Scandalo Tav, 36 indagati a Firenze per associazione a delinquere, frode, truffa, abuso d’ufficio, corruzione

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di Franca Selvatici per Repubblica Firenze

«Nessuno mai potrà accorgersi del magheggio». E’ una delle frasi intercettate dai carabinieri del Ros nel corso delle indagini sul tunnel dell’alta velocità ferroviaria che sarà scavato nel sottosuolo di Firenze. Indagini che accrescono, e di tanto, i dubbi sulla qualità dell’opera e nella quale risultano indagate (al momento) 31 persone — imprenditori, amministratori e dirigenti di Italferr e Rfi (due società del Gruppo Ferrovie) nonché funzionari e consulenti ministeriali — per reati che vanno dalla associazione a delinquere, alla frode in pubbliche forniture, alla truffa, all’abuso d’ufficio, alla corruzione. L’inchiesta è coordinata dal procuratore Giuseppe Quattrocchi e dai sostituti Giulio Monferini e Gianni Tei e condotta, oltre che dal Ros Carabinieri, dal Corpo Forestale dello Stato. Fra gli indagati figurano la ex presidente Pd della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti e Renato Casale, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Italferr, la società di progettazione del Gruppo Ferrovie. Coinvolti i vertici di Nodavia, il general contractor che si è aggiudicato l’appalto dell’opera, costituito da Coopsette (una delle maggiori cooperative rosse), Ergon e Coestra (già Consorzio Etruria).

Il «magheggio» di cui nessuno si sarebbe accorto si riferisce ai “conci” per il rivestimento delle due gallerie sotterranee parallele che attraverseranno Firenze. Questo materiale doveva essere fornito per contratto dalla Seli, l’impresa incaricata di realizzare i due tunnel con la enorme fresa Monna Lisa. Dopo disastri come quello del 1999 nella galleria del Monte Bianco, dove un incendio causò 39 vittime, la legislazione europea ha imposto l’utilizzo di materiali di rivestimento dotati di specifiche qualità tecniche per poter resistere al fuoco e al calore. Per contratto i conci dovevano contenere fibre di polipropilene in misura di 3 chili per metro cubo. Invece, secondo le accuse, Seli avrebbe commissionato alla Ipa di Calcinate (Bergamo) conci contenenti quantitativi di fibre «notevolmente inferiori». Poi Aristodemo Busillo della Seli si sarebbe accordato con Gianluca Morandini, incaricato da Italferr dell’Alta sorveglianza sui lavori, per occultare la non conformità dei materiali, e avrebbe esercitato pressioni sul professor Alberto Meda affinché questi non attestasse l’esito negativo del primo test eseguito sui conci, nel quale si era verificato il cosiddetto «spalling », e cioè il collasso del materiale per effetto del fuoco e del calore. Non solo: Seli avrebbe cercato di ottenere da Italferr l’autorizzazione a una modifica contrattuale che riducesse da 3 a 2 kg per metro cubo la presenza di fibre nei conci, e addirittura progettato di utilizzare solo 1,8 Kg per metro cubo, facendo però formalmente figurare 2 kg: tanto «nessuno potrà mai accorgersi del magheggio », dicevano. C’è di più: affinché Italferr autorizzasse l’utilizzo e il pagamento dei conci non conformi, secondo le accuse all’interno di Seli venne deciso di occultare anche la circostanza che, a causa di un errore di predisposizione dei disegni progettuali, i conci erano stati realizzati con carenze tali che «ne compromettevano addirittura la corretta posa in opera», e l’ulteriore circostanza che essi erano stati fabbricati con inerti di tipo calcareo invece che con inerti silicei, come era previsto nel progetto. Insomma, secondo le accuse, quei conci, che ieri sono stati sequestrati, erano un disastro e costituivano un grave rischio per il transito nei tunnel. E tuttavia Seli chiedeva a Nodavia che fossero pagati: grazie alla riduzione dei costi di produzione, l’impresa, «per stessa ammissione di Busillo », avrebbe raddoppiato i ricavi.

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E la Monna Lisa si scoprì pericolosa “In quella talpa troppi pezzi insicuri”.  L’ombra della camorra sull’affare dei rifiuti degli scavi

di Michele Bocci per Repubblica Firenze

Montata con componenti non affidabili e non sicuri, con le guarnizioni della testa rotante non idonee a sostenere la pressione dello scavo. Monna Lisa è incompleta, non è stata assemblata «in modo conforme alle specifiche del produttore dell’impianto». La “talpa”, la super fresa che deve bucare Firenze a 25 metri di profondità e a un ritmo di 15 metri al giorno non è il gioiello della tecnica che era stato annunciato. O meglio, forse lo sarebbe sulla carta ma il modo in cui è stata realizzata insinua molti dubbi negli investigatori. Sarebbe insicura, anche perché così assemblata non sarebbe idonea a «prevenire ingenti perdite e dispersioni nell’ambiente di oli idraulici e lubrificanti altamente inquinanti». Monna Lisa è arrivata nel cantiere nell’estate 2012 e non è mai entrata in funzione per questioni legate allo smaltimento delle terre di scavo. Il via libera era atteso a breve. Ci sarà da aspettare ancora, visto che il macchinario è sotto sequestro e già ieri analizzato dai consulenti della procura. Proprio dei ritardi hanno approfittato secondo la procura Furio Saraceno, presidente di Nodavia, Aristodemo Busillo, direttore tecnico della Seli, subappaltatore incaricato di assemblare al fresa e Dario Vizzino, sempre della Seli. Sapevano che i lavori non sarebbero partiti così dicevano di essere pronti per lo scavo anche se non lo erano. «Così – scrive l’accusa – presentavano riserve contrattuali alla stazione appaltante per maggiori oneri per diverse decine di milioni».

Busillo, secondo loro, si sarebbe messo d’accordo sempre con Saraceno, per modificare il contratto con Nodavia e far passare come un miglioramento l’utilizzo di una fresa invece delle due previste. In realtà lo scopo era «di ridurre i costi per le imprese e conseguire un maggior ricavo». La Seli, incaricata di montare il macchinario e realizzare lo scavo, è un’azienda in grande difficoltà, «prossima all’insolvenza, che risparmia sulle guarnizioni della fresa, anche al fine di farla apparire montata e pronta per l’inizio dei lavori». Gli investigatori sottolineano che le condizioni dell’azienda erano ben note a tutti, che «fanno finta di nulla». Anche Nodavia sarebbe stata in difficoltà economiche. L’inchiesta sulla Tav a Firenze è partita a fine 2010 dagli accertamenti di Corpo forestale e Arpat sullo smaltimento abusivo di fanghi derivati dalla realizzazione dei lavori preliminari allo scavo del tunnel e della nuova stazione. I Ros hanno scoperto che Rfi pagava un costo di smaltimento più alto dei prezzi di mercato e che «da una parte, la gestione era comunque abusiva perché il produttore del rifiuto lo trattava senza autorizzazione nel cantiere, stoccandolo in vasche per farne decantare la parte liquida, che scaricava senza autorizzazione in falda, e dall’altra è stato accertato che i prezzi erano gonfiati per consentire a Nodavia di crearsi delle poste in nero». I carabinieri hanno accertato che le ditte smaltitrici si dividevano in accordo tra loro le quantità di rifiuti «risultando solo apparenti smaltitori ma di fatto gestendo tutta l’attività di raccolta, trasporto e smaltimento in discarica ». La regia era gestita dalla ditta Veca Sud di Maddaloni, gestita Lazzaro Ventrone, «che è risultata avere il quasi monopolio del trasporto e movimento terra dell’appalto. La figura di Ventrone e dell’impresa è risultata strettamente collegata a ambienti della criminalità organizzata di tipo camorristico e in particolare ai clan dei Casalesi e della famiglia Caturano».

La procura contesta anche l’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all’abuso di ufficio. Si parla di un «quadro di consolidato gioco di squadra tra i pubblici ufficiali e gli esponenti di Coopsette e Italferr. I membri dell’associazione pianificano una serie di interventi a vasto raggio per influire e determinare le varie pubbliche amministrazioni coinvolte, in maniera da superare ogni possibile ostacolo e intralcio agli obiettivi della associazione: favorire al massimo in termini economici Nodavia e tramite essa Coopsette a scapito dei costi dell’appalto e a danno delle casse dello Stato». I membri dell’associazione si ripagavano anche con favori e incarichi. La presidente di Italferr ed ex governatrice dell’Umbria, Maria Laura Lorenzetti, con il responsabile unico del procedimento dell’azienda, Valerio Lombardi, «agivano in contrasto con gli interessi della stazione appaltante a conseguire l’esecuzione dell’opera a regola d’arte e nel rispetto dei costi preventivati ». Lorenzetti avrebbe svolto attività a vantaggio di Nodavia e Coopsette mettendo a disposizione le sue conoscenze. Così avrebbe conseguito «incarichi professionali nella ricostruzione del terremoto in Emilia in favore del di lei coniuge». Lorenzetti si è detta totalmente estranea ai fatti contestati.

0 Comments

  1. Dario

    Non riuscirò mai a capire, come come mai lievitano i costi delle opere pubbliche a quasi il doppio di quello di gara,mentre vengono decurtate parti di queste opere e nello stesso tempo raddoppiano i tempi necessari per l’esecuzione.
    Addirittura, in alcuni casi, si riconoscono dei premi di accelerazione.
    mi chiedo, a che cosa servono le gare d’appalto?!!!

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  2. Janny

    Gli appalti pubblici per la costruzione delle ferrovie avvengono dopo la stipula del contratto tra “RFI spa”, società non pubblica, e l’appaltatore a sua volta anche lui rappresenta una società privata. Però si osserva quanto segue:

    1)La direzione lavori viene affidata da “RFI spa” alla società “Italferr spa” al costo di circa 15% dell’importo dell’appalto;

    2)I costi delle opere sono finanziati con il danaro pubblico;

    3)I collaudatori statici sono nominati dalla società “Italferr spa” e vengono pagati dall’appaltatore;

    4)I collaudatori tecnici-amministrativi sono nominati e pagati dalla società “RFI spa” . (i collaudatori tecnici amministrativi sono dipendenti, o già in pensione, di “Italferr” o “RFI”).

    La domanda nasce spontanea: Dove è lo stato in tutto questo e che ruolo effettivo compie per il controllo dei lavori e del danaro pubblico?!!!!!!!!!

    Faccio presente che le assunzioni nelle predette società sono esclusivamente a descrizione dei dirigenti e non sono scelti in base ad concorso pubblico.

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