Tabucchi e l'impegno per i diritti: il ricordo di Sergio Bontempelli

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Sergio Bontempelli da Pisanotizie.it

Non ho conosciuto personalmente Antonio Tabucchi. E per la verità sono sempre stato un lettore “distratto” anche dei suoi capolavori. Lo so che non è un buon modo di iniziare il ricordo di uno scrittore, ma le cose stanno così e non posso farci niente.
Tabucchi non era solo un grande romanziere, ma un “uomo pubblico”: perché era famoso, ma anche perché metteva il suo prestigio al servizio dell’impegno sociale. Ed è in questa veste che molti attivisti per i diritti dei rom in Toscana lo incontrarono – alcuni di persona, altri indirettamente, come nel mio caso – alla metà degli anni Novanta.

Lo stesso autore di Sostiene Pereira ebbe modo di raccontare questa vicenda, in una bella intervista rilasciata in quegli anni al periodico fiorentino L’Altracittà: «Abitavo da poco a Firenze», diceva lo scrittore, «e stavo cenando con mia moglie in un ristorante. Ad un certo punto si sono avvicinati dei bambini Rom di otto, nove anni che vendevano le rose. Si sono rivolti a noi e ci siamo messi a parlare».

Gli zingari e il Rinascimento: vivere da rom a Firenze

Da quell’incontro casuale nacque un’amicizia con alcune famiglie dei campi: Tabucchi si recò in visita nelle baracche, a conoscere padri e madri dei piccoli venditori. Lo fece senza clamori mediatici e senza giornalisti al seguito: si fermò a condividere un caffè, quattro chiacchiere, una zuppa calda. Molti rom non si resero conto di avere a che fare con uno scrittore di fama mondiale: per loro diventò, semplicemente, l’«amico Antonio», che di tanto in tanto andava a trovarli, e che quando poteva si dava da fare per dare una mano.

La cosa non si fermò qui. Tabucchi prese contatti con le associazioni fiorentine: conobbe Don Alessandro Santoro, il prete delle Piagge, l’Associazione per la Difesa delle Minoranze di Piero Colacicchi e Bianca Maria La Penna, gli attivisti del periodico L’Altracittà, prodotto proprio alle Piagge. Da quelle frequentazioni nacque l’idea di un libro inchiesta, scritto dallo stesso Tabucchi e pubblicato nel 1999 da Feltrinelli: Gli Zingari e il Rinascimento.

Il volumetto – poco più di un opuscolo – era un atto di accusa contro l’immagine “patinata” di Firenze: la città che si vuole “culla del Rinascimento” e “capitale della cultura”, diceva Tabucchi, produce solo eventi pacchiani e volgari (il libro insisteva, per esempio, sulla mostra dedicata agli “occhiali di Elton John”…). E intanto ai margini del suo perimetro urbano – nelle baracche dei campi nomadi, ma anche nei quartieri popolari di periferia – lascia crescere miseria ed esclusione sociale.
Il libro provocò un terremoto nelle amministrazioni toscane. Perché Tabucchi non era tipo da denunce generiche. Puntò l’indice sui nomi e i cognomi di Sindaci e assessori: di Firenze, della Regione e anche della sua città, Pisa.

Tabucchi a Coltano

Proprio in quei giorni, a Pisa, era in corso una vertenza delle famiglie del campo di Coltano, oggetto di un’ordinanza di sgombero. Erano, per me, i primi tempi in cui avevo a che fare con i rom: assieme ai nuclei del campo tentavamo di ottenere un contatto con il Comune, che però era sordo alle nostre richieste. Senza conoscerci, lo scrittore vecchianese ci venne in aiuto: in una lunga lettera inviata a Repubblica, e indirizzata al Presidente della Regione, denunciò la vicenda dello sgombero. Come può una città come Pisa – diceva in sostanza Tabucchi – candidarsi ad ospitare gli “scrittori perseguitati”, e nello stesso tempo mostrare tanta insensibilità verso una minoranza fragile e discriminata? Quella denuncia fu per noi una boccata d’ossigeno e di entusiasmo. Accese un faro di luce su una vicenda dimenticata.

Eppure, bisogna riconoscere agli amministratori di allora una sensibilità e un’apertura che negli anni successivi non avrebbero più avuto. Dopo un primo momento di polemiche, infatti, sia la Regione che i Comuni – di Pisa e di Firenze – modificarono il loro atteggiamento. Nel 2000 fu emanata una legge regionale innovativa, che per la prima volta si proponeva di superare i “campi nomadi”. Pochi anni dopo nacque il “progetto rom Toscana”, che da noi è conosciuto come “programma Città Sottili”. La logica degli sgomberi fu abbandonata e si passò ad una politica di vera e propria inclusione abitativa: con luci ed ombre, certo, ma questa è un’altra storia…

L’«amico Antonio»

Ho sempre pensato che senza Tabucchi quella svolta non ci sarebbe stata. Che senza di lui tanti amici rom non avrebbero mai varcato la porta di una casa vera, con bagni, riscaldamento e acqua potabile. E ho continuato a seguire con interesse quello che anche per me – che pure non lo conoscevo – era diventato “l’amico Antonio”.

Nel Settembre 2010 mi recai a Marsiglia a seguire una manifestazione di rom contro i rimpatri di Sarkozy. Comprai in edicola una copia di Le Monde, e trovai una lunga intervista a Tabucchi. “La ricerca di un capro espiatorio è una vecchia storia dell’Europa. Il capro espiatorio e il razzismo si alleano da sempre nei momenti più difficili. Si comincia dai più poveri, poi si arriva agli ebrei, agli arabi, agli omosessuali, agli handicappati, ai deboli, agli intellettuali, ai dissidenti politici”. L'”amico Antonio” era arrivato anche lì …