20 settembre 2018

Topolino in prima linea

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La scelta di chi vuole la guerra è determinata quasi sempre dalla prospettiva di guadagni materiali, ma, si fa leva invece sulle passioni distruttive della popolazione. Succede altresì che di per se stessa la guerra guerreggiata eserciti una potente suggestione. Lo prova in questi giorni lo spostamento dell’opinione pubblica a favore dell’intervento nell’Iraq, subito dopo l’inizio dei combattimenti, spostamento decisivo negli Stati Uniti e rilevante in Gran Bretagna. Il fenomeno era stato vissuto nel dramma espressionista ‘Battaglia navale’ di Reinhardt Goering, cronaca immediatamente successiva alla battaglia dello Skagerrak, rappresentata il 3 marzo 1918 in una Berlino incredibilmente tollerante di fronte agli iniziali propositi di ammutinamento dei marinai combattenti.
Tenendo conto di ciò si comprende bene la ragione per cui il tentativo di persuasione razionale operato dai pacifisti sia spesso vano. Per muovere la volontà bisogna penetrare alla radice negli istinti primordiali che nutrono il bisogno di guerra. Bisogna intaccare il sadomasochismo, annidato nel profondo della psiche, il godimento nel dare e ricevere morte, il terrore di perdere la propria identità, nel turbine delle competizioni anonime e alienate e negli inevitabili rischi mortali della vita d’ogni giorno.
Come l’acrobata volteggia afferrandosi ad una sbarra, così l’uomo comune ruota fra l’altezza dei deliri di onnipotenza e la bassezza nel gioco dei piaceri sordidi. La sbarra è il piccolo oggetto di Lacan, che il filosofo lubianese Slavoj ˘i¡ek ha ulteriormente elaborato proponendo l’ambiguità fra il Sacro Graal e un pezzo di merda.
L’oggetto-simbolo affiora dalle tortuosità dell’inconscio e muove i giganteschi meccanismi dell’imperialismo capitalistico. Lo si vede bene da ‘Citizen Kane’ o ‘Quarto potere’, il film che Orson Welles ideò e realizzò da solo nel 1941, quando aveva appena 26 anni. Il Santo Graal è la slitta ‘Rosebud’, sottratta al protagonista nell’infanzia, dimenticata e invano rimpiazzata da una insaziabile fame di autorità, autorità esaltata nella narcisistica figura del magnate della stampa (oggi sarebbe della televisione) ed esercitata nella sfera mostruosamente dilatata di un potere all’apparenza democraticamente corretto.
Quanto alla guerra, l’astuzia nella lotta per il potere e l’impiego industriale dei mezzi di sterminio spengono ben presto i resti dell’eroismo cavalleresco, fiammelle invano accese da Jean Renoir nel film ‘La Grande Illusione’ (1937), sulla prima guerra mondiale. Da un castello della Germania, dove era trattenuto prigioniero, un ufficiale francese, nobile, (Fresnay) fugge platealmente e costringe così un amico suo, ufficiale tedesco, anch’egli nobile, (von Stroheim) a sparargli e a ucciderlo. Il francese aveva voluto coprire la fuga di due suoi commilitoni (Gabin e Dalio) che raggiungono la frontiera svizzera, dopo una prolungata sosta in una fattoria, dove Gabin viene confortato dall’amore della vedova di un caduto tedesco, precario legame d’affetto e di sesso fra due sconosciuti che ignorano l’uno la lingua dell’altro.
La grande illusione dei fuggitivi era la convinzione che essi stessero vivendo l’ultima guerra dell’umanità, combattuta per portare in tutto il mondo la democrazia, mentre era soltanto l’ultima guerra nella quale sussistevano i resti della gentilezza cavalleresca del mondo preindustriale.
Ma tutte le illusioni che avevano accompagnato la nascita, lo sviluppo e il tramonto della nazione armata, mito democratico della guerra di popolo, sono destinate a soccombere sul campo delle esigenze di alta tecnologia e di impersonale obbedienza agli ordini, esigenze proprie delle nazioni che vengono definite progredite. Il procedimento di persuasione alla guerra è sorretto dall’estetizzazione della politica, procedimento tipico di tutte le forme subdole o palesi di fascismo.
In una fase intermedia fra la coscrizione obbligatoria e l’esercito professionale viene generalizzato il modello della Legione Straniera, corvée volontaria per ottenere la cittadinanza francese. Analogamente, negli Stati Uniti la naturalizzazione presuppone il servizio volontario sulla linea del fronte o nell’ambiente degradato delle truppe di occupazione. E questo lo scenario del ‘Cacciatore’ (1978) di Michael Cimino.
Tre amici, esuli russi in America, che combattono nel Vietnam, vengono catturati dai vietcong e costretti a praticare la roulette russa; si salvano; due rientrano a casa, e il terzo, rimasto a Saigon, diventa professionista della roulette russa e muore davanti agli amici che volevano ricuperarlo. Al suo funerale, celebrato con rito ortodosso nel paesetto statunitense dove abitano, si canta ‘God Bless America’.
Mediocre film d’effetto, offre un esempio della didattica per la rassegnazione. Marcuse disse: il potere assimilante svuota la dimensione artistica e ne assorbe i contenuti antagonistici in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente.
Il tasso crescente di alienazione investe peraltro tutti i settori di attività con una crescente depoliticizzazione nella gestione della cosa pubblica, che viene affidata ad amministrazioni specialistiche, condotte da uomini privi di sentimenti robusti e di idee forti. E la disciplina militare è tra i primi settori a subire la trasformazione.
Se ne ebbe saggio alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Occidentali e i Sovietici fecero a gara nell’assoldare gli scienziati nazisti, che avevano fornito armi e metodi per lo sterminio di massa dei militari e dei civili, nei campi e fuori dei campi di prigionia. Nel contempo i graduati delle truppe speciali furono arruolati nei servizi segreti. Donde le premesse per l’addestramento dei reparti altamente professionali, in tutte le nazioni, indipendentemente dalle convinzioni religiose, morali, civili e politiche.
Uo squarcio sull’addestramento dei guerrieri tecnologici è aperto dal film ‘Full Metal Jacket’ di Stanley Kubrick, del 1987.
Al termine dell’addestramento militare, il più goffo e il più deriso degli allievi uccide il sergente istruttore e poi si suicida. Spedite nel Vietnam, le reclute, avanzando verso il fronte, cantano una allegra marcetta di Topolino.
Viene ritenuto un film antimilitarista per la fredda obiettività nella resa del meccanismo del condizionamento alla guerra tecnologica, che è uguale in tutti i Paesi, sotto ogni ordinamento istituzionale, motivati da qualsiasi ideologia. Il tema di fondo è peraltro, anche qui, la rassegnazione.

[Giulio Montenero]

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