Town meeting, l’importante è partecipare? Riflessione dubbiosa sull’esperimento di Palazzo Vecchio

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Alessandro Bezzi per l’Altracittà

Town meeting, l’importante è partecipare? Riflessione dubbiosa sull’esperimento di Palazzo Vecchio

Oggi 150 cittadini estratti a sorte si confronteranno in Palazzo Vecchio sul nuovo piano strutturale: nel “town meeting” i partecipanti saranno divisi in vari gruppi che discuteranno scelte fondamentali per il futuro della città. Resta da capire quanto un simile esperimento possa essere davvero un primo tentativo di “democrazia deliberativa” o sia soltanto una mossa a effetto per legittimare scelte già fatte: le modalità dell’iniziativa lasciano spazio ai dubbi.  È indiscutibile che allargare quanto più possibile il processo decisionale alla cittadinanza sia una condizione necessaria ad una buona democrazia, ma prima di salutare l’esperimento come la nuova frontiera della partecipazione è opportuno spendere due parole.

Il town meeting nasce negli USA, nel tentativo di coinvolgere la cittadinanza nel processo decisionale; spesso si applica a piccole comunità, invitando tutti i cittadini desiderosi di partecipare; in altri casi si procede al sorteggio di un campione. È chiaro che tra le due modalità c’è una differenza notevole, visto che nel secondo caso la decisione coinvolge persone mediamente meno interessate e ne esclude altre che avrebbero più a cuore il problema. Altri esperimenti di democrazia deliberativa sono i deliberative pooling (che prevedono una serie di confronti tra cittadini informati) o altri metodi che cercano di coniugare la rappresentanza alla decisionalità anche attraverso l’utilizzo di internet.

I tavoli del town meeting fiorentino saranno collegati ad un server e i partecipanti potranno “televotare” i loro commenti e le loro preferenze: le procedure saranno accelerate, probabilmente a scapito del confronto diretto (tra persone che stanno nella stessa stanza !). Ma a quanto pare la logica del reality show è ormai penetrata nella politica italiana, quindi non c’è da stupirsi più di tanto.

Per farla breve, ci sono almeno due prerequisiti fondamentali perché il town meeting funzioni: che i cittadini abbiano a cuore i problemi sui quali confrontarsi e che siano informati. Devono sentire i problemi come propri e sapere che il loro parere è rilevante per definire possibili soluzioni politiche. In secondo luogo, devono essere informati: sui progetti, sulla possibilità di modificarli o eliminarli, sulle alternative e sui costi.

Un processo difficile, specialmente in presenza di un argomento delicato come il piano strutturale, che richiede competenze tecniche molto specifiche, che certo non possono essere assimilate in poche ore. Probabilmente, un town meeting è più efficace quando si discute su come investire certi fondi o come utilizzare un’area dismessa: problemi più circoscritti, che possono essere risolti con un semplice confronto senza richiedere un approfondimento tecnico per molti insostenibile (per mancanza di tempo, conoscenze, etc.).

Il timore è che gran parte dei 150 sorteggiati non si renda conto che sarà il piano strutturale a disegnare la nostra città nei prossimi 30 anni; né è abbastanza informata, né avrà il tempo di farlo. Così, con tanti e ponderosi argomenti condensati in poche ore di discussione, si rischia che il town meeting si risolva in uno sterile lamento sul traffico o la vivibilità del centro.

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