Sara Capolungo per l’Altracittà

Quando si dice piovere sul bagnato. Dopo le violente repressioni dei popoli africani in cerca della giusta libertà, ora, in molti ma non tanti, cercano riparo in Europa nella speranza che venga loro riconosciuto l’etereo “diritto d’asilo”. Dal governo nostrano sono arrivati però solo strepiti contro “l’invasione” e menzogne sulle cifre, gonfiate ad hoc, ma di questo in pochi si sono stupiti. Forse maggiore stupore nasce dal leggere che anche l’Europa, con più eleganza ma con la stessa sostanza, cerca di evitare la concessione del diritto. Quello che era, ed è, uno dei diritti più “innovativi” dell’identità europea, viene di fatto negato. Una vera e propria guerra al diritto d’asilo, condotta con un esercito di armi, navi e aerei. I nemici sono, appunto, tutti quelli che, in fuga dal proprio Paese, cercano di entrare in Europa.
A documentare questa cruda realtà un saggio del giornalista Luca Rastello, “La frontiera addosso” edito da Laterza: qui viene spiegato il meccanismo  usato dalla civilissima Europa per evitare di concedere a troppi il suddetto diritto. Un meccanismo banale e crudele: è sufficiente infatti che i profughi non arrivino a mettere piede nel territorio europeo. Già, perché a quelli che riescono ad arrivare non è sempre facile disconoscere un diritto che hanno. Basta, insomma, che non vengano varcati i nostri confini, che il problema è risolto. Gli strumenti utilizzati sono i famosi respingimenti in mare e i rimpatri, passando per la detenzione amministrativa in Paesi Terzi, fino al più oscuro e temibile Frontex. Sì, ma cos’è il Frontex? In pochissimi lo sanno. È un’agenzia dell’Unione Europea, la più sconosciuta delle agenzie, che ha il compito di organizzare e coordinare il pattugliamento permanente dei confini europei. Per fare cosa, a questo punto, è facile intuirlo. 89 motovedette, 24 navi pesanti, 25 elicotteri, 22 aerei, oltre ai voli charter messi a disposizione per i rimpatri: un esercito finanziato e sostenuto, e anche molto profumatamente. Nel 2008 sono stati messi a disposizione circa 70 milioni di euro, mentre nel periodo 2007-2013, in totale, verranno spesi 1 miliardo e 820 milioni di euro. Tanti soldi per tenere lontane tutte quelle persone che fuggono da guerre, fame e persecuzioni.
Ma nonostante il dispiego di forze e di denaro, qualcuno comunque riesce ad arrivare. E chiede il diritto d’asilo, accidenti. E qui inizia la seconda fase, non meno difficoltosa, verso il riconoscimento dello status di rifugiato. Già, perché il richiedente, una volta in Italia, deve sostenere un colloquio di venti minuti davanti alle Commissioni territoriali appositamente istituite. Sono queste a decidere se il richiedente, e la sua storia, rientrano nella casistica prevista dalla Convenzione di Ginevra. E quante di queste persone conoscono tale casistica? Quante di queste sono in grado di evidenziare, durante il colloquio di fronte ad estranei e con un interprete, quelle precise situazioni di sofferenza che possano comportare il riconoscimento di rifugiato? Non basta, infatti, aver sofferto la fame o cercare un futuro migliore per sé o per i propri figli. Devi, per lo meno, aver subito qualche persecuzione perché appartenente ad un partito politico illegale nel Paese d’origine.
Del resto il rifugiato, anche una volta ottenuto il proprio status, deve continuare a confrontarsi con problemi drammatici e molto concreti: e la casa? E il lavoro? E’ questa l’origine di tante “emergenze” che con puntualità vengono annunciate all’arrivo dei “barconi”. Ed è proprio da queste situazioni, politicamente e normativamente mal gestite, che nascono i successivi “problemi”: gli stabili occupati, le minacce di sgombero, i progetti emergenziali, i cortei di protesta e gli scioperi della fame. Insomma, l’Italia e l’Europa sono ancora molto lontane dal riconoscimento di certi diritti. Anzi, sono proprio alla deriva.

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