Testimoni dalle periferie

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“Proclamare giubileo” significa rimettere in discussione il sistema dominante: l’impero del denaro. “Fare giubileo” significa mettere in discussione noi stessi e le nostre comunità, e coniugare il Vangelo con precise scelte economiche, politiche, sociali, culturali e religiose.
Guidati da questi principi, i numerosi partecipanti all’edizione 2000 del Giubileo degli Oppressi si sono salutati con promesse importanti. L’impegno nel commercio equo e solidale, nella finanza etica, per cambiare una società ormai guidata da leggi ingiuste e violente, “per inaugurare un millennio senza più esclusi”. La seconda edizione del Giubileo degli oppressi vuole dare nuova forza ai molti che, in questi due anni, hanno lavorato per la crescita della cittadinanza attiva e della partecipazione politica. Quanto accaduto l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, le numerose e “anonime” guerre in Africa sono state un’ulteriore spinta per il ritorno della carovana del Giubileo, per promuovere ancora la giustizia e costruire la pace. La differenza, quest’anno, sta nel fatto che i testimoni dalle periferie del mondo porteranno proposte costruttive, per dare alle società dominate dagli interessi economici e dall’odio una direzione diversa.
La Carovana toccherà alcune città italiane, dove incontrerà gruppi, associazioni e comunità impegnate nel costruire nuovi percorsi di educazione alla pace e di convivenza. A Badia a Ripoli, tappa fiorentina della Carovana, saranno presenti il 10 Settembre padre Alex Zanotelli, testimoni dal Brasile e dal Sudafrica, Monsignor Cetoloni, Vescovo di Montepulciano, Andrea Zorn della Cooperativa agricola La Fonte Onlus e Raffaello Zordan, giornalista di Nigrizia.

Una Carovana per aprire gli occhi

La mafia c’è anche qui

“L’Italia esiste, ma anche le mafie”. Occorre continuare a dirlo, perché non si smetta di lottare contro un problema tanto grave e radicato nel paese. Questo è il messaggio che Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie, con la Carovana Nazionale Antimafia, porta avanti dal 1995. A luglio scorso, la Carovana ha fatto tappa anche alle Piagge, al Centro Sociale Il Muretto, dove ha incontrato gli abitanti del quartiere. Per l’occasione, Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso 10 anni fa, e Diana Castrati, di Libera Toscana, hanno parlato di mafia non solo come problema siciliano, ma riguardante l’intero paese. Anche in Toscana esiste da tempo, da prima della strage di Via de’ Georgofili.

In territori “non sospetti” come la Toscana, la mafia si presenta come infiltrazione “camaleontica”, sotterranea, ma estremamente diffusa. Si va dallo spaccio di stupefacenti, alla prostituzione, dal racket, allo sfruttamento del lavoro nero. L’educazione alla legalità, soprattutto nelle scuole, ha quindi un ruolo primario nel contrastare questi fenomeni
Il Centro di Documentazione Cultura Legalità Democratica toscano svolge da tempo ricerche sul fenomeno mafioso nella nostra regione. Monica Massari, ricercatrice, parla di presenze di elementi di spicco delle famiglie mafiose in Toscana a partire dalla fine degli anni ’70. Le infiltrazioni della criminalità organizzata sono avanzate per tutti gli anni ’80 in modo strisciante, senza il clamore dei fatti di sangue, favorite anche da quella che la Massari definisce “l’oggettiva sottovalutazione di alcuni segnali, la resistenza culturale ad ammettere la possibilità di insediamenti mafiosi in territori considerati sani”.
Contro questa resistenza e volontà di non vedere si indirizzano associazioni come Libera, perché, come sostiene Rita Borsellino “occorre imparare la triste lezione della Sicilia, dove l’esistenza della mafia fino a 35 anni fa veniva ufficialmente negata, per mettersi in gioco contro un tipo di criminalità che sta tornando forte”, ovunque.

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