21 novembre 2018

Tav, a rischio Campo di Marte. Tutti i dettagli stasera allo Stensen, poi partirà la denuncia

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il tracciato del tunnel

Massimo Vanni da Repubblica

«Il tunnel? Un disastro annunciato». Il Comitato No Tav studia le carte progettuali e i cantieri già avviati. E subito saltano fuori previsioni catastrofiche. Per cominciare a Campo di Marte dove, anche se su scala ridotta, si rischia l’effetto-sbarramento della falda sottostante già calcolato per la stazione Foster agli ex Macelli. Ma anche lungo lo scavo del tunnel, sostiene il Comitato, che stasera alle 21 illustrerà «i risultati degli studi tecnici» all’Istituto Stensen in viale don Minzoni. Che poi saranno condensati in una denuncia alla magistratura.
Secondo i No Tav e secondo l’ingegnere Massimo Perini che fa da loro consulente, si deve temere per le paratie, i muri di cemento che per almeno 300 metri, grosso modo dalla passerella che sbarca su via Campo d’Arrigo fino allo scheletro delle ex Poste, affiancheranno la discesa dei binari fin dentro il tunnel. Muri profondi 25 metri all’altezza della passerella, 32 alle ex Poste: sufficienti secondo i No Tav a tagliare in due la falda e a causare effetti pericolosi: «Il progressivo innalzamento del livello della falda a monte, in via Campo d’Arrigo, e l’abbassamento a valle, nella zona di via Mannelli-via Masaccio», scrive l’ingegnere Perini. «Con il rischio fondato di avere nella zona Mannelli-Masaccio cedimenti e quindi danni agli edifici».
Il bello è che tutto questo, secondo i No Tav, succederebbe in piena violazione degli accordi, che obbligano le imprese a costruire dei pozzi per far defluire l’acqua da monte a valle. «Ad oggi però i pozzi non è stato ancora autorizzato e i lavori a Campo di Marte vengono effettuati senza controlli di sorta», sostengono i No Tav.
Anche lo scavo del tunnel però, spiegano oltre a Perini, Alberto Ziparo, Roberto Budini Gattai e Tiziano Cardosi, comporterà dei rischi. Soprattutto in curva, cioè nel tratto tra il Ponte al Pino e viale don Minzoni-Libertà prima e attorno alla Fortezza dopo. Motivo? In curva, spiegano i No Tav, c’è un effetto-deriva: la talpa smuoverà molta più terra rispetto ai tratti rettilinei. E visto che le imprese hanno l’obbligo (è stato l’Osservatorio ambientale a prescriverlo) di fermare la talpa quando il volume della terra tra lo scavo e la superficie scende sotto l’1 per cento, secondo i No Tav il volume perso nella curva Masaccio arriverà all’1,30. Alla Fortezza all’1,80 per cento: «Insomma, si iniziano i lavori sapendo già che non potranno essere rispettati i limiti».
Non è finita. Secondo i No Tav anche per il materiale di scavo c’è un problema: una volta scavata la terra aumenta di circa il 40 per cento il volume e i 2,8 milioni di estratto diventeranno 4. Così però la duna prevista a Santa Barbara dovrà essere non solo raddoppiata ma autorizzata come discarica, perché il materiale estratto non è solo terra ma un mix di terra e sostanze speciali usate dalla talpa.

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