18 settembre 2018

Tav, castigo annacquato

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di Guglielmo Ragozzino

È probabile che la tratta appenninica dell’alta velocità venga inaugurata quest’anno o al massimo l’anno seguente. È tutto quasi pronto e il percorso tra Roma e Milano – se ogni cosa correrà liscia – durerà invece di tre ore e mezza, tre ore e un quarto. Il sollievo per i viaggiatori sarà modesto, mentre avrà altre ragioni per imprecare il consigliere delegato di Cai-Alitalia, che teme massimamente la concorrenza del treno tra le due capitali.

Il treno viaggerà in galleria per 73 chilometri dei 78 totali, nel corpo della montagna che divide Firenze da Bologna. Firenze e Bologna contano poco nella vicenda. Infatti mancano ancora delle stazioni e dell’attraversamento cittadino in sotterranea, quindi tra le due città in quel particolare percorso, la riduzione dei tempi, per ironia della sorte, sarà di cinque minuti. Non così tanti da risarcire gli abitanti attraversati dai lavori e dalla galleria. Nel corso dello scavo «gli abitanti, rimasti senz’acqua, hanno dovuto far ricorso alle autobotti e lamentano danni anche all’agricoltura e alla zootecnia». Così scriveva Alberico Giostra in un’«inchiesta vecchio stile» di Diario nel giugno di cinque anni fa. Lo scavatore si chiamava e si chiama Cavet, un consorzio allora a guida Fiat-Impregilo. L’acqua è ancora inquinata, le fonti non ci sono più, l’accusa è di avere danneggiato «con scarichi di sostanze tossiche» 24 corsi d’acqua e di averne «depauperato o essiccato il corso in modo anche irreversibile».

Fiat, Iri, Eni, Montedison, per decenni le quattro grandi dell’economia italiana si erano inventate e divise l’alta velocità. Una tratta per uno, non fa male a nessuno, tanto paga lo stato. E l’alta velocità divenne la continuazione di Tangentopoli. Quattrini, sprechi, corruzione. Ogni tanto qualche esperto notava che il costo chilometrico in Italia era quadruplo di quello simile in un altro paese europeo. E poi c’era l’acqua.

Intorno all’acqua si è svolto il processo conclusosi ieri in primo grado con le condanne dei dirigenti del consorzio Cavet, ora per tre quarti di Impregilo e di Technimont, Cmc e di Crpl per il resto. L’acqua è stata sporcata e inquinata; o, possiamo dire, avvelenata? Per questo sono seguite le condanne e i risarcimenti. Le fonti e i corsi d’acqua sono stati danneggiati; questo è un fatto appurato, ma i prìncipi del foro che difendevano gli imputati hanno contro dedotto che il danneggiamento, per essere penalmente rilevante, deve essere volontario. Non c’era prova che quello di Cavet lo fosse. Hanno preso l’acqua, hanno impastato il cemento, hanno prosciugato e deviato, ma non è mica detto che abbiano fatto apposta.

Infine il furto. Qui il giudice ha scelto la via della Corte costituzionale: la legge dell’Europa, che l’Italia ha fatto propria, dichiara con solennità che l’acqua è un bene comune; ma una leggina italiana (152/99) permette di captarne quanta si vuole, senza troppe spiegazioni, senza dare troppo peso alla legge Merli (34/94) apparentemente di diverso avviso. A Bologna, a Firenze, città beffarde, sarà venuto da ridere.

[Fonte: Il Manifesto]

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Ed ecco sempre dal Manifesto l’articolo di cronaca

Maxi-sentenza per la Tav al Mugello
Condannati i vertici del Consorzio Cavet, che si era aggiudicato i lavori per il tratto appenninico. Il governatore Martini: «La sentenza conferma il danno all’ambiente» Ventisette condanne e 150 milioni di multa per i danni ambientali provocati dai lavori della linea Bologna-Firenze

di Riccardo Chiari

Dopo quattro anni e mezzo arriva a sentenza il processo di primo grado per i lavori dell’alta velocità ferroviaria nella tratta Bologna-Firenze. Si chiude con ventisette condanne da tre mesi a cinque anni per le le violazioni delle norme sullo smaltimento dei rifiuti, in altre parole per la gestione dei materiali inquinati da scavo (smarino e fanghi), nel corso degli assai tormentati lavori per la costruzione delle lunghe gallerie ferroviarie appenniniche. Assoluzioni «perché il fatto non costituisce reato» dall’accusa di danneggiamento, legata all’inquinamento di 24 corsi d’acqua e il prosciugamento, essicamento o depauperamento della portate di 17 fra fiumi, torrenti o fossi, di 51 sorgenti, 28 pozzi e due acquedotti privati. Alla Consulta va infine la tranche accusatoria del «furto d’acqua», e cioè dell’utilizzo industriale di quanto pioveva nelle gallerie mugellane dell’alta velocità – centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua – prima del ritorno indotto negli alvei di fiumi e torrenti toscani. Un reato ancora ipotetico, perché sul punto il giudice monocratico Alessandro Nencini ha sollevato una eccezione di costituzionalità, che interesserà i giuristi e che farà felici anche i sostenitori del principio dell’acqua come bene primario di vita, pubblico e da preservare. Un principio non punito però, almeno penalmente, dal decreto legislativo 152/99, che si limita a sanzioni amministrative e pecuniarie per i responsabili appunto di «furto d’acqua». Un decreto che per il giudice Nencini porta ad una disparità di trattamento fra chi ruba l’acqua pubblica e chi ruba qualcos’altro.
Ad essere condannati per quella che è stata la prima, ormai storica tranche dell’inchiesta condotta dai sostituti procuratori Giulio Monferini e Gianni Tei sono i vertici del Consorzio Cavet (Impregilo al 75%, poi Cmc, Tecnimont e Crcpl), che si era aggiudicato l’appalto per i lavori nel tratto appenninico dell’alta velocità, e che non è stato confermato per il nodo dell’appaltato ma ancora discusso sottoattraversamento di Firenze, con annessa stazione sotterranea disegnata da Norman Foster. Per Cavet commenta la sentenza l’avvocato e professore universitario di diritto penale Tulio Padovani, a capo di un collegio di difesa che comprende legali come Nino D’Avirro ed Eriberto Rosso: «E’ una sentenza che non ci dispiace, il reato rimasto è quello di smaltimento illecito di rifiuti, ma penso che nei prossimi gradi di giudizio non reggerà». Di tutt’altro avviso i pm Monferini e Tei («L’impianto accusatorio è stato sostanzialmente confermato ») e le tante parti civili.
Per loro parlano Letizia Luciani, Silvia Ciampolini e Roberto Inches: «I fatti sono stati giudicati come esistenti e attribuibili agli imputati. Ma il danneggiamento idrico è stato considerato colposo e quindi non sanzionabile penalmente, mentre altri reati come la truffa erano già prescritti».
Proprio sul possibile danneggiamento del territorio nel corso dei lavori della grande opera, il capitolato d’appalto sottoscritto da Caver prevede che ogni eventuale danno debba essere ripagato, e che sia ripristinato lo stato dei luoghi. Intanto ministero dell’Ambiente, Regione Toscana e Provincia di Firenze hanno avuto dal giudice un risarcimento di 50 milioni a testa, pochi spiccioli invece (5mila euro) per le associazioni ambiantaliste Idra, Wwf e Italia Nostra, tutte parti civili.
Commento finale di Claudio Martini, presidente regionale toscano, che dopo l’alluvione d’acqua che bloccò per mesi i lavori nelle gallerie nel 2001 si è adoperato perché i lavori proseguissero con il massimo di cautele: «E’ una sentenza severa di cui si deve prendere atto, anche se il procedimento si presenta aperto ad ulteriori sviluppi: la corte Costituzionale si dovrà pronunciare sul furto d’acqua e in sede civile dovrà essere quantificata l’entità complessiva del danno. Danno ambientale che c’è stato. Ora occorrono le opere necessarie al ripristino dell’equilibrio ambientale in Mugello. Con insistenza abbiamo chiesto a Cavet e ai governi che si sono succeduti di mettere a disposizione le risorse necessarie. Ma di 100 milioni di euro che abbiamo calcolato ne sono arrivati solo trentacinque». 150 MILIONI E’ la cifra fissata come risarcimento per i danni ambientali provocati dall’altà velocità al Mugello. Ventisette le condanne.

I SINDACI: «Risanamento con il rimborso»
«I risarcimenti riconosciuti al ministero dell’Ambiente, alla Regione Toscana e alla Provincia di Firenze, nell’ambito del processo per i danni ambientali causati dall’Alta Velocità, complessivamente 150 milioni di euro, siano effettivamente dirottati e impiegati in Mugello per ricucire le tante ferite inferte al territorio dai lavori dell’opera». E’ quanto affermano i sindaci dei Comuni di Borgo San Lorenzo, Giovanni Bettarini, San Piero a Sieve, Alessia Ballini, Firenzuola, Claudio Corbatti, Scarperia, Sandra Galazzo, Vaglia, Fabio Pieri, assieme al presidente della Comunità Montana Mugello Stefano Tagliaferri. «Sul territorio – è il commento degli amministratori mugellani – restano da risolvere ancora diverse questioni aperte, circa i ripristini e la sistemazione ambientale delle aree e zone impattate dai lavori. Mancano ancora 15 milioni di euro del ministero dell’Ambiente previsti dall’accordo procedimentale Addendum e ne servono ulteriori 47 secondo il Master plan adottato dalla Giunta regionale per realizzare una serie di interventi di ripristino e mitigazione ambientale».

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